“Parlare alla pancia”


Perché si dice “parlare di pancia”…”parlare alle pance”? Perché fin dall’antichità è noto che l’addome ha un suo sistema nervoso autonomo, capace di orientare scelte e azioni. La fame ad esempio spinge le persone a dar l’assalto ai mulini a rischio della vita, la paura e il desiderio possono alla stessa maniera escludere il cervello.
Eccoci al punto: ciascuno di noi può diventare “popolo bue” o “gregge” se coi leader si stabilisce un dialogo fra pance. Questo fenomeno è oggi molto evidente grazie ai Social, perchè sui Social le pance hanno diritto di penna, non serve neanche più imbracciare forconi, dar l’assalto ai forni o alla Bastiglia, le persone possono essere orientate in massa.
Ecco allora che un fatto di cronaca è capace di cancellare due millenni di diritto e giurisprudenza, ecco che il principio che ciascuno è innocente fino a prova contraria diventa barzelletta, ecco che aggravanti e attenuanti diventano orpelli…e così via, fino ad impiccare al ramo più alto anche lo scemo del villaggio. La pancia infatti non ha figli o genitori, non pretende giustizia, la pancia dialoga solo col suo culo.

Arte, Cultura e Bellezza sono moti spontanei dell’animo?


La Cultura, le Arti, il culto delle Bellezza, sono questioni insite nella natura dell’Uomo, al pari della religiosità e l’affettività? Sì, sono moti dell’anima, ma si tratta anche e forse soprattutto di una trovata per equilibrare gli squilibri sociali. Una necessità insomma, determinata dall’ordinamento sociale e di classe? Beh, sembra che abbiamo idee romantiche in proposito, ma la realtà appare più cruda. Le società gerarchiche quali quella occidentale soprattutto, si sono trovate a contrastare le afflizioni narcisistiche di quegli strati sociali sempre più importanti e imponenti che però non avevano il potere, vale a dire commercianti e borghesi, professionisti, scienziati e artigiani. In epoca antecedente la prima e poi la seconda Rivoluzione Industriale, il problema non si poneva, c’erano i nobili e gli straricchi che detenevano sia il potere che il gusto del bello, attraverso il mecenatismo ed il vero acquisto di talenti artistici e non solo che producevano Arte e Cultura per loro esclusivo diletto. Il popolo era troppo affamato ed attento a conservare almeno la vita, per occuparsi di ciò, poichè le esigenze primarie cancellano tutte le altre. Ma dopo le rivoluzioni industriali, con l’enorme e mai vista produzione di merci e servizi, si venne a creare un ampio strato sociale, senza potere, senza cultura, ma con disponibilità economiche e relativo benessere. Questo causava ovviamente umiliazioni e gravi offese al narcisismo, che non risparmia nessuno, fra coloro che abbiano superato i problemi di sopravvivenza. Trattandosi di società dove vige da sempre la legge della dominanza, i privilegi di pochi erano in pericolo, per la prima volta nella Storia. Ecco allora fiorire dovunque in Europa il gusto per il bello, per l’arte, per la cultura e per il sapere. Ma a ben guardare, nulla è sfuggito dalle mani ai potenti, poichè la professionalità e le capacità commerciali mai sono state sacrificate in nome di Arte e Cultura e non a caso. I commercianti, la borghesia, i ricchi prestatori d’opera e servizi, non soffrivano più di dolorosi complessi nei confronto dei dominanti, poichè l’accesso alla cultura e alla bellezza finalmente li appaga e non raramente il borghese acculturato si sente superiore ai potenti nelle stanze dei bottoni. 
Questa chiacchierata per dire, ancora una volta, che solo la fame arma la mano. Non s’è mai visto imbracciare un forcone…o una molotov, a chi non si senta deufradato di cultura e bellezza. Stiamo parlando di un controllo sociale collaudato con successo in mezza Europa fino a tutta l’epoca vittoriana…e anche oltre oceano già dai primi anni del Novecento. Le dittature hanno sempre cercato di riportare Cultura e bellezza alle classi gerarchicamente dominanti, ma questa è un’altra storia. (Carlo Anibaldi – 2016)
phoca_thumb_l_image_1

THE CROSS OF CHANGES (di Carlo Anibaldi)


Al pari degli innamorati…esempio che torna sempre buono poichè essi vivono sulle soglie del conosciuto… al pari degli innamorati dicevo, dovremmo dare per scontato che siamo tutti in interconnessione come i neuroni dentro ad un cervello…e allora la sinergia di microenergie va a formare un “sistema” . Il mondo è cambiato cento volte in questo modo sino ad ora…e così sarà in futuro, ma non è per domani o dopodomani, il tempo non è misurato sulle necessità dei singoli, ma sul determinarsi di un punto critico, chiamiamolo pure “punto del Caos”, oltre il quale tutto è in mano “nostra” …inteso come sistema pronto al balzo e dunque pronto a muoversi come un sol uomo. [C.A.]

Il solo junghiano è Jung, ma… (di Carlo Anibaldi)


IMG_20150611_164341Il solo junghiano è Jung, come lui stesso ci ricorda. Chiarito questo, come professionisti o ricercatori, o come semplici esseri umani in cammino, molti di noi condividono con lui la Weltanschauung, quella speciale visione del mondo che dà un senso alla vita terrena, senza sprecarla. Personalmente credo che la vita terrena sia ben spesa se prepara alla morte del corpo come passaggio. Diversamente, se il trapasso, e anzi l’idea stessa del trapasso, chiude l’orizzonte, allora tutto è vano per gli esseri umani. Una lucertola, un gufo o un cane, può dire “mi mangio tutto quello che c’è in tavola, ne godo e poi amen”, ma a noi il cervello critico e non solo istintuale ci è stato dato, in senso evolutivo, per andare oltre la dualità vita/non vita, questione prettamente legata all’invecchiamento delle cellule e morte dei sistemi. Forse considerando NON i miliardi di corpi che si sono avvicendati e si avvicendano sul pianeta, ma UN unico essere, costituito da quello che questi miliardi di corpi hanno creato e immaginato, allora ecco che abbiamo raggiunto l’immortalità. Smettendo di pensarci unici, originali ed irripetibili come lo è in effetti il nostro corpo, non moriremo con lui…e saremo parte dell’Anima Mundi da subito dopo che lo abbiamo compreso e per sempre….e questo è un modo di vivere, non di vedere.

ODIO L’ESTATE (di Carlo Anibaldi)


calura-condizionatore-casaNon appartengo a queste terra infuocata…forse le mie origini sono normanne…adoro l’aria frizzante e odio la sabbia che scotta, l’asfalto che si scioglie e i corpi sudaticci. Tre mesi a cercare refrigerio…cervello bloccato…felice solo di un po’ d’ombra, una doccia fresca e un gelato. I massimi sistemi insomma. La cenestesi del corpo e l’equilibrio della mente sono inscindibili. Il corpo è in relazione sincronica con la psiche. Nulla accade all’uno senza una “condivisione di senso” con l’altra. Quando stiamo ‘male’ per il troppo caldo avvertito, non è solo una questione di incrementare i sali minerali col Getorade, ma recuperare una perdita di senso. Anche quest’anno andrò in vacanza alla ricerca di cieli non noiosamente sempre azzurri, credo.

L’ESISTENZA IN VITA AL TEMPO DI INTERNET (di Carlo Anibaldi)


frase-cogito-ergo-sum-traducao-penso-logo-existo-fonte-principia-philosophiae-rene-descartes-133937Quasi per gioco, cercherò di dimostrare che, per certi versi, la mia esistenza non è un fatto, ma un’opinione, per quanto abbastanza diffusa. 
La parola che più di ogni altra sentiamo pronunciare credo sia “io”: io sono, io vado, io faccio, io credo, io…io…io…io… all’infinito.
Siamo forse talmente poco convinti della nostra esistenza, da sentire il bisogno di ricordarcelo e ricordarlo agli altri in continuazione. Una tale preoccupazione è del resto giustificata: quante persone sanno della mia esistenza? Forse quattro o cinquecento, e gli altri 7 o 8 miliardi che sono al mondo? Loro non sanno che esisto e certo non se ne preoccupano. 
Veniamo a quelle quattro o cinquecento persone su cui posso contare….. ma ci posso veramente contare? 
La gran parte di queste persone hanno fuggevolmente verificato la mia esistenza in passato ed ora non sono per loro neanche un ricordo sbiadito, nulla. Non esisto…più. 
Rimane quel centinaio di persone che incontro quasi quotidianamente, a loro è affidata la mia supposta esistenza, ma sappiamo bene che, grosso modo, non posso aspettarmi da loro più di un fugace pensiero ogni tanto, dunque siamo arrivati al nocciolo, cioè a quelle otto, dieci, forse quindici persone per le quali sono importante e amato e per questo mi pensano assai spesso: è dunque a queste sole persone che debbo la conferma della mia esistenza, e gliene sono grato, ma temo che anche questa sia una illusione. 
Quelle poche buone e brave persone che avvalorano la mia esistenza come fatto, in realtà sono come i viaggiatori su un treno: credono di star fermi e invece si muovono, credono che la campagna corra via e invece e là, ferma da sempre, credono che venga prima l’albero e poi il ponte e invece viene prima il ponte e poi l’albero, almeno così è per quelli dell’altro treno, che ritorna. 
Insomma, a farla breve, hanno tutti una gran confusione su come stanno le cose…. Cercano la conferma della loro esistenza …. forse non esistono neanche loro. 
Una soluzione a questo enigma e, forse, la dimostrazione della tesi che avevo posta, è che io esisto solo nell’attimo che fugge, quando mi penso e sono pensato, ma l’attimo che fugge non esiste, tutta la matematica e la moderna fisica sta lì a ricordarcelo. 
Stavo già rivolgendomi alla filosofia, al ‘Cogito ergo Sum’ per affermare, nonostante tutto, la mia esistenza in vita, quando mi arriva in soccorso il Web…questa straordinaria macchina dei sogni, dove ogni idiota sembra un genio e dove anche i geni sembrano idioti.
“Web ergo Sum” mi sono detto! Il problema dell’esistenza in vita diventa allora talmente insignificante che le tue parole risuonano anche dopo morto pure se non ti chiami Schopenhauer…Evviva. Col web campi da Re anche senza veri amici, senza un vero amore, senza un lavoro vero, senza una famiglia e senza tanto cervello. (Carlo Anibaldi – 2015)

IRLANDA SI E ITALIA NI. UNA DIVERSA STORIA MILLENARIA (di Carlo Anibaldi)


Il risultato del recente referendum irlandese sui matrimoni fra omosessuali ha suscitato commenti a non finire, poichè da un paese col 90% di cattolici davvero ci si attendeva altro. Ma guardando alla storia d’Irlanda lo stupore svanisce e si dà conto della peculiarità del cattolicesimo irlandese e delle sue origini. celtic_cross_by_cacaiotavares-d64bj0sFra l’800 ed il 300 a.C. i Celti, vale a dire popolazioni per lo più slave e sassoni, si stabilirono nella terra d’Irlanda e qui rimasero incontrastati per mille anni, dando quelle fondamenta linguistiche, mitologiche e culturali che sopravvivono ancora oggi. Vennero poi le invasioni vichinghe e quelle normanne, ma l’impronta era data e dopo i Celti solo i commerci e l’architettura furono tributari di influenze altre. Il senso religioso delle popolazioni celtiche era orientato al culto degli animali e della natura in generale, con tinte esoteriche e mitologiche. L’Irlanda fu la sola terra in Europa a non subire l’invasione romana e quando giunse il cristianesimo, coi suoi monaci e monasteri, abbazzie e quant’altro, non vi fu alcuna resistenza, nulla da ‘convertire’. Nell’alto Medio Evo l’Irlanda era la terra del cristianesimo ‘puro’, dove i ricchi d’Europa e la chiesa di Roma stessa, mandavano i loro figli ed i loro monaci ad apprendere quel cristianesimo che assimilava le culture dei luoghi, senza distruggere, plagiare o sostiture gli antichi simboli religiosi con i propri. Non venne insomma un esercito armato di croci e crociati, di bombarde e di spade in queste terre, ma studiosi e religiosi aperti a mescolarsi alla cultura locale senza stravolgerla. Questa peculiarità, che gli storici attribuiscono, come si diceva più sopra, al non essere questa terra mai stata invasa e concupita dall’esercito romano, ha dato origine ad un’altra peculiarità, almeno per l’Europa…vale a dire l’identificazione del credo religioso con la terra, la Patria, da opporre ai violenti espropri culturali e religiosi operati dagli inglesi. Il cattolico qua è il patriota che combatte per la sua identità, il cattolico si oppone al protestante, vale a dire agli inglesi, che subdolamente stavano sostituendo il credo anglicano alla tradizione cattolica. Essere irlandese ed essere cattolico era un tutt’uno con l’essere esercito (IRA) di liberazione. Guardando a questi aspetti storici e culturali vediamo bene che il cattolico irlandese non si sente succube della chiesa di Roma, per quanto ne segua i dettami e ne rispetti i pontefici….l’irlandese infatti si considera “il Cattolico”, non dimentico che nei secoli passati là ci venivano da Roma per “studiare” da cardinali e monaci. Nella questione dei matrimoni gay il popolo irlandese ha risposto da ‘celtico’, nonostante l’influenza della chiesa sia connaturata con le istituzioni forse più che in Italia. E allora, chiunque abbia la libertà intellettuale di vedere le cose come sono in natura, senza influenze dogmatiche e dottrinali, lo sa bene che l’omosessualità non è “malattia”, “porcheria” e cosa “contro natura” ma un comportamento presente in ogni specie animale, che anzi come ogni comportamento sociale è influenzato dalle epoche. Alcune epoche nelle comunità animali sono maggiormente dedite a pratiche omosessuali ed altre epoche o locazioni lo sono meno…magari per un semplice meccanismo di controllo delle nascite che non minaccia la specie, come alcuni dicono, ma al contrario la protegge. Comportamenti dunque, solo comportamenti, non certo difetto o deviazione. Alcuni sostengono che ragioni commerciali, inerenti il sicuro incremento del turimo, abbiano spinto gli irlandesi a tanta apertura, in considerazione del fatto incongruente che in quello stesso paese l’aborto non è consentito nemmeno nei casi di stupro. (Carlo Anibaldi – 2015)

RICORDI


Perchè_non_ricordo_i_sogniSappiamo cosa in biochimica determina il ricordo…nella vita psichica invece penso sia il contenuto energetico della vita, ciò che non si disperde mai ma si trasforma. Infatti il ricordo non è mai aderente alla realtà che fu, ma solo all’energia connessa. Il ricordo è un racconto e non raramente è un riscrivere la nostra storia. Quando Carl Gustav Jung nell’incipit di “Ricordi, sogni e Riflessioni” afferma che “La mia vita è la storia dell’autorealizzazione dell’inconscio”, la sta interpretando e riscrivendo, la sua storia, sulla base dei ricordi. Questo sono i ricordi…un tentativo di interpretare e riscrivere la propria storia sulla base dell’energia imprigionata nei ricordi stessi. Mio padre mi raccontò forse un centinaio di volte i suoi ricordi del tempo della prigionia in Germania dopo l’8 settembre…ma mai una volta che coincidessero col racconto precedente…la sua rielaborazione è durata una vita intera…di quel tempo carico di emozioni. Trattandosi di autobiografie dell’anima, non smettiamo mai di rielaborarli i ricordi. Conta solo quello che sentiamo adesso. (Carlo Anibaldi, 2015)

OVIDIO, LE METAMORFOSI E GLI AMERICANI (di Carlo Anibaldi)


 metamorfosi“Le metamorfosi di Ovidio” è stato attenzionato dalla Columbia University come libro “trigger warning”, poichè invocherebbe insani istinti stupratori che stanno preoccupando gli USA. La cosa è insensata, poichè in effetti tutta la società americana è intrisa di violenza fin dalla sua fondazione ed il classico di Ovidio che per 2000 anni è stato un saggio esemplare, nulla può aggiungere se non cultura e bellezza. Ma questa osservazione non ci faccia sentire superiori e maestri di buon senso, in quanto in Europa non è molto meglio. Non dimentichiamo che la Londra del ‘600 e ‘700, quella Londra cioè che dava origine a quelli che sarebbero stati gli Stati Uniti ed il Canada, era la città più violenta e degradata del mondo, oltre che la più viva e ricca di tutto, anche di contraddizioni e divergenze altro che medioevali fra le classi. Il Tamigi ha visto galleggiare più cadaveri della piana di Waterloo…era sufficiente essere un po’ alticci per non tornare a casa vivi la notte, dopo rapina certa. C’erano a quel tempo 80mila prostitute su 800mila abitanti. Per non parlare di Roma, dove il degrado indicibile arriva fino a Porta Pia, 1870. Questo per dire che in tema di degrado e violenza noi europei siamo piuttosto i maestri. Io comincio a pensare che le possibilità di invecchiare e crepare nel proprio letto si vanno assottigliando tanto e non penso ai telefilm violenti quando ai danni del capitalismo selvaggio che ha eroso il lavoro come valore e favorito valori come la furbizia, la violenza e in definitiva lo spirito di sopravvivenza. (maggio 2015)

EMANCIPAZIONE SPIRITUALE: COSTI & BENEFICI


images-delfi Gnōthi seautón: conosci te stesso. Questa è la scritta che campeggiava sul frontone del tempio di Apollo a Delfi e che per secoli ha influenzato i più importanti pensatori della cultura occidentale: da Socrate a Platone, da Sant’Agostino a Kant. Ma l’occidente è “malato” di filosofia, un infelice malato tanto intelligente quanto incosciente. “Quanto più conosci te stesso…” non è filosofia ma l’Anima del Mondo, siamo oltre il pensiero, siamo anzi nella filogenesi del pensiero stesso…poichè noi non siamo solo noi, la nostra unicità è solo la barca che ci può portare in mare aperto…noi siamo l’umanità tutta, ricapitolata in ciascuno, come in ogni gabbiano che nasce c’è la storia di tutti i gabbiani. In biologia l’ontogenesi ricapitola la filogenesi e in psicologia non è diverso…e allora è solo una questione di quanto ti sei sbudellato…con un prete, un monaco, con un analista, in un rapporto complesso, alla ricerca del tuo mito, per dirla con Hillman. Oltre l’analisi ci si va appunto letteralmente dopo l’analisi, in senso lato, non aggirandola, che sarebbe davvero il Paese dei Balocchi se bastasse leggere, informarsi, fare “ricerca”, come dicono alcuni, per emanciparsi. A me fanno davvero ridere quelli che dicono che è nel confronto con l’altro che ci si conosce meglio…questo vale solo se il narcisismo non è in quantità patologica, se non sei un adolescente e sei invece nella seconda parte della vita e se l’altro è il tuo Virgilio…se camminate insieme nella “valle del fare Anima”…sennò con l’altro non fai un passo…è infatti solo la conoscenza di se stessi che fa conoscere il mondo tutto…e la gente…e cosa pensa e sente…non le loro parole ed i rapporti in maschera. I miei rapporti col mondo si sono rarefatti, ma non per una chiusura, al contrario….non ho bisogno di frequentarla per sapere cosa pensa e sente la gente..la gente infatti e tutta dentro di me e il dialogo non si arresta mai. Passando dal poetico al prosaico, vorrei ora porre ai miei 4 lettori una questione che è una provocazione. Ma se il Dalai Lama o un suo discepolo dovesse due volte a settimana recarsi all’Ufficio Postale per i bollettini…se dovesse scrivere al Giudice di Pace almeno una volta al mese per contestare un verbale dei vigili urbani….se dovesse spendere 40 minuti ogni giorno per cercare un parcheggio decente…se dovesse spolverarsi casa….se dovesse alzarsi alle 7 poichè uno straccio di lavoro lo deve pur avere se deve pagarsi l’emancipazione della personalità a botte di 100 euro ogni 50 minuti…ebbene se deve organizzarsi la vita intorno a tutto questo e molto altro…dobbiamo allora dire che l’emancipazione spirituale e la visione transpersonale della vita è cosa da ricchi? Anche quella? Devono questi discepoli farsi prendere a calci in culo da chi propugna una visione pragmatica della vita? (Carlo Anibaldi – Maggio 2015)

VIAGGIO NELL’ULTRAPRESENTE (di Carlo Anibaldi)


 Era tanto che non sognavo, o almeno, non avevo la coscienza di aver sognato qualcosa. Forse per l’abitudine di non serrare le imposte. Mi dicevo che se il ritmo naturale è scandito dall’alternanza  luce/buio ci deve essere una ragione e allora basta imposte chiuse, ad alterare la percezione dei ritmi naturali. Ma poi, a ben pensarci, mi sono detto che il Sole illumina tutto e tutto insieme, ma per vedere bene davvero bisogna scrutare nel buio.

Tant’è che con le imposte serrate ripresi a sognare e a ricordare i sogni. Uno in particolare, dopo una serata a tirar tardi e qualche bicchierino

di troppo, vale che ve lo racconti.  Mi trovavo in un posto che mi dava l’impressione di essere uno di quei resort dove i ricconi vanno a ricaricarsi, tutto poltrone in pelle chiara, piscine termali, vetrate su fitti giardini che sembrano tropicali ma non lo sono, cameriere belle come top model ed inservienti con la faccia del mio direttore di banca. Andavo in giro a curiosare, con le mani nelle tasche dell’accappatoio bianco, dicendomi che forse mi era stato regalato un bonus per soggiornare in questo paradiso artificiale. Mi sdraio a bordo piscina fumante, apro l’accappatoio sul mio costume a mezza coscia, come i ciclisti, nero a strisce rosse e gialle, un pugno nello stomaco, ma era griffato e a quanto pare alla moda. Non si ‘prende il Sole’ qua, non a gennaio, ma grandi lampade sospese assicurano perfette abbronzature, a patto di girarsi di tanto in tanto. Un grill di lusso, mi dicevo…quando una voce mi distoglie dai miei pensieri sciocchi. Era il direttore di banca, che mi chiede se desidero bere qualcosa di fresco. Un frullato di frutta tropicale a pezzettoni, grazie, ma solo una giratina, niente purea, mi raccomando. Ci si adatta alla svelta a fare il direttore del direttore di banca, mi gongolavo.

Si sdraia a meno di mezzo metro da mio lettino, manco fosse la fidanzata, un omone di mezza età, ben proporzionato però, con una abbronzatura uniforme, non esagerata, i capelli bianchi come neve ed un sorriso a 46 denti, perfetto, grandioso. Mi dice che si chiama Varig, sì, proprio come la compagnia aerea, ma lui non capisce la battuta. “Piacere, Carlo”.  Iniziamo a conversare ma presto capisco che lui sta facendo uno sforzo di comprensione circa il senso delle mie banalità.

Mi fermo, decido di far parlare lui, che esordisce con un incredibile “Un minuto di pazienza, mi sto sintonizzando sul suo linguaggio arcaico”.

Dopo nemmeno un minuto infatti inizia a parlarmi, in perfetto italiano, senza inflessioni dialettali, come uno svizzero. “Un altro direttore di

banca” pensai. Mi dice che lui ci viene di tanto in tanto in questo posto. Io no, era la prima volta. “Vieni per rilassarti?”, la mia domanda ovvia, quasi scema. “No, vengo per lavoro, per documentarmi”. Ma dai…questo viene per lavoro a bordo piscina in costume da bagno, verde bandiera a strisce blu elettrico! “Quale sarebbe il tuo lavoro, di grazia?”. Passa quasi un minuto prima che apre bocca, mi guarda dritto negli occhi e poi esordisce “Sono uno storico, viaggio nel tempo, mi documento sulle ere antiche, ne parlo agli studenti, comunico le mie impressioni di viaggio. Sono molto interessati”. “Non credo di aver compreso sai? Gli storici vanno nelle biblioteche, nei siti archeologici, nei musei, non a bordo piscina in accappatoio. Non c’è Storia in un Grill di lusso”. Ancora un minuto di silenzio. “Sono qui per parlare con te”, mi dice. “La Storiasei tu”, aggiunge.

Vedendomi a bocca aperta e gli occhi sgranati a forma di punto interrogativo, continua… “Noi non misuriamo più il tempo come facevate voi e proprio per questo non so dirti quello che vorresti sapere. Non so la distanza temporale fra te e me, credo anzi che non ce ne sia. La cosa che vengo a studiare in questo posto è il tuo cervello. Non c’è altro posto dove io possa documentarmi su un cervello che venga usato al 10, forse 15 per cento delle sue possibilità”. Comincio ad incavolarmi. Questo babbonatale di lusso, immagino compreso nel prezzo del soggiorno, mi sta sfottendo con modi affabulanti per in definitiva darmi dell’idiota.

Ma lui continua, incurante che mi sono accigliato. “Alcune cose che posso dirti, già le conosci. Ma non conosci come poi si sono evolute e le

soluzioni trovate a questioni che pensavi insolubili. Come sai, il cervello umano è misterioso, è infatti capace di elaborare informazioni in misura tale che ad un supercomputer non basterebbe un intero palazzo per contenerlo…e spendendo energia per soli 20 watt, quando sai che l’asciugacapelli che usi al mattino ne consuma 700, 1000. Dunque una macchina perfetta, di prestazioni incredibili. Ma poi vi siete trovati di fronte ad un problema enorme. Avete scoperto che l’Universo di cui facciamo parte non sta fermo come un hotel, ma si stava espandendo…e il Sole, millennio dopo millennio non scaldava più a sufficienza, l’energia non bastava e toccava crearne in misura enorme, con rischi per l’ambiente e dunque per la specie. Nello sperimentare fallimenti, il cervello cercava soluzioni, ma si fermava davanti al buio, davanti alla limitatezza del suo orizzonte.

untitledEcco allora che avete scoperto che il cervello ha possibilità pressoché infinite di espandersi, poiché la sua evoluzione, la sua crescita, non è lineare, ma esponenziale. Ad ogni nuova esperienza una nuova connessione fra neuroni si formava e da quella altre si ramificavano…come quando scoprimmo l’America, o le leggi della Fisica, o la natura dei rapporti e dell’affettività…il mondo cambiò perché il cervello acquisiva nuove conoscenze ogni giorno, il mondo e le esperienze nuove si moltiplicavano e con esse le connessioni nel nostro cervello.  Dal 5% che avevamo raggiunto insieme ai delfini, le potenzialità del nostro cervello si espansero fino anche al 15%. Ma al 15% delle possibilità potenziali solo pochi sperimentarono che gli ausili alle funzioni superiori del nostro cervello…vale a dire i telefoni, i computer, le onde radio, erano il passato e che tutto questo il cervello lo possedeva già e le protesi non sarebbero più servite, per comunicare e creare nuove connessioni tra i neuroni. Solo pochi si resero conto che il tempo e lo spazio misurabile erano convenzioni che una mente funzionante al 5, 10, 15% ha dovuto creare per orizzontarsi, per definirsi e in definitiva per conoscere i limiti e dunque attrezzarsi per superarli. L’Universo continuò ad espandersi, creando problemi grossi sulla Terra. L’intelligenza si industriò. Enormi lenti convogliavano la luce del Sole, sempre più lontana e fioca, su prismi grandi come montagne…ma tutto sembrava al limite dell’insostenibile e gli uomini erano oramai certi della fine del mondo.  Quando dai loro calcoli apparve chiaro che l’espansione era finita e l’Universo si stava di nuovo contraendo. I problemi da risolvere erano enormi e gli uomini affinarono l’intelligenza,  alcuni cervelli già funzionavano al 50% e la media era già oltre al 30%.

1044487_10201327046080949_1093401814_nLe questioni sul tappeto erano universali, nessuno si sarebbe salvato da solo e ben presto sparirono gli stati ed i governi. La coscienza individuale diventò ipercoscienza, e questo fece diminuire fino a sparire la necessità di spostarsi per incontrarsi…e molto altro che ora non ti sto a dire poiché non capiresti. Voglio però dirti che quando arrivarono a superare il 50% delle possibilità operative del cervello, gli uomini avevano abbandonato l’idea di dualità vita/morte, e molte altre dualità sparirono. Sapevano dunque che il cervello può servirsi del corpo ma non in modo esclusivo. L’intelligenza è immanente…e passa da un corpo all’altro in una danza senza tempo. I problemi si fecero opposti a quelli che erano stati affrontati e superati. Ora la Terra si stava avvicinando ad un buco nero, l’Universo si contraeva senza sosta fino ad infilarsi in un’altra dimensione. Sulla Terra presero ad accadere cose mai viste. I bambini nascevano con aspetto sano ma vecchieggiante e andavano ringiovanendo negli anni fino a sparire di nuovo nel nulla da dove erano venuti. Non servivano scuole nè asili, ma solo “raccoglitori” di ipercoscienza ed iperintelligenza. Luoghi di meditazione trascendente il tempo e lo spazio, dove le interconnessioni non erano più solo neuroniche ma globali. Ogni individuo, come lo chiameresti tu, era anche l’altro da sè. Nulla appartiene a qualcuno poiché tutti erano tutto. In questo modo l’intelligenza funzionava come uno dei vostri supercomputer…moltiplicava le possibilità operative”.

“Caro Varig, bella favola mi racconti, ma ho notato che usi i verbi al tempo passato. Forse il tuo italiano lo hai imparato troppo in fretta….”

“No Carlo, non faccio errori di grammatica. Accadde poi che il cervello degli umani prese ad essere operativo al 100% … ed allora siamo diventati pura intelligenza…senza luogo nè tempo. Io sono te e tu sei me, solo che tu non lo sai”.

imagesXP2DG9RV

(Carlo Anibaldi, © 2015)

 

 

 

 

Da Einstein, a Jung, allo Zen, una sola voce: il tempo non esiste. (di Carlo Anibaldi)


 Le particelle subatomiche non rispondono a criteri fisici di ‘tempo’ … e di passato, presente e futuro non ce n’è traccia nemmeno nell’universo e, per quanto ci è dato sapere, nei ‘buchi neri’. Il tempo non è dispiegato sui punti di una retta, come l’individuazione di un passato e un futuro vorrebbe, ma piuttosto il tempo è curvo e incontra se stesso continuamente…insomma non esiste, per dirla con Einstein, che non credeva all’esistenza del tempo. Per lui tutto esisteva nello stesso istante: il passato, il presente, il futuro….che sono solo convenzioni stabilite dal modo di ‘funzionare’ della mente umana per poter organizzare le esperienze. E dimostrò matematicamente questa intuizione, del resto oggi confermata anche fisicamente. Possiamo allora affermare come cosa vera che tutte le persone che abbiamo conosciuto, che conosciamo e conosceremo, insieme a tutto ciò che diventeremo, sono con noi in ogni momento. Questo modo di ragionare, e alla fine dimostrare, è il metodo scientifico ‘occidentale’. Ci sono posti al mondo dove tutto ciò è risaputo e mai messo in dubbio da millenni. (Carlo Anibaldi)

Immagine

Recensione a LA DONNA FERITA di Linda Schierse Leonard – di Carlo Anibaldi


  Questo libro esplora i rapporti psicologici e spirituali di quelle donne che abbiano avuto difficoltà nel rapportarsi al padre, fino a ferirsi, dove per ‘padre’ dobbiamo qui intendere il padre biologico, quello spirituale, quello patriarcale, quello culturale, quasi mai riuniti in una unica figura maschile. L’autrice porta testimonianze di situazioni reali raccontate dalle sue pazienti, ma il punto di vista fa riferimento a figure archetipiche, vale a dire contenitori atti ad ospitare figure simboliche antiche quanto l’umanità, con annesso potenziale energetico psichico che tende alla realizzazione del simbolo introiettato, generalmente in maniera incosciente. Da questo punto di vista è allora facile scorgere nei comportamenti il tentativo inconscio di realizzare un archetipo. Abbiamo allora da considerare il “Vecchio perverso”, figura archetipica spesso attiva in donne che non avevano un padre con cui mettersi in rapporto e che iniziano a cercalo in ogni uomo che hanno di fronte. All’inizio ripugna l’idea di avere rapporti sessuali col padre trovato, ma ben presto si rendono conto che non incontreranno uomini disposti a ricoprire quella figura senza una ‘contropartita’ ed allora accade che l’ingenuità sessuale si trasformi in promiscuità sessuale. Spesso questi rapporti sono soddisfacenti ma mai conclusivi e la ricerca continua fino alla perdita della residua autostima, tanto più che queste figure paterne sono il più delle volte già padri di famiglia e dunque poco disponibili a ricoprire quel ruolo. Questi comportamenti, neanche tanto alla lunga, mostrano il vulnus, vale a dire la ripetizione dell’insoddisfazione del rapporto col padre. Come peso schiacciante infine,  accade a queste donne che l’eros femminile, continuamente tradito per non essere al centro della ricerca, incentrata su altro, determina il posizionamento al centro del tradimento stesso, che si perpetua a carico degli uomini con cui si rapportano, stante che il ‘Vecchio perverso’ attivo in queste donne le porta all’esposizione del corpo, alla perdita della sacralità dell’eros e attraverso la disistima crescente le porta a chiudere il cerchio, vale a dire che ritorna al punto iniziale dell’esclusione del sesso dal rapporto col padre. Si tratta generalmente di quarantenni ‘ragazzine’ insicure e le troviamo spesso negli studi dei terapeuti per la chiusura del cerchio suddetto, che non lascia speranze alla crescita individuale senza un aiuto alla disperazione. 

 Nel libro sono descritti vari archetipi contenenti tanta energia, capace di mal orientare l’intera vita di una donna, almeno finché ignoti alla coscienza. Citerò di seguito solamente quello relativo alla donna “Puella”. La donna Puella è quella che nasconde l’ira, quella che ha un centro infuocato da ferite profonde, ma la loro rabbia è diretta all’interno, sotto forma di sintomi fisici, depressione e tentativi di suicidio. Questa ira profonda fa loro paura, poichè è quella che ricordano del padre, che esplodeva in eccessi folli. Sono anche donne ben organizzate, forti, capaci di carriere di successo poichè ricche dell’energia del centro infuocato. Teniamo conto che la rabbia non ha forma, colore ed obbiettivi, la rabbia si ‘scaglia’, è esplosiva, e dunque queste donne possono schiacciare le altre persone. L’energia non incanalata crea paura in queste donne e tendono allora al controllo per non incorrere nella follia dello scoppio d’ira, col risultato che spesso accade di trovarsi di fronte donne miti, dolci, ma con un punto debole assai. Il padre travolto dall’ira infatti tradì l’archetipo del Buon Padre, distruggendo stabilità, ordine, fiducia. Il rapporto con l’uomo è quindi spesso fonte di paura anziché fascino. La donna Puella tende spesso a nascondere la propria ira profonda per il timore che sia come quella percepita come patologica del padre….e per evitare il confronto, la maschera. L’ira è mascherata per lo più dai ‘vizi’. Queste donne sono talvolta alcolizzate o bulimiche o ipocondriache. Tutti segni di energia bloccata, autodestruente. Purtroppo insieme all’ira, viene nascosta anche la tenerezza e le lacrime e allora l’intimità con un uomo è vissuta in modo incompleto, spesso caratterizzato da apertura sessuale nei confronti di un partner oggetto e bersaglio però anche dell’ira. Di qui rapporti conflittuali caratterizzati dal rifiuto da parte dell’uomo di avere attrazione verso una donna che ne faccia oggetto d’ira di giorno e di desiderio sessuale la notte. Incanalare la rabbia è l’inizio della soluzione, quando non è troppo tardi per il rapporto in essere, oramai evacuato dalla fiducia reciproca.

 Oltre ad altri esempi di archetipi attivi nell’universo della conflittualità originaria irrisolta col padre, il libro accenna anche al problema del senso di colpa…che vorrebbe la donna più incline dell’uomo a questo vulnus e alla fine meno creativa dell’uomo poichè schiacciata nel ruolo di eterna fanciulla (Puer Aeternus) sottomessa passivamente al padre creativo e forte. Un uomo che si chiudesse tre mesi nello studio a scrivere un romanzo, non si sentirà mai oppresso dal senso di colpa per il trascurare la casa e la famiglia. Meno facile questo per la donna, schiacciata da secoli in ruoli solidi come roccia.   

(Carlo Anibaldi, 2013)

 

Immagine

IL COMUNE SENSO DELLO SCHIFO E DELLA PIETA’ (di Carlo Anibaldi)


Siamo in molti ad avere il culo più presentabile della faccia, ma esiste una normativa severa che si richiama ad un COMUNE SENSO DEL PUDORE, secondo cui la faccia la possiamo pubblicamente esporre ma il culo no. Ma se è vero che esiste questo ‘senso comune’, in verità molto mobile e difficilmente calibrabile sulle coordinate del cervello della gente tanto da definirne un qualsiasi ‘comune senso’, mi chiedo perchè il legislatore non abbia preso in considerazione altri ‘comuni sensi’. Il COMUNE SENSO DELLA PIETA’ ad esempio. Possiamo esporre pubblicamente foto di uomini ed animali seviziati e martoriati, ma non possiamo esporre il nostro o vostro bel culo sodo. Possiamo perfino postare su Facebook la foto della mamma or ora morta, ancora calda sul letto d’ospedale, ma non possiamo mostrare il nostro mirabile culo. E che dire del COMUNE SENSO DEL RIDICOLO? Offeso quotidianamente da tutti i media con l’esibizione istrionica di pregiudicati, inquisiti, magnaccia, puttane e ladri? L’offesa diventa poi insopportabile quando è rivolta contro il COMUNE SENSO DELLA VERGOGNA. Si ammette senza batter ciglio che la delicata pelle di una giovane donna debba essere messa al riparo da inestetismi quali allergie e rossori, anche a costo di seviziare e martoriare creature che non hanno meno diritti di noi su questo pianeta. Viene ammessa la sperimentazione su animali, perfino quelli domestici, anche per malattie non mortali o epidemiche, ed è cosa che per il legislatore non susciterebbe OFFESA AL COMUNE SENSO DI QUALCOSA, come per l’esibizione di grufolanti animali in doppiopetto, ma non al pari del mio culo, che invece pare offenda parecchio. Alla fine di questa chiacchierata i vorrei appellarmi ad un COMUNE SENSO DELLO SCHIFO, quotidianamente offeso per il confondere il comune senso dei sentimenti con il minimo comune multiplo dell’intelligenza, vale a dire lo slivellamento della società ai suoi valori più bassi, una rincorsa verso gli ultimi anzichè verso livelli evolutivi. (Carlo Anibaldi)

Immagine

Tributo d’Anima a Jung nel giorno del 52’anniversario di morte. Di Emanuele Casale (6/6/1961)


Jung Italia

image

Un giorno a me caro nel quale contemplare alcune cose del remoto e alcune cose del domani per riunirle nell’adesso, dove mi servono da bussola imprescindibile per orientarmi nel caos di cui ognuno, con sue modalità, ne abita gli ampi spazi fecondi. Oltre ad essere il mio compleanno è stato, già da diversi anni ormai, un giorno nel quale trovarmi ancora più vicino a Jung oltre la mera vicinanza dovuta agli studi sulla e della psiche nei quali lui è la base che lancia raggi ancora tuttora in un lontano futuro.

Il 6 Giugno 1961 Andava via da questo piano di realtà CARL GUSTAV JUNG, a casa Kusnacht, in piena serenità, circondato dai cari che gli avevano riempito la vita fino agli ultimi suoi giorni; lasc

View original post 1.284 altre parole

Ricchezza ed Accattoni (di Carlo Anibaldi)


Oggi parliamo di accattoni qua, sul muro del pianto. Roma sembra tornata al tempo del papa-Re, zeppa di elemosinieri in proprio, manco per conto del parroco. E così tutte le grandi città. Fino al ‘700 gli straccioni, i mendicanti, gli storpi, i pazzi, i malati, gli affamati, gli scheletri spolpati, erano organizzati in turbe, folle che sciamavano per le città europee dando loro un volto caratteristico, sporco, malato, vissuto fino all’indecenza…violento. Avevano un nome…di fantasia e sempre pittoresco, bande e capibanda, un linguaggio segreto, fino a farsi strada il concetto diseredato=ladro, assassino. La povertà come peccato, che insozzava solo ad averla vicino, lavacro dei sensi di colpa della borghesia nascente…che dava loro la monetina per mondarsi a poco prezzo l’anima. Talmente la dava questa monetina, che molti derelitti avevano un gruzzolo nel materasso sozzo e puzzolente. Particolarmente dopo le frequenti guerre per le pianure d’Europa, le città si riempivano poi di carne umana puzzolente, infetta, lurida. Ma nulla di questo fenomeno è a caso, infatti l’alternativa era la morte per inedia, fame, malattie…e allora si arrivava a storpiarsi, ferirsi, sporcarsi, lacerarsi i vestiti, pur di sopravvivere suscitando i sensi di colpa e la paura soprattutto, di chi aveva la ricchezza, che questi pezzenti mostravano loro come cosa precaria, non data a priori, ma casualmente. Paura quindi e si rendevano spaventosi ad arte. Nell’800 le cose cambiarono, complice del cambiamento le stragi che le malattie contagiose mietevano in queste affollate comunità di straccioni. Nacque la figura dell’accattone solitario…teatrale, meno vistoso come fenomeno, ma sempre mascherato da dimenticato da Dio che tutt’oggi funziona alla grande, tanto che sono tornate in Europa le organizzazioni in racket della miseria, che è sempre stato un buon affare. Non c’è governo o regime che possa eliminare l’accattonaggio, al pari della prostituzione, essendo parti costituenti della società. Le moderne città sono nate e si sono sviluppate su accattonaggio, prostituzione, miseria dei diseredati. Sui loro tuguri putrescenti e le loro malattie invalidanti ed immiserenti…e non c’è modo di enucleare il neonato dall’adulto che si pensa divenuto, apparso, senza radici. Che cosa allora fa girare il mondo? Come siamo arrivati dallo scaldarci intorno al fuoco acceso in una grotta umida allo scrivere poesie? Solo grazie al nostro potente cervello e dunque non servircene può solo contribuire alla stagnazione di “inclinazioni” naturali, come quelle di cui abbiamo qua parlato stamattina…e che gli storici si affannano a dimostrare come fenomeni di “crescita” della società…ma sono solo fenomeni di dimostrazione della stagnazione, che ritorna sempre, al pari di un cesso otturato, prima o poi ci riempirà di escrementi la casa.

(Carlo Anibaldi, marzo 2014)168595_1837541902023_1344765032_2062730_8067791_n

Le ‘Finestre Decisionali’ di Laszlo


SIAMO AL CENTRO DI UNA FINESTRA DECISIONALE, TUTTO E’ ANCORA POSSIBILE  [recensione di Carlo Anibaldi al punto del Caos, di Laszlo] I sintomi di una decadenza inesorabile ci sono tutti, non solo in Italia. Incertezza economica, potenzialità delle nuove generazioni inferiori a quelle delle vecchie, vilipendio delle risorse ambientali, esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili, valori relazionali impoveriti, allargamento della forbice delle diseguaglianze sociali, preponderanza di valori non aggreganti. Verrebbe da allargare le braccia. Cosa può il singolo di fronte a fenomeni di tale portata? In soccorso ci viene la Fisica moderna, strano ma possibile, a detta di parecchi studiosi. Da pochi decenni siamo entrati in una nuova era della Fisica. Siamo, senza accergercene troppo, entrati nella terza fase, quella della Fisica olistica. Al tempo di Newton si posero le basi della fisica moderna e si affermò una visione meccanicistica dei fenomeni, le leggi della termodinamica e la fisica dello spostamento delle masse cambiarono il mondo e diedero vita alla Rivoluzione Industriale, con tutti i cambiamenti sociali connessi alle nuove scoperte. Einstein e i fisici del suo tempo aprirono la seconda Era della Fisica, quella relativistica e quella dei quanti. La scoperta della non assolutezza di tempo e spazio e che la velocità della luce non era il massimo concepibile, ma un ventimillesimo di quanto possibile in natura, aprì nuovi orizzonti al modo di pensare il creato e le creature, l’energia e lo spazio. Oggi siamo nella terza Era della Fisica, chiamata olistica o non-local, poichè con esperimenti si è potuto dimostrare che il micromondo sub-atomico e il macromondo dell’Universo rispondono a leggi che non potevamo nemmeno immaginare: non esistono sistemi chiusi, ad esempio un cavallo è un sistema, il fiume un altro, l’uomo un altro ancora e poi la montagna, le nuvole, il passato, il futuro, la foresta, la città e così via all’infinito in un Universo separato al suo interno e costituito da sistemi indipendenti.  Semplificando un po’, si può oggi dire che l’Universo e tutto il suo contenuto sono ‘non localizzati’, nel senso che l’aggregazione delle particelle a formare due individui, non è cosa definitiva e assoluta. Sono stati compiuti esperimenti su gemelli, all’inizio, e s’è fisicamente dimostrato che la ferita inferta ad un gemello causava dolore all’altro, indipendentemente dalla distanza e consapevolezza. Altri esperimenti sono stati condotti nel mondo vegetale. La spiegazione a questi fenomeni di teleportazione non poteva che essere olistica, vale a dire che nell’Universo tutto è connesso e interscambiabile a livello subatomico e quello che appare separato e diverso nel mondo che vediamo, è invece ricco di mediazioni e connessioni nel mondo sottile, con scambio continuo di particelle, fisiche e/o energetiche. Una tale visione delle cose sposta parecchio in avanti le nostre conoscenze o almeno la possibilità di conoscere i fenomeni, quali i disastri ambientali, quelli di recessioni economiche globali, di crollo e nascita di modelli, di fenomeni naturali apparentemente inspiegabili, di stati “d’animo” collettivi. Molti individui ‘sensibili’ soffrono in prima persona per una deforestazione o per l’oppressione di una dittatura su un popolo lontano. Moltissime persone hanno sofferto per l’Olocausto, perpetrato 60 anni prima a danno del popolo ebraico, come fosse cosa attuale e vicina fisicamente. I fenomeni di sfregio alle leggi della Natura, sia quella fisica che quella che concerne i sentimenti profondi degli esseri umani, possono subire compressioni che durano decenni, ma poi si apre un momento detto ‘finestra decisionale’ che precede di poco il Punto del Caos. Dopo quel punto è possibile uscirne alla grande o precipitare. Alla luce delle scoperte del nuova fisica, sembra proprio che i destini del mondo siano in mano alle singole nostre microenergie, che tutte insieme determinano il fenomeno. Ma sentiamo cosa ci dice in proposito un cervello davvero brillante che è una punta avanzata dell’Umanità, il prof. Ervin Laszlo, il maggior esperto mondiale di Teoria dei sistemi e Teoria Generale dell’Evoluzione: “In una finestra decisionale, i singoli individui possono creare coscientemente le piccole ma potenzialmente potenti fluttuazioni che potrebbero ‘far saltare’ e decidere il percorso evolutivo che sarà adottato dalla loro società. Possono far pendere il sistema verso un’evoluzione in linea con le loro speranze e aspettative. Allora il Punto del Caos non sarà necessariamente portatore di un collasso globale. potrebbe essere l’araldo, l’annuncio del salto verso una nuova civiltà…..Dove andremo, spetta a noi deciderlo”. [Carlo Anibaldi – rev.2014]

COMPAGNO DI VIAGGIO – Racconto breve di Carlo Anibaldi


La nebbia a Venezia non è certo una rarità in questa stagione, ma non avevo mai visto nulla di simile. Sono oramai cinque giorni che si vive in un gomitolo di lana candida, sono spariti il giorno e la notte, il sole ed i colori, anche la gente allegra sembra sparita in quel gomitolo, ma soprattutto è sparita l’autostrada ed è per questo che mi trovo a passeggiare in Piazzale Roma in attesa del treno che mi porterà a Verona.

Il mio orologio, e null’altro per la verità, dice che è oramai giorno fatto, ma sul piazzale e nell’atrio della stazione si contano solo pochi viaggiatori infreddoliti.

L’atmosfera di questo giorno che è cominciato non mi piace per niente, c’è però di buono che non ho difficoltà a trovare una sistemazione in treno: lo scompartimento è addirittura vuoto come pensavo capitasse oramai solo sui trenini di provincia o in certi film quando serve alla scena.

Non è un viaggio lungo fino a Verona, ma dato che sono solo e di cattivo umore, provo a dormire un po’. E’ una questione di pochi minuti, credo, quando l’aprirsi della porta dello scompartimento mi fa sobbalzare: un uomo alto, ben vestito, suppergiù della mia età, posa una valigetta sul sedile e mi porge la mano nell’atto di sedersi di fronte a me.

Esordisce con un cenno del capo ed un sorriso cordiale.

– Salve, spero di non aver disturbato, ma io non amo viaggiare in solitudine e questo treno è davvero deserto. Mi chiamo Adriano e, se non è un problema, potremo conversare un po’ dandoci del tu, uso solo quello io….

– No…..Nessun problema… certo. Di cosa ti occupi? Viaggi per lavoro?

– Diciamo pure per lavoro, certo. Vado a Milano per la presentazione di un libro in una libreria del centro. Sei anche tu diretto a Milano?

– Verona, vado a Verona per un problema di forniture di materiali. La mia fabbrica è praticamente ferma, inutile telefonare, devo rendermi conto di persona di quello che succede. Tu vendi libri, se ho capito bene …..

– Sarà la libreria, spero, a vendere il libro, io l’ho scritto e ora vado a presentarlo al pubblico.

– Presentalo intanto a me, questo libro, così ti ripassi il discorso e poi mi ricorda la gioventù questa faccenda dei libri, perché io, sai, sono di quei pochi che i libri non li scrive …. e da parecchi anni nemmeno li legge. Chi mi da il tempo di leggere libri? Figurarsi scriverli, i libri ! E poi cosa ci potrei scrivere dentro un libro? Che il fisco mi strozza, gli operai mi mandano in bestia con le loro pretese, il Governo se ne infischia di noialtri e il fegato mi scoppia? E il tuo libro, invece, di che tratta?

– Io faccio parte di un gruppo di lavoro che esplora nuove possibilità per la soluzione di problemi antichi, abbiamo qualche idea che ci sembra buona e questo libro è un modo per aprire un dibattito e confrontare le opinioni.

– Scusa la franchezza, ma io sono un uomo pratico, abituato a lavorare sodo, lontano dalle chiacchiere fumose che fanno in televisione, in poche parole: io mi alzo presto la mattina e produco materiale elettronico per l’aeronautica, tu ti alzi la mattina e che cosa produci?

– Una risposta potrei azzardarla, ma temo che sul termine “produzione” dovremmo chiarire …..

– Ho capito, è già tutto chiaro, ora ti spiego con parole mie: io lavoro da una vita a schiena curva ed ho prodotto un sacco di cose; e sai perché l’ho fatto? Per far stare quelli come te, nulla di personale, per carità, quelli come te, dicevo, a schiena diritta, col naso per aria a pensare cosa scrivere in un libro per altri come te!

– C’è qualcosa di vero in quello che dici a proposito delle nostre schiene. Anche di questo scrivo nel libro ….

– Sarebbe a dire?

– Mi riferisco alla possibilità di vivere e lavorare tutti in modo diverso, senza curvarsi su se stessi, infatti ….

– Non c’è modo di lavorare sodo a schiena diritta! Sarebbe il Paese dei Balocchi. Ti illudi.

– E se fosse tutto da rivedere? Sai meglio di me che un motore per quanto sofisticato e potente , rende poco e consuma molto se il carburante ed il lubrificante sono sbagliati e ti assicuro che sono oramai suonati tutti i possibili campanelli d’allarme e, a meno di essere sordi ….

– Non v’è dubbio che nella tua testa ci sono campanelli che suonano all’impazzata, ma se tu provassi a spegnere un momento il carillon e ti guardassi intorno, ti accorgeresti che siamo immersi nel benessere creato dal lavoro duro: tutti ci spostiamo con facilità… automobili, treni, aerei; tutti abbiamo case ben riscaldate, con telefono, computer e carte di credito; la vita è più facile per tutti, caro mio, altro che campanelli! Tu non ti rendi conto di come si viveva solo quaranta o cinquanta anni addietro. Tutto questo lo dobbiamo al lavoro, quello onesto e … a schiena curva, naturalmente!

– Sono troppi anni che stai a schiena curva ed oramai vedi con chiarezza solo la punta delle tue scarpe! Io ho il massimo rispetto per il lavoro onesto, tuo e di tutti, quello che invece porto in discussione è la logica viziosa che schiaccia anche le buone cose, ma certo dovrai alzare un po’ la testa per rendertene conto.

– Spiegati meglio, Professore !

– L’elenco dei beni e servizi che hai fatto ci ha reso indubbiamente la vita più comoda, potrei azzardare che insieme alla comodità non è aumentata la serenità, il rispetto di sé e degli altri: il tuo fegato sul punto di scoppiare sta lì a dirti che negli ultimi trent’anni, in definitiva, non ci hai guadagnato poi molto; potrei anche tentare di farti notare che oltre le nebbie della Padana c’è un tre quarti di mondo che del telefonino e delle carte di credito non sa che farsene, a meno che non siano cose buone da mangiare….. potrei dirti queste e molte altre cose, ma non è tanto di questo che vorrei discutere con te, quanto piuttosto ……

– Un comunista, un Professore comunista, ecco con chi mi tocca viaggiare oggi! Del resto che potevo aspettarmi da una giornata cominciata così male, questa nebbia poi ….

– La nebbia, si, dici bene …. Se non fosse per questa nebbia a quest’ora staresti sfrecciando sull’autostrada con la tua Mercedes con telefono, gongolandoti con le tue quattro idee oramai inutili! T’è toccato invece confrontarti con altre idee ed eccoti pronto ad erigere barriere pseudo politiche; non cadrò in questa tua trappola della discussione “politica” , la tua è la politica che divide, io sono per una politica che unisce e che serva ….

– Ma di che trappola cianci, quali barriere! Ho affrontato ben altro nella mia vita che una discussione con un comunista! Che sarebbe poi questa storia delle mie quattro idee inutili ?

– Nulla di personale, non devi prendertela. Io so che sei in buona fede, onesto e leale, è solo che il mondo non andrà meglio esasperando, tirando oltre ogni ragionevole limite, le idee che erano buone negli anni trenta o prima : occorrono idee nuove, di quelle che fanno fare un giro di boa, oppure pensi, ad esempio, che dopo la carrozza con tiro a sei cavalli, il progresso sarebbe stato inventare il tiro a dodici ? No! Il progresso vero fu l’invenzione della macchina a vapore ! Egoismo, cinismo, sopraffazione, disprezzo per la vita, in tutto questo sono degenerate alcune buone idee dell’inizio di questo secolo che è da poco finito. Io credo che tutto ciò possa cambiare: serve un allargamento della coscienza….

– Belle parole ! Ma tu lo sai che oggi, alla fine di ogni discorso realista c’è il danaro e ti assicuro che senza danaro non si muove nulla . Il danaro non è servo , ma padrone con molti servitori e , che ci piaccia o no , uno di questi è la logica del profitto; tanto più questa logica è serrata, tanto più danaro per far girare il mondo c’è !

– Purtroppo quello che hai detto è oggi in parte vero ed è grazie a riflessioni di questo tipo che sono giunto alla conclusione che siamo all’interno di un circolo vizioso che non porta più da nessuna parte, in quanto lo sai bene anche tu che è ben altro che fa girare il mondo ……

– E’ un discorso da Oratorio Salesiano questo. Abolire la logica del profitto significa niente più danaro che circola, le fabbriche si fermano, le luci si spengono e ci incontriamo tutti intorno al fuoco a leggere il tuo libro !

– Quello che dici sembra vero esattamente come sembrava vero il discorso del proprietario terriero della Virginia di più di un secolo fa:”Dare ai negri un salario , abolire la servitù ! Tutte idiozie ! Sarebbe la rovina per tutti, negri compresi.” Anche il lavoro dei bambini nelle miniere inglesi della fine del secolo scorso appariva un caposaldo dell’economia mineraria di quel tempo. I sostenitori di queste tesi erano senz’altro brave persone come te, ma le loro idee stavano oramai invecchiando con loro e invece i tempi nuovi si stavano affacciando con la forza di una diversa e più ampia coscienza: inutile opporsi, inutile sottrarsi, la scelta possibile era ed è solo una e sempre la stessa: partecipare al processo evolutivo o rimanerne tagliati fuori.

– Insomma, se ho capito bene, i tuoi campanelli ti dicono che siamo a ridosso di una svolta epocale ed io starei qui a far da zavorra dell’umanità.

– Se fosse così , sarebbe in fondo semplice e non varrebbe la pena parlarne. Il problema è che senza di te non ci sarà nessuna svolta, ma solo la deriva, verso chissà cosa….

– Non pensavo di essere così importante. Dunque è per quelli come me che hai scritto il tuo libro !

– Presto o tardi arriverà fino a te, tuo malgrado e per strade che nemmeno immagini.

– Il Professore è anche Profeta !

– Ma non capisci che ora non si tratta di colonialismo, schiavitù o lavoro minorile? Ora si tratta di liberare noi stessi: liberi da…. piuttosto che liberi di …. e in ciò ci aiuterà solo la nostra personale presa di coscienza.

– No, fermati, fammi capire … Come puoi sostenere che io non sia padrone di me stesso, e quand’anche fosse, come può la mia liberazione interessare le svolte dell’umanità ?

– Tu devi essere di quelli che credono sia stato Cesare, Carlo Magno, Napoleone, Hitler e pochi altri a determinare le svolte epocali, come le chiami tu, che dalla preistoria ci hanno portato fino ad oggi. Questi personaggi hanno avuto la straordinaria opportunità di determinare gli eventi di interi popoli ed hanno per questo scritto la Storia degli eventi, ma la storia dell’evoluzione della Coscienza la scrive gente come te e me …. e se ci sarà o meno ancora un Hitler a scrivere un altro pezzo di Storia dipende anche da te. Capisci ora per chi l’ho scritto il mio libro ?

– E va bene, smettiamo di aggiungere cavalli al tiro della carrozza e inventiamo la macchina a vapore ! Hai qualche idea ?

– Le idee nuove non si fanno strada finché siamo attaccati a quelle vecchie, è una questione affettiva, irrazionale, che prescinde dalla bontà delle une o delle altre . Per prima cosa è quindi importante entrare in una fase di stanchezza rispetto ai propri ritmi; poi è necessario riconoscere come ingannevole la sicurezza che ci dà il percorrere strade conosciute, solo a questo punto, che potremmo chiamare ” ritorno al punto zero ” , siamo pronti a dare uno sguardo di là dal muro ed accorgerci che c’è tutto un mondo che aspetta i nostri primi passi, un mondo dove gli alberi nascono, crescono, danno fiori e frutti e poi accettano di rinsecchire e tornare alla terra, perché questo è l’ordine delle cose: non c’è tristezza, depressione, angoscia e paura se comprendi di cosa sei fatto e non pretendi di fiorire per l’eternità!

– Forse mi sbaglio , ma cose di questo genere non le ha già dette meglio di te qualcun altro ? San Francesco, tanto per fare un esempio fra i tanti ?

– Infatti la novità non è in quello che dico, ma nel fatto che sono io che ne parlo con te; io che certo non sono San Francesco ne parlo a te che non sembri per niente beneficiare della vocazione francescana. Capisci la straordinaria novità ? Gente comune come noi sente pulsioni spirituali ed evolutive delle nostre condizioni! Il Terzo Millennio ci mette a portata di mano quella coscienza di noi stessi, di tutto quanto siamo, che solo pochi secoli fa era esclusivo privilegio di santi, santoni, alchimisti e profeti.

– Intuisco che le cose che dici non sono del tutto scemenze, ma resta pur sempre il fatto che la vita di noi tutti è fatta per lo più dalla maledetta quotidianità, quella secondo cui ti devi alzare presto per andare a lavorare o a cercare lavoro, quella che se non sei furbo ti mangiano in un boccone, quella che se ti viene l’ulcera, e ti viene, devi andare dal dottore, quella che se non stai attento non arrivi al ventisette, quella ……

– quella che ti uccide ! E’ evidente che questa quotidianità dopo averti impoverito lo spirito ti annienterà letteralmente e il peggio è che avrai pure tanti rimpianti per tutto quanto hai tralasciato: vivere la totalità del tuo essere.

– Quello che dici ha il sapore agrodolce dell’utopia e per questa ragione nasconde un pericolo: il cinismo non è forse figlio del naufragio di facili illusioni?

– Le facili illusioni le incontri se percorri strade spianate da altri, ma se hai faticato e pagato di tua tasca per aprirti un varco che ti ha condotto più avanti, se hai un po’ sofferto per allargare la tua coscienza, ebbene a quel punto il nuovo orizzonte che ti si para davanti sarà tuo e parte di te più delle tue mani o dei tuoi occhi, altro che illusioni … indietro non si torna più.

Il rumore secco della porta scorrevole mi fa trasalire.

– Biglietto, signore. Biglietto per favore.

– Dove siamo ….. Devo essermi addormentato intanto che conversavo. Dov’ è andato Adriano ? Ha visto un signore alto, distinto, uscire dallo scompartimento? Magari è sceso a una stazione….

– Tra dieci minuti saremo a Verona e posso assicurarle che ha viaggiato solo: ero seduto qui fuori e non ho visto nessuno entrare o uscire. Ha dormito e ….. forse ha sognato. Arrivederci.

(Carlo Anibaldi)

DECRESCITA RESPONSABILE ovvero LATOUCHE IN SINTESI


A guardarla giorno dopo giorno sui giornali e sui telegiornali questa ‘crisi’ mondiale, siamo nostro malgrado tentati di seguirla passo passo, tra slogan, paure, domande e speranze, entrando in discorsi ristretti che tolgono l’aria e la visione d’insieme.  E allora ci ritroviamo a cercare un ‘salvatore’…ora individuato in un economista di fama, ora in un novello masaniello. Proviamo invece a considerare il mondo come un laboratorio, come alla fine è. In un laboratorio i fenomeni si osservano e la loro interpretazione non è lasciata ai dilettanti e ai ciarlatani.

Diagnosi. “La disintegrazione del tessuto industriale distrugge la solidarietà nazionale e aumenta la distanza tra la media statistica e la variazione reale dei livelli e dei modi di vita. Le disuguaglienze aumentano a tutti i livelli. In ogni Paese, così come su scala mondiale, si dilatano le distanze fra i più poveri e i più ricchi, raggiungendo proporzioni inaudite**.

–  Effetti a breve. “Il controllo, provvisoriamente rimpiazzato da una politica industriale alla ricerca dei suoi principi, tende a perdere ogni consistenza. La crisi dello Stato sociale e lo smantellamento dei sistemi di protezione sociale conducono semplicemente alla crisi dello Stato tout court. La spoliticizzazione dei cittadini e la sostituzione delle istituzioni politiche con organi amministrativi finiscono con lo svuotare lo Stato-nazione del suo contenuto**.

–  Effetti a medio-lungo termine. “La deterritorializzazione economica e sociale non sfocia tanto in un nuovo ordine internazionale, o anche in un ordine mondiale, quanto in un disordine, nel caos. Questo disordine è già in atto in molti paesi semi-industrializzati. Un ministro brasiliano ha detto a proposito della regione di Sao Paulo: “E’ una Svizzera circondata da venti Biafra“. Questo tende a diventare vero su scala planetaria. Laddove c’è un’impresa, un impianto industriale, commerciale, un centro di ricerca, che sia a Singapore, nella Silicon Valley o nel Katanga, lì regneranno una relativa prosperità, una società di consumi, o addirittura un sostituto regionale dello Stato sociale. Laddove non c’è mai stato nulla, laddove imprese o uffici hanno chiuso i battenti, al Nord come al Sud, emergono o persistono miseria e povertà senza protezione sociale di alcun tipo e senza solidarietà. In questo mondo a macchia di leopardo la politica scompare, mentre l’amministrazione e la burocratizzazione si rinforzano, e gli apparati di polizia diventano autonomi per gestire tensioni spersonalizzate**.

Rimedi. La società post-industriale era immaginata come la società del futuro, basata sui servizi, ad ogni livello…. ed i beni, quelli attualmente prodotti nelle fabbriche, sarebbero stati forniti dall’attuale terzo mondo in espansione economica. Ma le cose non sono andate come previsto, poichè i modelli non hanno tenuto conto del fattore A…Avidity…che avrebbe dovuto essere sotto controllo costante grazie ad una legislazione ad hoc. Ma il legislatore, ovunque, s’è mostrato succube del potere finanziario e sappiamo come è andata a finire. I rimedi suggeriti dall’osservazione del laboratorio-mondo sono dunque orientati al contrario esatto di ciò che lo sta portando al disastro, e cioè indirizzati alla decrescita e alla localizzazione intesa come non globalizzazione, che abbiamo visto lasciare indietro interi pezzi di mondo, e ovviamente all’abolizione del PIL come strumento per la misura dl benessere, che in una visione olistica degli esseri umani è davvero l’ultima cosa da considerare.

La decrescita responsabile è un concetto filosofico prima che economico e dunque non può essere imposto per legge, ammesso che appaiano sulla scena legislatori tanto lungimiranti, e dunque necessita di farsi strada nei singoli come la Weltanshauung del terzo millennio, un vero capovolgimento della visione del mondo…il solo modo per salvarlo dal disastro incombente, dove la guerra nucleare dei nostri incubi è solo una metafora del NWO, il Nuovo Ordine Mondiale che alla fine farà solo un gran cumulo di macerie..

[ Carlo Anibaldi – 2012]

Serge Latouche

Bibliografia **Serge Latouche (Vannes, 12 gennaio 1940) è un economista e filosofo francese, sostenitore della decrescita conviviale e del localismo, intese come le sole attività in grado di fornire i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni delle persone nella società post-industriale.

12 Dicembre 1969 VERITA’ NASCOSTE


12 dicembre 1969 – Strage di Piazza Fontana. Dopo 42 anni è ancora “una Verità Nascosta”

Cosa allora si potrebbe scrivere sulla lapide delle vittime di quella odiosa strage? E su

quelle delle vittime delle tante altre stragi senza giustizia di quegli anni? Queste lapidi

sono bianche e immacolate, di marmo vergine, o tali dovrebbero essere, perché solo

quando le vittime avranno giustizia ci sarà un epitaffio da incidere.

Le celebrazioni delle ricorrenze storiche portano con sé il ricordo di quanti, coinvolti nell’evento, hanno perso la vita perché l’evento si dispiegasse. La Storia procede con un susseguirsi di immagini, non a caso il più delle volte cruente, a causa dei forti radicamenti che si vanno a sconvolgere; è dunque per l’aprirsi di nuovi scenari che gli eventi divengono Storia. Non è questo il caso, poiché questa non è Storia, ma una Verità Nascosta.

Sono molti coloro che datano l’inizio della cosiddetta ‘strategia della tensione’ o degli ‘opposti estremismi’ al 12 dicembre 1969, il giorno dell’esplosione della bomba alla BNA di Piazza Fontana a Milano, ma altrettanti sono convinti che questa datazione sia arbitraria ed emotiva, facendo infatti risalire l’inizio dei ‘Misteri d’Italia’ a qualche anno prima, quando ‘cadde’ l’aereo di Enrico Mattei, se non addirittura al 1° Maggio 1947, giorno della strage di Portella della Ginestra. La difficoltà di datazione di questo periodo oscuro della Storia d’Italia è probabilmente dovuta al fatto che la storia stessa della Repubblica è, fin dai primi giorni di vita, connessa alla storia dei nostri servizi di Intelligence che, come ogni Servizio di questo genere, non hanno, per definizione, la trasparenza fra i valori fondanti.

Molti sono gli autori, giornalisti, osservatori e storici, che hanno scritto di questa orribile strage e del lunghissimo iter giudiziario che ne seguì. Quello che vogliamo invece fare qui oggi è rivolgere un pensiero alle vittime innocenti e ai loro familiari e cercare di vedere l’evento dal loro punto di vista, per quanto possibile.

Le vittime di eventi bellici o rivoluzionari e perfino le vittime di incidenti di ogni tipo ed i loro familiari, si fanno alla fine una ragione, se così mi posso esprimere, di quanto accaduto, secondo una scala di consapevolezza che va dal futile all’eroico, passando per una moltitudine di situazioni intermedie che alla fine sono quelle sintetizzate negli epitaffi.

Ma cosa è umanamente misericordioso e sensato scrivere sulla lapide delle vittime di quella odiosa strage? E in quella delle vittime di altre stragi di quegli anni, che a centinaia non hanno potuto avere giustizia né comprensione terrena? Se mai esistesse un’altra forma di giustizia, a quella varrebbe la pena di affidarsi, ma temo non ci sia nulla oltre la legge del contrappasso, talvolta. Questa è la vera pagina nera di questa Repubblica: ci sono dei morti, tanti morti, che non sono né partigiani né fascisti, né rivoluzionari né oppressori, né guardie né ladri e al tempo stesso ci sono degli assassini che non sono finiti nella polvere, né in galera né davvero liberi, se mai hanno avuto una coscienza.

Queste lapidi sono bianche e immacolate, di marmo vergine, o tali dovrebbero essere, perché solo quando le vittime avranno giustizia ci sarà un epitaffio da incidere. Nel corso di vari processi penali è alla fine affiorata la dinamica scellerata dell’attentato e qualche manovale della morte e del dolore ha vissuto i suoi ultimi anni in prigione, ma questi processi sono stati utili, alla fine, per dare non giustizia, ma consapevolezza delle dinamiche e, attraverso queste, visione del disegno, questo sì, eversivo della volontà popolare. Come tutti sappiamo, fu all’inizio seguita, o meglio, creata, una ‘pista anarchica’ che vedeva la cellula anarchica milanese del Ponte della Ghisolfa, rappresentata dal ferroviere Giuseppe Pinelli, come l’ideatrice ed esecutrice dell’attentato alla BNA, insieme a quello che avrebbe dovuto dispiegarsi nelle stesse ore alla Banca Commerciale e che non produsse un’esplosione ed altri attentati dinamitardi che in quel giorno, fra Roma e Milano nell’arco di una cinquantina di ore, si verificarono. Queste cellule anarchiche, come ogni movimento di questo tipo in Italia e nel mondo, perseguono attentati dinamitardi dimostrativi, contro ogni potere costituito che limiti le libertà fondamentali dell’individuo.

Ideali di violenza, senza meno assai discutibili, ma che per statuto fondante, mai avevano avuto lo scopo di spargere sangue ritenuto innocente. Dunque l’accusa fatta al Pinelli di aver organizzato un attentato tanto sanguinoso, col concorso della cellula romana, rappresentata da Pietro Valpreda, sconvolse a tal punto Giuseppe Pinelli, che durante un drammatico interrogatorio nei giorni successivi alla strage, alla Questura di Milano, cadde, non si sa quanto volontariamente o in seguito a malore, dalla finestra e ne morì. Questa la versione ufficiale della Questura. La contestazione alla versione ufficiale fu talmente accesa da parte degli ambienti dell’estrema sinistra legati all’organizzazione Lotta Continua, che ne scaturì la morte violenta del commissario Calabresi, ritenuto da questi il responsabile della morte, non creduta accidentale o suicidaria, del Pinelli.

Nel corso di un ventennio di udienze in diversi processi, emersero circostanze incredibili. L’attentato doveva essere dimostrativo come altri in quel periodo, e fu organizzato dagli anarchici per un orario successivo alla chiusura della banca, ma infiltrati neofascisti dell’organizzazione Ordine Nuovo raddoppiarono la borsa e dunque le bombe, all’insaputa degli anarchici e oprattutto ne anticiparono lo scoppio in un orario di apertura al pubblico.

Le carte processuali ci dicono anche di depistaggi, pedinamenti e infiltrazioni organizzate da fronde deviate dei servizi di intelligence. La data del 12 dicembre fu scelta in coincidenza con un viaggio a Milano dell’anarchico Valpreda. Un sosia del Valpreda fu fatto scendere da un taxi davanti alla BNA con una borsa. Testimonianze incrociate portarono all’arresto di Valpreda e alla sua incriminazione. Ma questo era solo il primo atto di una marcia di avvicinamento alla verità che durò un ventennio, senza peraltro produrre certezze processuali definitive sui mandanti occulti e sui loro inconfessati scopi eversivi.

In questo 41° anniversario della strage, nel ricordare le diciassette vittime, il nostro pensiero va a questo modo di ‘diventare Storia’, un modo che toglie anche la dignità alla morte, che dissolve persone incolpevoli in una nuvola rovente e densa di verità nascoste.

Questa nuvola è tutta italiana e purtroppo arriva da lontano, da quel dopoguerra che da noi è stato il più lungo del mondo intero. Un dopoguerra che per vili ragioni di realpolitik non ha potuto trovare pace, poiché non ha del tutto escluso dalla vita civile e dalle Istituzioni, personaggi e burocrati del disciolto partito fascista e della Repubblica di Salò, che per nulla avevano in animo amore per questa nuova Nazione, facendone anzi, in varie e documentate circostanze, i fondatori e gli alti funzionari dei neonati Servizi di Intelligence. Queste furono le scellerate premesse da cui derivò un sessantennio di Misteri d’Italia, che passano impuniti per la morte di Enrico Mattei, Mauro De Mauro, Pierpaolo Pasolini, Mino Pecorelli ed altri e che oggi ci costringono a commemorare queste ed altre vittime senza ‘parte’, senza ‘causa’, senza barricate, senza ideale o bandiera, di fronte alle quali altro non possiamo fare che chinare il capo per la vergogna.

Carlo Anibaldi

LA TEORIA SUBCELLULARE DEL PIACERE di Carlo Anibaldi


Al primo sguardo appare una teoria biologica avanzata quella di cui andiamo a parlare, ma è in realtà una intuizione economica di quelle che in tempo di crisi possono essere utili e che spero mi faccia vincere il Premio Nobel per l’Economia e pure quello della Pace, perchè no, così io pure sono apposto.

 Sappiamo che la nostra unicità nell’universo mondo ci è conferita dall’unicità del nostro DNA, passata, presente e futura, scoperta assai recente questa…neanche sessant’anni. Sappiamo anche qualcosa della teoria degli insiemi e delle nuovissime scoperte della fisica di terza generazione, detta della “delocalizzazione” o “non local”. In quest’ultima si sostiene, con poche prove che non siano solo teoriche a dire il vero…sinora, ma piuttosto consistenti (del resto le ‘prove’ della veridicità delle teorie della Relatività di Einstein vennero molti anni dopo il ritiro del Nobel…..). Questi scienziati dicono che è sbagliato sostenere che in natura i sistemi siano ‘chiusi’, senza interscambi come riteniamo sino a tutt’oggi…e cioè che io sia un sistema, il mio unico lettore un altro sistema, il cagnolino qua sotto un terzo sistema e così via. Nella fisica “non local” infatti si sostiene che i sistemi non siano chiusi ma ‘aperti’ e in continua comunicazione tra loro tramite particelle subatomiche che si spostano incessantemente tra un sistema e l’altro senza problemi di confini, limitazione di spazi e di tempi…insomma siamo immersi in un unico enorme sistema che percepiamo suddiviso in miriadi di unità incomunicanti e assolutamente ‘diverse’ in tutto. Un discorso che per questi fisici suona veritiero quanto quello di un miliardo di granelli di sabbia che vogliano ad ogni costo sentirsi cosa diversa da una spiaggia. Abbracciando queste teorie trovano invece facile spiegazione fenomeni che oggi ci appaiono misteriosi…mi riferisco alle veggenze, le premonizioni fra gemelli, ma anche le catastrofi naturali e quelle umane collettive…presagite da milioni di persone alcuni anni prima dello scoppio della prima e seconda guerra mondiale (resoconti di psicanalisti su una infinità di pazienti di allora, parlano chiaro su questo punto). Se insomma i sistemi sono aperti e comunicanti, allora la comunicazione va ben al di là di quanto sinora supponiamo…poichè è quantomeno bizzarro pensare che alle particelle subatomiche serva il telefono per passarsi le notizie, più facile sarebbe ammettere che sappiamo quasi nulla sulle comunicazioni di informazioni a tali livelli.

A farla breve io alla fine ritengo che il DNA contenuto in ogni nostra cellula nucleata contenga molto più delle informazioni sulla nostra unicità biologica, ma abbia la possibilità di scambiare informazioni con ogni altra unicità …e se ammettiamo che il sistema Pinco Pallino non sia chiuso, allora non sarà necessario che tutto l’insieme faccia esperienze, ma sarà sufficiente che le faccia un suo componente.

Questa teoria chimico-fisico-biologica nonchè psico-antropologica, promette di diventare anche una importante Teoria Economica che dopo le tre Rivoluzioni Industriali non ha visto nulla di parimenti destrutturante il sistema conosciuto. Mi riferisco alle infinite possibilità di risparmio in tema di Felicità e Piacere e dei costosi mezzi per procurarselo.

Con poca spesa potremmo infatti recarci al più vicino aeroporto internazionale e con noncuranza lanciare un capello estirpato alla radice su ogni valigia diretta ai nastri trasportatori, a loro volta diretti agli aerei in partenza per tutto il mondo…ed attendere fiduciosi le informazioni che vogliano rimandarci dei magnifici viaggi che saranno dunque esperienza condivisibile…a patto di mettere a punto un buon ricevitore di informazioni subcellulari e anzi subatomiche…ma a questo penseranno i tecnici. Non è infatti stato compito di Einstein costruire la bomba atomica e caricarla su un aereo…lui ha solo indicato che era possibile.

Alla stessa maniera io aspetto paziente la conferma a queste teorie e nell’attesa del Nobel nel tempo libero lancio capelli all’aereoporto, e al supermercato quando ho fame e dal parrucchiere sotto casa quando ho desiderio di sapere di più sulle donne.

[Carlo Anibaldi 2012]

ALLE ORIGINI DEL MUOS


Informiamoci almeno delle ‘Cose Nostre’….

29 settembre / 5 ottobre 1944 – Strage nazifascista di Marzabotto (eccidio di Monte Sole), circa 1800 vittime (R.I.P.) OMAGGIO


«  Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana.  »
( Salvatore Quasimodo, epigrafe alla base del faro monumentale che sorge sulla collina di Miana, sovrastante Marzabotto)

« La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché mai più il nazifascismo risorga. »
(Lapide del cimitero di Casaglia)

L’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, dal maggiore dei comuni colpiti) fu un insieme di stragi compiute dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio di Marzabotto e nelle colline di Monte Sole in provincia di Bologna, nel quadro di un’operazione di rastrellamento di vaste proporzioni diretta contro la formazione partigiana Stella Rossa. La strage di Marzabotto è uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche in Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale.

Dopo il Massacro di Sant’Anna di Stazzema commesso il 12 agosto 1944, gli eccidi nazifascisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati. Ma il feldmaresciallo Albert Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo la brigata Stella Rossa, e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che la appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito delle rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno 1944.

Capo dell’operazione fu nominato il maggiore Walter Reder, comandante del 16º reparto corazzato ricognitori (Panzeraufklärungsabteilung) della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. «Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Panico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata di tutto e di tutti.

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse tra le quali 50 bambini. Fu l’inizio della strage. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.

Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il bilancio delle vittime civili si presentava spaventoso: oltre 1800 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie; solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.

I processi per crimini di guerra

Al termine della guerra Walter Reder fu processato e nel 1951 condannato all’ergastolo, ma in seguito graziato su intercessione del Governo austriaco. Morì a Vienna nel 1991.

Nel 2006 ha avuto inizio il processo contro 17 imputati, tutti ufficiali e sottufficiali della 16. SS-Freiwilligen-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS. L’istruzione dei procedimenti ha avuto luogo grazie alla scoperta, avvenuta nel 1994, di 695 fascicoli di inchiesta presso la sede della Corte Militare d’Appello di Roma. Questi fascicoli, segnati con il timbro della “archiviazione provvisoria” datata 1960 e conservati in un armadio rivolto verso il muro, il cosiddetto “armadio della vergogna”, rimasto chiuso fino alla scoperta avvenuta nel 1994, contenevano i dati riferiti a numerosi ufficiali delle SS responsabili di crimini di guerra dal 8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.
Il 13 gennaio 2007 il Tribunale Militare della Spezia ha condannato all’ergastolo dieci imputati per l’eccidio di Monte Sole, ritenuti colpevoli di violenza pluriaggravata e continuata con omicidio.

I condannati, tutti in contumacia, sono:

Paul Albers, aiutante maggiore di Walter Reder;
Josef Baumann, sergente comandante di plotone ;
Hubert Bichler, maresciallo delle SS;
Max Roithmeier, sergente;
Adolf Schneider maresciallo capo;
Max Schneider, sergente;
Kurt Spieler, soldato.
Heinz Fritz Traeger, sergente;
Georg Wache, sergente;
Helmut Wulf, sergente;

Il 7 maggio 2008 la Corte Militare d’Appello di Roma ha confermato gli ergastoli della sentenza di primo grado, e ha condannato alla stessa pena Wilhelm Kusterer, il quale era stato assolto in primo grado. Il processo si è concluso con la morte di Paul Albers, l’unico ad aver presentato ricorso in Corte di Cassazione.

Il parco storico e la Scuola di Pace di Monte Sole

Nella piccola frazione di Casaglia di Monte Sole don Giuseppe Dossetti volle insediare la comunità religiosa Piccola Famiglia dell’Annunziata.
L’estesa area della strage è stata trasformata in parco storico regionale (Parco di Monte Sole) sia per l’interesse ambientale che per mantenere la memoria storica della Resistenza e degli eccidi nazifascisti.
Nel 1994, cinquantesimo anniversario della strage, viene posta vicino ai resti della chiesa di Casaglia una campana fusa con materiale bellico, donata all’arcidiocesi di Bologna dal vicepresidente della Russia Aleksander Putskoj.
Nel 2002 è stata istituita la Scuola di Pace di Monte Sole per promuovere iniziative di formazione ed educazione alla pace e alla convivenza pacifica fra i popoli.

 

 

Bibliografia

Luca Baldissara, Paolo Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole, Bologna, Il Mulino, 2009.
Luca Baldissara, Paolo Pezzino (a cura di), Crimini e memorie di guerra, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2004.
Carlo Gentile: Le SS di Sant’Anna di Stazzema: azioni, motivazioni e profilo di una unità nazista, in: Marco Palla (a cura di), Tra storia e memoria. 12 agosto 1944: la strage di Sant’Anna di Stazzema, Roma, Carocci, 2003, p. 86-117.
Carlo Gentile: Marzabotto, in: Gerd R. Ueberschär (a cura di), Orte des Grauens. Verbrechen im Zweiten Weltkrieg, Darmstadt, Primus, 2003, p. 136-146.
Carlo Gentile: Walter Reder – ein politischer Soldat im „Bandenkampf“, in: Klaus-Michael Mallmann/Gerhard Paul (Hg.): Karrieren der Gewalt. Nationalsozialistische Täterbiographien (Veröffentlichungen der Forschungsstelle Ludwigsburg der Universität Stuttgart, Vol. 2), Darmstadt, Primus, 2004, p. 188-195.
Luciano Gherardi: Le querce di Monte Sole, Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno (1898-1944), Bologna, Il Mulino, 1986.
Renato Giorgi: Marzabotto parla. Venezia, Marsilio Editore, 1999.
Lutz Klinkhammer: Stragi naziste in Italia, Roma, Universale Donzelli, 1977, p.118-141.
Marzabotto, quanti, dove, chi, a cura del Comitato regionale per le onoranze di Marzabotto, Bologna, Ponte nuovo, 1995.
Jack Olsen: Silenzio su Monte Sole, Milano, Garzanti, 1971.
Dario Zanini: Marzabotto e dintorni, Bologna, Ponte Nuovo, 1996.

Filmografia

Quello che abbiamo passato. Memorie di Monte Sole (2007), documentario di Marzia Gigli, Maria Chiara Patuelli e Comunicattive (a cura di Scuola di pace di Monte Sole)
Lo stato di eccezione (2008), documentario di Germano Maccioni
L’uomo che verrà (2009), film di Giorgio Diritti presentato al Festival Internazionale del Film di Roma

Letter to Albert – Dialogo immaginario fra Einstein e Russel a proposito di Wittgenstein


[di Carlo Anibaldi – 2012]

Pembroke Lodge – September 27

Carissimo Albert, sono qui a complimentarmi per il meritatissimo premio. Com’era il tempo a Stoccolma? I tuoi studi hanno finalmente avuto il massimo riconoscimento internazionale. Io passo le mie giornate a battibeccare con l’amico Ludwig Wittgenstein, Witty…ricordi? Un lungo epistolario fra noi insomma, che tende a convincerlo – solo tu mi puoi capire – che il fatto di essere noi matematici, non esclude, anzi, presagisce al fatto che un giorno saremo filosofi e chissà cos’altro. Tutto cominciò nei locali della lavanderia condominiale, dove ingannavamo il tempo dell’attesa del lavaggio studiando la giusta introduzione che avrei dovuto dare all’immininte pubblicazione del suo Principia Mathematica…quando volli ad ogni costo metterlo a parte della mia scoperta. Mi riferisco ad un trucco grazie al quale con una moneta da mezzo scellino avrebbe potuto far compiere alla macchina un doppio ciclo…come a dire due cesti di biancheria al costo di uno. Una intuizione che mi rende fiero, tuttavia Witty non la prese bene, adducendo argomenti tendenti a dimostrare la capziosità della mia scoperta e dunque l’intrinseca pericolosità. Andai su tutte le furie e tutt’oggi, che non frequentiamo più i locali della lavanderia nelle ore notturne per non disturbare i condomini con le nostre accese discussioni, la querelle continua con lunghe lettere che ci scambiamo settimanalmente. Poi mi dirai cosa ne pensi tu Albert, ma io resto convinto che il risparmio di mezzo scellino ogni due cesti di biancheria sia oggettivamente un progresso, come lo fu l’invenzione del cuscinetto a sfere, che consentì alle carrozze di ottenere la stessa velocità con un cavallo anzichè due al tiro. C’è poi la questione che due cavalli cacano il doppio di uno e dunque le strade sono oggi meno una colata di merda che un tempo. Detto questo, ho avvertito Ludwig con queste parole: sarai pure un gran matematico, ma non sarai ricordato da nessuno fuori da questa Università, poichè non comprendere che due cesti di biancheria è meglio di uno e che un chilo di merda di cavallo è meglio di due, è segno di ottusità a metterla sull’etica ‘sta cosa. A questo punto ti starai chiedendo perchè ti riferisca questi fatti, ebbene la risposta sta tutta nella risposta che il Wittgenstein mi dette lasciandomi di sasso.  Senza girarci intorno e anzi guardandomi diritto negli occhi proferì queste parole:”Senti Bertrand… le tue teorie del mezzo scellino risparmiato con la frode sono perniciose, dillo anche al tuo amico Albert, appena tornato da Stoccolma con in tasca la Gloria, poichè tendono ad ammettere che seppure ci si dovesse un giorno fare una bomba con le vostre scoperte di matematica applicata, ebbene è ovvio che diventerete allora filosofi e perfino umanisti e alla fine riuscirete a strappare anche un grande Premio per la Pace, forse un altro Nobel, ma rimane il fatto, evidente ai miei occhi di matematico teorico, che la Pace l’avrete scientemente distrutta per poi passare il resto della vostra vita a giocherellare con le rovine. Troppo idiota inventare una bomba, ad esempio, e poi raccomandarsi di non usarla”.

Dunque Albert comprendi bene quanto le parole di Witty mi abbiano turbato. Costui non ha capito un cazzo oppure ha capito tutto? Fammi sapere che ne pensi.

Sinceri auguri e felicitazioni, tuo Bertrand

P.S. Fammi anche sapere se sei interessato al mio trucchetto …che anche con mezzo Deutsche Marc dovrebbe funzionare.

[Carlo Anibaldi – 2012]

ODIO FACEBOOK UN PO’…Parte terza


Alcuni devono cambiare casa a causa del loro Ego smisurato, ma in varia misura e con più o meno abili mascherature un Ego lo abbiamo tutti, altrimenti saremmo su un livello transpersonale tale che farebbe a pugni con l’iscrizione stessa ad un Social. Per sopravvivere pare che dobbiamo appellarci ad un universo consensuale…è il germe autolimitante del Social Network. Non vogliamo che sulla nostra bacheca scorazzino fascisti, conservatori, madonnari, mistici, autoritari, blasfemi, razzisti, omofobi, patrioti, qualunquisti, idioti…non vogliamo nemmeno che ci propongano giochi, quiz, sondaggi e nemmeno che ci inseriscano in Gruppi di condivisione che ci sono estranei…non vogliamo che ci vengano sottoposte baggianate tipo “firma qua per abolire il papa” o “firma qua per averla gratis”, che è la stessa cosa, scemenze. E allora…a forza di sfrondare si arriva in breve a quello che dicevamo di voler lasciar perdere, e cioè all’idealismo. Ci rendiamo conto che abbiamo un ideale di ‘frequentatore’ del nostro micromondo virtuale e questo ideale è il nostro clone. Tutto ciò avviene nonostante e a dispetto di dichiarazioni libertarie e di accoglienza. C’è chi si vanta di avere 4-5mila contatti e chi si vanta di averne 140, tra familiari, amici e compagni di scuola invecchiati, ma tutti tendono alla selezione per giungere a quell’universo consensuale che è quello che garantisce minor dispendio di energia e dunque paradossalmente il Social Network tende al suo contrario, a negare cioè la socializzazione come valore per giungere alla realizzazione di un ideale….un ideale di piattaforma costituita da affini e dunque ben individuabili soggetti. Ma per cosa tutto questo lavorio se non per ottenere il bene supremo? Quello per cui c’è gente che si è ammazzata di lavoro e altri che hanno rischiato anche la vita…chi è diventato ricco sfondato, chi s’è coperto di piaghe il corpo…chi mostra un’anima piangente e chi luminescente…chi vanta un petto pieno di medaglie e chi a petto nudo sfida soverchianti forze avverse. Quale il Bene Supremo per cui scartiamo in quantità industriale e diveniamo selettivi parossistici se non il desiderio…ma che dico desiderio…il bisogno infantile, direi neonatale, di attenzione?

LA RAGNATELA di Carlo Anibaldi


 Avete mai sentito parlare dell’Associazione Italiana dei Medici Zen? Oppure dell’Associazione Italiana dei Fisici Taoisti? O dei Filosofi Mormoni Italiani? No, certamente no!  Quello che abbiamo visto…noi e nostri nonni e bisnonni sone le associazioni cattoliche di ogni sorta, a coprire ogni ambito del libero pensiero per renderlo di parte.

 Non ci sono più i tribunali ecclesiastici e la Santa Inquisizione, nè il boia a Castel Sant’Angelo o il rogo in Campo dei Fiori. Quando i tempi sono cambiati a forza di cannonate piemontesi, la linea politica è diventata strategia…vincente. Abbiamo visto il proliferare di un associazionismo cattolico che in pratica avesse le stesse funzioni di precedenti istituzioni illiberali, ma senza averne l’aria.

 Dalla culla alla bara siamo seguiti passo passo da dictat circa il bene e il male, il buono e il non buono. Ma per questa operazione panculturale non poteva essere bastante il catechismo e la predica domenicale nelle chiese, ma una vera ragnatela che avvolgesse e collegasse ogni ambito, da quello educativo a quello professionale…da quello affettivo a quello artistico, perfino. Sono dunque proliferati asili di suore e salesiani di preti…colonie marine e montane per i giovani. E poi associazioni di medici cattolici, di scienziati cattolici, di filosofi, letterati, economisti e politici cattolici. I fondi a queste associazioni benemerite non sono mai mancati, mai sono stati soppressi o dichiarati fallimentari. Sono anzi spesso il centro vitale di quanto nella società funziona senza tentennamenti. Il successo arride da oltre un secolo a queste associazioni poichè sono le sentinelle della fede, gli avamposti di un pensiero unico che passa indenne attraverso guerre, crisi, rivoluzioni, controrivoluzioni e ogni sorta di catastrofe sociale, poichè sempre allineate coi potenti di turno.

 Per quanto con spunti paranoici, la cosa sarebbe comprensibile da un punto di vista dottrinale integralista ed  aggressivista…ma non è questo, non è nemmeno questo…le prove sono milioni, ma basta guardare a come migliaia di vedove sono state ‘convertite’ a lasciare alla chiesa i loro averi mobili e immobili…un tempo non lontano anche in modo coercitivo, basti guardare a Beatrice Cenci, il cui solo torto era di avere un patrimonio che facesse gola al papa e per questo fu assassinata. Oggi i metodi sono diversi, ma ugualmente la chiesa di Roma necessita di molti miliardi ogni anno. Soldi che…conti alla mano…servono a tenere in piedi la ragnatela descritta sopra e in minima parte, come fumo negli occhi, alla partecipazione in opere di misericordia. In quanto a queste ultime, bisogna anche dire che sulle elemosine ed i grandi elemosinieri, la chiesa ha costruito l’impero economico che conosciamo…Le opere missionarie all’estero sono le odierne crociate, a colpi di ospedali e collegi per fanciulli, operano la conversione di quanto c’è ancora da convertire. Retaggio di un mondo antico che non è nemmeno invecchiato, nei consessi, concistori e nelle encicliche dei papi che si avvicendano con la stessa mission da secoli.

ARIA FRITTA! [parafrasando Bukowsky]


Cazzo! La vita qua corre via di gran carriera…qualcuno va dicendo cose strane…tipo ‘riprendiamoci i giocattoli’, torniamo a quando eravamo felici, che si invecchia meglio. Ma io son più felice oggi di allora, a dire il vero…mah…Altri invocano un maggiore impegno civile, che la comunione con gli altri fa bene….bah, mica li capisco tanto pure questi. La società è decadente, dicono…azz! Che mi metto domani…in questa società decadente?  Ahahahaha….Urge una riflessione và, sennò domani in ufficio…alla pausa caffè, ci faccio la figura dell’imbranato coi colleghi…Dunque com’era ‘sta cosa? Ah sì, siamo decadenti, stante che pensiamo solo ai cazzi nostri…mmmmh, embè, dove sta il problema? No, così non va…mi devo impegnare di più in ‘sta riflessione. Azz…che caldo oggi….Prendo il walkmann con ‘Roma Capoccia’, di Venditti, un pacchetto di sigarette, un caffè americano e vado in camera mia. Mi spoglio, tengo le mutande e mi sdraio sul letto. Era un gran casino. La gente si aggrappava ciecamente a tutto quello che trovava: pittura, scrittura, scultura, berlusconismo, antiberlusconismo, comunismo, leghismo, macrobiotica, zen, surf, ballo, ipnotismo, terapie di gruppo, orge, finisco di vivere in Costa Azzurra, ciclismo, fascismo, cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, solitudine, facebook, dieta vegetariana, anzi vegana, India, composizione, erbe aromatiche, direzione d’orchestra, fiori di Bach, campeggio, yoga, sesso estremo, domani mi iscrivo in palestra, affiliazione alle mafie, caciara, gioco d’azzardo, alcool, ozio, vado a vivere a Londra, gelato di yogurt, politica, Budda, Cristo, meditazione trascendentale, carriera, pedofilia, succo di carota, twitter, vestiti fatti a mano, viaggi aerei, New York City….. Azz…la gente fa un sacco di movimento e poi tutte queste cose sfumano e resta niente.

La gente deve trovare qualcosa da fare mentre aspetta di morire, gira a vuoto, un sacco di aria fritta. Sai che gli dico ai colleghi dell’ufficio alla pausa caffè? Che era bello avere una scelta e io l’avevo fatta da un pezzo, la mia scelta. Domani è lunedì e esce il Corriere dello Sport. Eccola qua la scelta. Alzo il volume e mi addormento. Gli italiani alla fine sapevano il fatto loro, azz se lo sapevano. Forza Roma!

(Carlo Anibaldi)

IL SIMBOLISMO JUNGHIANO (di Carlo Anibaldi)


Nel corso della sua lunga vita (1875 – 1961) Carl Gustav Jung ha esplorato molti ambiti riguardo l’animo umano ed i suoi segreti, ci ha lasciato infatti contributi che sono tutt’oggi riferimento fondamentale per chiunque voglia cimentarsi nello studio delle umane cose, particolarmente riguardo la psicologia del profondo, la filosofia e la storia dei Simboli dell’Umanità.

Si deve a Freud la fondamentale intuizione dell’esistenza di una zona del nostro immaginario che non è sottoposta alle regole della coscienza e che quindi sfugge alle categorie tipiche della mente quali il bene e il male, un prima e un dopo: l’Inconscio. In questo ambito, tipico del mondo dei Sogni, degli Istinti e delle Emozioni e dunque del cosiddetto “cervello arcaico”, non abbiamo un diretto controllo da parte della Coscienza, parte “alta” della psiche”, ci troviamo piuttosto nella condizione di subirne gli influssi. Gli studi di Freud conclusero che in questa zona inconscia della psiche confluiscono le esperienze, per lo più infantili, che in qualche modo la mente ha rifiutato e rifiuta in quanto percepite come dolorose e/o fonte di vergogna e non accettazione da parte di se stessi e degli altri. Tali contenuti, qualora irrisolti, cioè non portati alla luce della coscienza adulta, sono in grado di produrre quella sofferenza del mondo psichico individuale chiamata “nevrosi”, variamente espressa e comunque in grado di condizionare l’esistenza, se non altro per le enormi quantità di energia psichica imprigionata nei nuclei “infantili” delle nevrosi.

Quella appena descritta è, in sintesi, la definizione freudiana di Inconscio Personale e della possibilità che questo ha di interagire con l’individuo tramite la “nevrosi”. Jung allargò questo concetto, definendo un ambito che si aggiunge a quello e va oltre, trascendendo l’esperienza personale; chiamò questa zona inesplorata Inconscio Collettivo. L’Essere Umano, inteso come Specie, accumula, fin dalla notte dei tempi, esperienze che sono caratteristiche della specie e di nessun altro nel Creato. Tali Esperienze Fondamentali dell’Umanità sono, in questa concezione junghiana, strutturate nella psiche per diritto di specie, al pari dei processi filogenetici che la caratterizzano, come l’aver assunto la stazione eretta, l’aver modificato la dentatura, l’aver perso la pelliccia di pelo, ecc…

 I Simboli per Jung sono il linguaggio attraverso cui la mente si esprime, un linguaggio dunque molto antico che va inteso come nutrimento ed espressione della mente stessa e va a costituire l’essenza dell’Inconscio Collettivo, come lui stesso lo ha definito. Proverò a fare qualche esempio per rendere più chiaro il concetto espresso.

Alcune migliaia di anni or sono, ai quattro angoli del mondo, popolazioni lontanissime e certo non in contatto fra loro, tracciavano sulle rocce, sui monumenti funerari e sacri, sugli utensili, disegni di forma quadrata e/o circolare di aspetto e contenuto straordinariamente simile tra loro.

Il Simbolo della Croce è parecchio antecedente all’era cristiana, e lo ritroviamo nella simbologia sacra di civiltà lontanissime tra loro che nulla potevano avere in comune, se non qualche elemento psichico inconscio, appunto.

Figure mitiche come l’Eroe, il Guerriero, la Grande Madre, il Vecchio Saggio, il Fanciullo, il Demone, la Fata, le ritroviamo nelle culture delle più antiche e disparate civiltà del Pianeta. Questi miti sono figure archetipiche patrimonio dell’Umanità, vale a dire “contenitori” delle esperienze profonde dell’essere Umano inteso come specie e dunque dalla sua comparsa su questo mondo. La Mitologia Classica racconta infatti storie che ci sono “familiari”, come la leggenda di Edipo, quella di Demetra, di Venere o di Enea, che ritroviamo, pur con nomi e contesti diversi, nelle vicende  tramandate di antiche civiltà pellerossa, centroeuropee o asiatiche.

Gli eventi sincronici (premonizioni, veggenze) sono per Jung un’altra dimostrazione dell’Inconscio Collettivo. Le categorie spazio-tempo sono artifici della mente, la Fisica delle nano particelle ha infatti dimostrato che il prima e il dopo non sono valori assoluti, ma relativi all’osservatore che, a sua volta, è soggetto a più variabili. L’Inconscio è slegato da queste categorie “mentali” e allora accade che in particolari stati di abolizione della Coscienza (sogni, stati crepuscolari, trance, ecc…) ci si possa trovare in un “qui ed ora” che non ha inizio e fine, prima e dopo, al pari di un’immagine e allora ci si può parare davanti quello che chiamiamo “futuro”, ma che invero appartiene alla dimensione senza spazio e senza tempo che tutto comprende e che rappresenta l’Esperienza dell’Umanità, percepibile dall’Inconscio.

La conclusione cui giunge Jung è dunque che la psiche ha uno straordinario contenuto energetico connesso ai Simboli e, semplificando un importante postulato junghiano, si potrebbe dire che la vita di ognuno di noi è inconsciamente sospinta da un destino realizzativo che, a ben vedere, è già tracciato in un simbolo affondato nel nostro inconscio e che tendiamo a rappresentare nel corso della nostra vita. Guardando con questi occhi gli esseri umani che ci circondano, possiamo ben riconoscere tanti Edipo, tante Demetra e gli Eroi come El Cid o Giovanna D’Arco, i Demoni come Hitler e quelli votati al Male. Le tante Grandi Madri per antonomasia e i Vili, gli Avari, gli Eroi e i Puer di ogni epoca stanno lì a dirci che forse Jung ha intuito qualcosa di davvero grande che è la nostra stessa Essenza.

Carlo Anibaldi

 

LETTERA A ROBESPIERRE, L’INCORRUTTIBILE


[di Carlo Anibaldi]

Caro Maximilien, ti scrivo di ritorno da un mio recente viaggio a Londra, dove, strano a dirsi, il mio pensiero è corso fino a te. Stenterai a crederci, ma davanti al Parlamento inglese ho visto una statua di Oliver Cromwell, regicida (condannò a morte re Carlo I Stuart – 1649) ed anche golpista, diremmo oggi, poiché nel 1653 sciolse il parlamento e concentrò su di sé tutti i poteri (Lord Protettore del Commonwealth). Gli inglesi, si sa, sono liberi da sentimentalismi cattolici, sono pragmatici e hanno la giusta dose di onestà intellettuale che manca nei paesi latini, ciononostante la statua di Cromwell davanti al Parlamento, per di più di una nazione con ancora la monarchia, mi ha molto impressionato, poichè sancisce un principio non da poco: l’ideologia dominante in un dato momento storico non conta nulla al cospetto di valori universali. Ma ti rendi conto Maximilien che Cromwell sostenne in linea di principio quanto sostenesti tu in tema di rivoluzione politico-giuridica, ma senza alcuna attenzione al sociale, senza la tua volontà di estendere questi principi alle masse popolari, per sottrarle alla fame, alla miseria e all’ignoranza. Al contrario l’inglese soffocò nel sangue ogni anelito di uguaglianza e affrancamento delle masse. Non solo…Cromwell assoggettò le popolazioni cattoliche del nord Irlanda al potere dei protestanti, mentre tu ti battesti per l’abolizione della schiavitù nelle Colonie francesi. In definitiva Cromwell non aggiunse nulla al progresso civile e morale dell’umanità, ma la statua gliel’hanno fatta lostesso e davanti al Parlamento, poichè gettò le basi che fecero dell’Inghilterra la prima potenza marittima, commerciale e militare.

Tu Maximilien sei rimasto vittima del tentativo di cancellare ogni aspetto positivo del tuo passaggio nella Storia, nonostante sei l’uomo che ha ideato la Carta dei Diritti dell’Uomo, ispirando la costituenda Unione degli Stati Uniti d’America e che è alla base di ogni Magna Carta scritta dopo di te. Ti accusano di aver istituito il Terrore, quando in realtà ti circondasti di collaboratori sanguinari, più realisti del Re, diremmo oggi. Ti sei meritato l’aggettivo di Incorruttibile e per questo, solo per questo, fosti trascinato nella polvere e nel tuo stesso sangue.

Ti ho scritto, Maximilien, per restituirti un po’ del maltolto, per rassicurarti del fatto che è solo per paura delle tue idee davvero rivoluzionarie che non te l’hanno fatta la statua davanti al Parlamento e non perchè il mondo moderno deve più a Cromwell che a te…ma questo tu lo sai bene. Volevo solo ricordarlo a coloro che da un po’ di tempo in qua, in modo non casuale, vorrebbero tanto che tu, Maximilien Robespierre, fossi dimenticato.

[Carlo Anibaldi – 2012]

DOVE SONO I FOTTUTI SOLDI?


Ero alla bancarotta, il governo era alla bancarotta, il mondo era alla bancarotta. Ma chi cazzo li aveva, i fottuti soldi?” – Charles Bukowski

 

I personaggi che oggi governano questo Paese, non eletti, rappresentano solo se stessi e tutto il loro background e forma pensiero. Dunque per costoro, come le ‘manovre’ e le vistose azioni ed omissioni mostrano, non siamo cittadini, soggetti ‘politici’ e sociali, ma Utenti/Clienti…divisi in categorie tipiche, Buoni Pagatori, Cattivi Pagatori, Clienti Privilegiati, Clienti Ordinari e Insolventi. Le operazioni (bancarie) di un tale governo sono allora il rastrellamento di liquidità, calcolare Utili e Dividendi, Recupero Crediti. Come è noto, alle banche puoi ‘solare’ milioni, ma non certo 5 Euro, dipende da che tipo di Cliente sei e noi, stipendiati, disoccupati, sottooccupati, pensionati, non siamo nulla…a noi ci toglieranno tutto il possibile perchè siamo tanti e alla fine possiamo solo fare rumore e basta poichè le leggi non sono per noi ma per gli interessi delle lobby…che sono ben rappresentate in Parlamento e invece la gente comune non la rappresenta nessuno in questa Nazione indecente….dove i massimi rappresentanti vanno negli spogliatoi a congratularsi con giovani miliardari in attenzione alla Finanza e solo per aver tirato qualche calcio ad un pallone senza manco entusiasmare nessuno. Ci restituiranno briciole per far parlare i telegiornali, ma tutto ciò che funzionava male prima funzionerà peggio, dunque, in definitiva pagheremo di più per avere meno del risibile che avevamo prima, se lo mettiamo a confronto di quanto hanno in Germania, Inghilterra e Francia con tassazioni inferiori e stipendi superiori. Ci viene detto che non ci sono soldi per queste cose della gente comune e che col nostro astronomico debito pubblico questo alla fine ci meritiamo….ma con le mafie con fatturati che valgono finanziarie grazie agli appalti pubblici e il livello di corruzione da 60 miliardi che abbiamo, sappiamo bene come si è formato il debito pubblico negli anni, non ci raccontassero frottole e smettessero di raccomandare di non ‘disturbare’ il manovratore della ‘salvaitalia’. Chi ha solo vissuto, lavorato, tirato su una famiglia, mandato i figli a scuola e pagato il mutuo con interessi, non l’ha formato il debito pubblico, certamente no, ma ora questo governo di banchieri e tirapiedi degli stessi ci presenta il conto, a noi, ed è ingenuo sperare in operazioni di Giroconto…saranno solo le Banche e i Clienti Privilegiati a guadagnarci…esattamente come vediamo accadere ogni giorno nella banca sotto casa, dove ci fanno pagare anche il prelievo dei soldi nostri allo sportello. Ora ci dicono che dopo 37-40 anni di lavoro è da privilegiati andarsene a casa o ai giardinetti, da affamatori del sistema e delle generazioni future il volgersi altrove in serenità e dunque siamo trattenuti in servizio per tutti gli anni che c’è ancora salute, poi possiamo anche andarcene all’altro mondo e pure alla svelta. Io comincerei a presentare invece pacificamente il conto alla bella compagnia che faceva una opposizione da ridere ai precedenti governi e manco di facciata a questo governo dei garantiti contro la gente comune che nessuno li garantisce. In che modo? Non votando più nessuno che porti il loro nome e la loro faccia…altro che cambiare nome ai partiti….La crisi è crisi finanziaria, bolle, speculazioni, rapine di bande, mafiose e non, armate e no…non altro, non è una crisi dovuta al fatto che non circola danaro, non ancora. Le imprese e i lavoratori c’erano e ci sono, esattamente come in Germania, ma qua tutto ciò è calcolato niente, poichè in modo bipartisan i nostri ‘governanti’ hanno sempre evitato di legiferare per contrastare le speculazioni, gli arricchimenti illeciti, le evasioni fiscali, le sacche di privilegio ingiustificato e di furbizia. Hanno, tutti e ora più che mai, guardato al capitale e avallato, se non facilitato, ogni modo di accrescerlo, senza che nulla facesse loro rivoltare per lo sfregio al buon senso e alla giustizia sociale. Questi sedicenti uomini politici sono espressione di tante cose fuorchè i tuoi interessi, gentile lettore. Cosa aspetti a mandarli tutti a quel paese con operazioni forti? Ad esempio ritirando i pochi soldi rimasti dalla banca, smettere di votare persone che cercano il modo di ‘sfangarla’ e campare alla grande senza lavorare, acquistare solo prodotti locali, non usare le carte di debito e credito se non per prenotare un volo che vi porti lontano, boicottare le multinazionali poichè in maggioranza operano in modo non etico e solidale? Tanto per cominciare…poi si vedrà che altro c’è da fare. Dal mio punto di vista chiunque occupa una posizione istituzionale e allorchè c’è da tagliare e risparmiare comincia dal welfare e dalle pensioni e stipendi di gente comune, ebbene  è un usurpatore, un rappresentante di interessi altri e la gratitudine la cercasse allora altrove. Chi tenta di scoraggiarvi con lo spettro del ‘default’ merita una vostra domanda:” Il default di chi? Poichè il mio, e il tuo, è già avvenuto per il solo essere stati governati da sedicenti politici prima e da autentici nemici della gente ora“.

[Carlo Anibaldi – giugno 2012]

NO PASARAN!


Le persone che nonostante tutto rimangono sane, con equilibri sudati lungo percorsi spesso faticosi, diventano presto l’ossessione di coloro che non ce la fanno…accade sempre…nei posti di lavoro, nelle amicizie e ora anche sui Social Network. E’ una questione energetica…un vero furto di energia vitale. No pasararan!

  L’intelligenza emotiva non è equamente distribuita, come quasi nulla a questo mondo ed è, secondo alcuni psicologi, [un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. Wikipedia].

 C’è un esempio che vale per tutti…Ad una infinità di persone accade di avere una talmente scarsa conoscenza di se stessi e di come funzionano…che scambiano per sentimento positivo quello che è solo un transfert delle figure genitoriali su terzi malcapitati e vivono la loro vita saltando da un acting out all’altro…e allora parlano d’amore, di sentimenti profondi, di attaccamenti…si sbracciano una vita fra delusioni, abbandoni e gelosie come se piovessero…che gli uomini sono tutti idioti…che le donne sono tutte puttane…passano la vita intera ad asciugare le proprie lacrime, parlano di sofferenze patite e di ingiustizie senza pari….quando basterebbe un pizzico di umiltà e almeno, al 27esimo fallimento, accettare dei consigli…. da uno sconosciuto….e anche caramelle, da uno sconosciuto, che tanto il peggior nemico ce l’hanno dentro, non fuori….e darebbero finalmente pace al prossimo più prossimo.

[Carlo Anibaldi – Alias Carlos Jackal]

Eroi un cazzo!


Le piazze e le chiese sono piene di statue di assassini, spesso sanguinari. La differenza fra un monumento in piazza e 30 anni di galera è relativa al solo fatto che è davvero oggettivo: la Storia la scrive chi vince e generalmente scrive boiate. Ogni città e paese d’Italia ha un monumento a Vittorio Emanuele, ad esempio… quel Savoia che fu assassino di 60.000 borbonici massacrati nel campo di concentramento Sabaudo di Fenestrelle, e poi innumerevoli stupri contro donne e bambine, le esecuzioni sommarie, le confische arbitrarie, i furti delle risorse, il movimento partigiano del sud lo definirono ” brigantaggio”, costrinsero un intero popolo che non conosceva l’emigrazione ad abbandonare la loro terra a milioni, per le Americhe a seguito della depredazione.

[Carlo Anibaldi]

LE 10 REGOLE PER IL CONTROLLO SOCIALE di Noam Chomsky*


L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche.

1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…

7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

* Avram Noam Chomsky (Filadelfia, 7 dicembre 1928) è  un linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense. Professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology è riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo.

ESSERE ANARCHICO OGGI


Anarchismo non è sinonimo di ‘famo come ce pare’, questo è lo stravolgimento di un’idea, oltre che di un termine. Il pensiero anarchico è sintetizzabile nella bella idea che vuole che ognuno sia così partecipe del bene comune da potersi governare da solo senza pregiudicare l’altro. Nulla a che vedere con il comunismo o la democrazia rappresentativa, cui è sottesa l’idea che le masse siano incapaci di evolvere e dunque bisognose di essere ‘governate’, per lo più da persone bramose di potere e ricchezza personale.Il terzo millennio è iniziato con una crisi profonda dei modelli e quasi sempre ciò è avvenuto perchè le idee, alla fine, camminano sulle gambe dei peggiori. Lo diceva già Lenin un secolo fà. Dunque non le idee mancano, ma uomini giusti che vogliano occuparsi di politica, intesa come cura della cosa pubblica. E’ un ossimoro, mi rendo conto, del genere ‘mi sento vivo da morire’. Infatti gli uomini ‘giusti’ generalmente stanno alla larga dalla politica, che è l’arte del compromesso e talvolta della sopraffazione. Gli ideali anarchici sono utopici, ne convengo, ma non più di quelli della democrazia e del comunismo o del capitalismo. Alla base di tutto questo discorso c’è l’uomo e le sue possibilità evolutive. Dunque dobbiamo dare per scontato che le possibilità ci sono, perchè ci sono sempre state e ci hanno condotto fuori dalla barbarie e dalla legge della jungla. Sappiamo anche che la barbarie arde sotto la cenere ed è pronta a riprendere vigore ogni volta che gli uomini ‘giusti’ mollano.Dunque non si tratta di ripulire il mondo dai furbi, dagli ignoranti, dagli egoisti e dai sopraffattori (questa è davvero utopia, poichè i percorsi di crescita sono individuali, c’è chi evolve in un anno e chi non gli basta una vita intera), ma di far sentire queste persone come si sente un fumatore in un parco di Santa Monica: un didadattato, una persona fuori dal tempo, antica. In questa società occidentale i ‘disadattati’ sono invece al potere e radicano nelle menti deboli questi ideali da par loro e gli uomini ‘giusti’ si nascondono nel privato, poichè le minoranze sono perseguitate fino a che il mondo sta in mano ai cosiddetti ‘governanti’. Ecco, spostare questi equilibri, capovolgere il sentire comune è il mestiere dell’Utopia.Dal mio punto di vista è sbagliato perfino il concetto di ‘maggioranza’, alla base della democrazia. Un esempio paradossale per spiegarmi meglio. Secondo il principio di maggioranza gli handicappati dovrebbero strisciare su e giù per le scale e invece ha vinto il principio di minoranza, non puoi più costruire case e uffici con barriere architettoniche perchè non è vero che la maggioranza rappresenta sempre il meglio per tutti.I movimenti anarchici hanno frange che usano violenza, ritenuta commisurata alla violenza subita, perlopiù diretta alle cose e non alle persone, allo scopo di richiamare l’attenzione dei media. Su questo punto si può discutere all’infinito, ma alla fine non ne risulta sminuito il principio base: chi intende ‘governarci’, inevitabilmente ci pensa e ci tratta come bestiame, altrimenti non avrebbe scelto di guadagnarsi da vivere ‘governando’ i propri simili. Questo è uno dei principi da abbattere, filosoficamente parlando, come fu abbattuto quello della schiavitù, della segregazione razziale e del lavoro minorile per dar posto al diritto all’istruzione, al lavoro e al suffragio universale. Tutto ciò è costato lacrime e sangue lungo centinaia di anni, in quanto non accade mai che si salga da qualche parte prendendo strade in discesa. Ditelo forte ai milioni di cattocomunisti che asfissiano e incatenano, da destra e da sinistra, se così si può dire, questo Paese. La ‘globalizzazione’ non è, come i media tentano di farci credere, un fenomeno ineluttabile, ma il tentativo di riunire il potere in pochissime mani. Questa oligarchia, economica, finanziaria e politica, si propone di governare il mondo più di quanto stia già facendo. Tutti i movimenti e i partiti, ad esclusione di quello anarchico, portano acqua a quel mulino. Il futuro penso che sia nel pensiero anarchico, poichè sempre più persone non intendono vivere la propria vita all’interno di un gioco di ruolo, dove tutto è previsto, indirizzato, manipolato, finto. Cito il pensiero anarchico poiché è una delle poche forme mentis che ci slegano dal forte bisogno di essere servi o padroni o entrambi e dunque non liberi di considerare la nostra unicità e, alla fine, solitudine nell’universo.

Anarchia è sinonimo di Utopia esattamente come lo era la Democrazia al tempo di Cesare. Dunque nessuna utopia, ma un’alternativa, una possibilità. Il fatto che tale alternativa necessiti di una rivoluzione sociale è vero, ma non più di quanto furono necessari altri stravolgimenti sociali per l’affermarsi del capitalismo, del fascismo e del nazionalsocialismo. L’idea che gli anarchici siano dei comunisti rivoluzionari non è esatta, ma si è radicata per via del fatto che ovunque ci sia stato da menar le mani per abbattere il potere costituito, gli anarchici c’erano e sempre in prima fila. A cominciare dalla Rivoluzione russa, ma anche prima. In verità, gli anarchici semplicemente sanno che senza rivoluzione sociale qualunque cosa si faccia è un piacere allo statu quo, e allora si sono trovati spesso al fianco di movimenti rivoluzionari comunisti. Gli anarchici non fanno una questione di potere buono e potere cattivo, dunque non possono essere comunisti e statalisti. L’anarchia è anche altro… un modo di essere, una mentalità, un modo di vivere, un concetto e una visione differente della vita. E’ autonomia, rispetto, solidarietà, universalità, tolleranza, insomma… se la conosci t’innammori e dopo non potrai essere altro.

In vista e nella speranza di un sovvertimento sociale, gli anarchici sanno che opposte fazioni si contenderanno il potere. Per questa ragione la loro azione ‘prerivoluzionaria’ è rivolta a promuovere il rifiuto di ogni forma di potere dell’uomo sull’uomo, a convincere insomma le masse che non esiste la necessità di essere servi o padroni, poichè questo assunto è solo un’invenzione di menti astute e antiche come il mondo, non una legge di natura.

[Carlo Anibaldi alias Carlos]

IL MARE NEL BICCHIERE


Sono pochi quelli che pensano di infilare il mare nel bicchiere, eppure sono tantissimi che tracannano miriadi di informazioni ogni giorno. Le reazioni a questa indigestione di immagini e parole sono individuali…poichè ogni immagine ed ogni parola sollecita la nostra psiche fino alle emozioni…e ciascuno è sollecitato in maniera un po’ diversa. La TV ci bombarda con immagini che se son ‘normali’ manco le mandano in onda e tutti cercano di spaccare il video e le prime pagine dei giornali con parole “ad effetto”. Il risultato di questo diverso ritmo di sollecitazioni (solo 20 anni fa i ritmi erano assai diversi…anche per chi viveva in grandi città) va dall’alienazione all’inflazione psichica…passando per stadi che definiamo ‘normalità’. L’alienazione è madre dell’indifferenza e del cinismo e l’inflazione psichica è quando i contenuti strabordano il contenitore e praticamente si inizia a dare i numeri. Dunque la massa di informazioni può essere una minaccia agli equilibri di base e come tale si alzano delle difese di cui nemmeno ci rendiamo ben conto. Tutto sto cappello introduttivo per dire di certi commenti su FB e nei blog e forum che invitano a prendere tutto con maggiore ‘leggerezza’…altri che gridano al pessimismo imperante…altri che consigliano di ‘scopare di più e pensare di meno’…un classico…Infine coloro che tentano di ‘smontare’ ogni approfondimento con la tesi del ‘complottismo’. Ecco…io li capisco tutti questi amici spaventati da contenuti che superano il contenitore…neanche la marijuana è per tutti…e faccio il tifo per la conservazione dei loro equilibri, ma per favore…non passiamo alle offese…parliamone!

[Carlo Anibaldi – Maggio 2012]

 

Non vestivamo alla marinara (di Carlo Anibaldi)


I miei ricordi marchigiani sono pallidi e assai confusi, direi inesistenti e allora posso dire che sono nato all’età di circa tre anni, a Bologna, ma con origini decisamente marchigiane.

Nei primi anni cinquanta Bologna era una città fiera, orgogliosa del suo recente passato, per non essersi mai piegata fino in fondo allo strapotere del nazifascismo e per l’alto tributo alle lotte per la Liberazione. Da quegli anni e per il trentennio a seguire, fu il ‘laboratorio’ del Comunismo al governo in Italia; un Comunismo dalla faccia ‘buona’, nient’affatto stalinista come oltre ‘cortina’, con risorse e progresso sociale per ogni classe di cittadini, siano essi contadini, operai, commercianti, impiegati, artigiani, professionisti o imprenditori. Studenti e casalinghe, ognuno aveva un posto di rispetto in questa città efficiente, ordinata, allegra ed accogliente. Mi considero fortunato per esser vissuto a Bologna in quel periodo, fino alla fine degli anni sessanta, un posto unico, un’isola nella Penisola.

Abitavamo subito fuori Porta Galliera, alla Bolognina, davanti alla grande chiesa del Sacro Cuore, con annessi complessi scolastici e Salesiani.  Io e mio fratello maggiore fummo subito iscritti al Gruppo scoutistico davanti casa, il glorioso Bologna VII°, dove per una decina di anni abbiamo compiuto la carriera che si addice agli assidui e agli entusiasti. L’A.S.C.I. (oggi A.G.E.S.C.I.) era un’associazione cattolica, come anche oggi, ma la nostra ‘indipendenza’ all’interno delle attività parrocchiali era davvero notevole, direi autogestita, come si addice ad una congrega di giovani ‘esploratori’. Le esplorazioni che imparavamo a fare non erano solo quelle del territorio (topografia, astronomia, sopravvivenza e campeggio), ma, direi soprattutto, erano curate in modo particolare le esplorazioni dell’animo umano, e dunque imparavamo di amicizia, solidarietà, lealtà, tolleranza e convivenza. A soli sette anni avevo già imparato, ad esempio, che l’uso della forza coi deboli e della condiscendenza con i forti era cosa abominevole, molto più riprovevole che infilarsi le dita nel naso. E molte altre cose che spesso i genitori non hanno tempo e cultura per insegnare ai figli.

A quel tempo avere uno o più figli in collegi cattolici era un simbolo di status sociale e mio padre, che è sempre stato un po’ affetto da deliri di grandezza, ci iscrisse al più blasonato dei collegi di Bologna in quel tempo e forse anche di oggi, il San Luigi, in Via D’Azeglio, gestito da secoli dai Padri Barnabiti. Fino quasi al nostro trasferimento a Roma, alla fine degli anni sessanta, frequentammo questo istituto, molto serio, dove gli insegnamenti barnabitici e scolastici erano indissolubilmente legati e scanditi da attività quotidiane da vero Seminario; dove l’ora di religione era la più temuta e dove l’insegnante di Matematica era un anziano  barnabita dalla faccia di pietra.  I miei ricordi degli anni del San Luigi non sono sereni, anzi, le foto di rito degli anni scolastici stanno lì a raccontare il contrario, ma a posteriori devo dire che forse devo qualcosa di importante ai Preti Barnabiti, una specie di imprinting di non facile definizione….e non facile nemmeno a scrollarsi di dosso quando, più avanti, si comprende che solo i valori laici consentono di vivere in maniera cosciente.

In definitiva ed a posteriori, posso dire che per me e mio fratello, gli anni bolognesi della formazione, insieme all’associazione scoutistica e al San Luigi, sono alla base della nostra impossibilità ad essere dei veri bastardi, ‘qualità’ che sarebbe invece stata indispensabile per farsi largo in un posto come l’Italia.  Siamo infatti solo onesti e ingenuamente convinti che solo il lavoro ben fatto possa darci tutto quanto ci serva nella vita, compresa la dignità.

Quegli anni del boom italiano videro la mia famiglia impegnata in nuovi progetti: mia sorella sposò il suo principale e mio padre allargò le sue ambizioni imprenditoriali di commerciante di carni da macello. Negli anni a venire fu chiaro che entrambi i progetti erano destinati a fallire. Negli anni a venire fu soprattutto chiaro che il boom di quegli anni fu per pochi, ma allora il presente era ‘promettente’ e se è sensato dire che ogni famiglia ha il suo momento magico, quello con le luci accese, ebbene per la mia famiglia d’origine questo è collocato fra il ’55 e il ’65.  Visto attraverso gli occhi di un bambino piuttosto introverso intorno ai dieci anni, il mondo appariva un buon posto dove stare; la fantasia assai fervida mi spingeva ad immaginare mondi lontani e situazioni avventurose. Io correvo sempre, con la mente e con il corpo, tanto da distruggere quantità industriali di scarpe, magliette e pantaloncini, ma intorno a me il mondo girava piano, rassicurante, indolente. Non succedeva mai che costruissero un supermercato nel campetto da pallone o che a qualcuno fosse usata violenza. I pomeriggi erano lunghi e le estati non finivano mai. Nonna mi preparava le merende e mamma mi ricuciva i pantaloncini. Nei rari momenti di quiete motoria leggevo Zanna Bianca, I Ragazzi della Via Pal o Il Visconte di Bragelonne. C’era musica alla radio e per tutta una sera la musica fu assai seria perché era morto il “Papa buono”. Fu forse la prima volta che vidi mia madre con una lacrima sul viso, ma ne seguirono altre.

Mum & Dad

In quegli anni ero certo che la morte fosse una cosa triste e inevitabile che riguardasse i parenti vecchi. A 10 anni i parenti sono sempre un po’ vecchi. Fra i compagni di giochi, i fratelli e il resto del mondo non c’erano così tante sfumature: noi e i vecchi. La morte di mio nonno materno mi impressionò molto perché mi costrinse a soffermarmi sul significato di alcune parole che la domenica in Chiesa ripetevo distrattamente a memoria da sempre: eternità, vita, morte, peccato, pentimento, colpa, resurrezione della carne (e qui ci coglievo dei nessi col commercio di mio padre), paradiso, inferno, purgatorio, preghiera. Ora vedevo mamma buttata sul lettone a piangere e il prete che la consolava e rassicurava facendo grande uso di quelle parole. Le mie deduzioni in quella triste circostanza portarono altre certezze: i preti in chiesa sono i padroni della morte e della vita, del paradiso e dell’inferno, del riso e del pianto di mamma. Sono dunque persone importanti con cui non bisogna scherzare troppo e men che meno contraddire.  Mio padre era nato nel bel mezzo della prima guerra mondiale e dunque la sua formazione e le sue idee, fortemente risentivano della formazione e delle idee di genitori e nonni che erano cresciuti nella seconda metà dell’ottocento. Devo dunque perdonargli idee bizzarre come l’aver riservato ai figli maschi il ciclo completo di studi e parecchie altre che solo il tempo ha lavato dal rancore connesso alla incomprensione. Mia madre era una donna cui la guerra ha strappato i sogni di gioventù. E dunque questa Rossella O’Hara con le maniche rimboccate era la donna che distrattamente si occupava della crescita dei suoi figli. La sua rabbia e delusione era cosa così evidente agli occhi di un figlio attento, che mi fu per lungo tempo impossibile scrollarmi di dosso il mantello del Cavaliere Salvatore di donne inermi insultate dalla vita. Condizione questa che certamente influenzò le mie prime scelte amorose. Ha fatto tutto quanto la sua indole le ha consentito di fare e allora non ho nulla da rimproverarle.

Gli anni cinquanta volgevano al termine e allora basta col ghiaccio da portare in casa per conservare i cibi, basta con la televisione al bar il sabato sera, basta biciclette e lambrette. Basta latte sfuso e spaghetti a etti. Avevamo come oramai tantissimi italiani un frigorifero, un apparecchio televisivo tutto per noi e l’automobilina Fiat per le gite fuori porta, e non dovevamo più invidiare un po’ lo zio che veniva di tanto in tanto con la sua Balilla dalle Marche a trovarci. Una delle prime sere che avevamo l’apparecchio telefonico in casa, mio padre lo usò in ora tarda per chiedere alle signorine dei telefoni chi aveva vinto il Festival di San Remo: Tony Dallara e Renato Rascel con Romantica, era il 1960.

Alla fine degli anni cinquanta l’affitto di casa incideva per 1/6 dello stipendio e potevi acquistare uno scooter con meno della metà della paga di un operaio e allora furono in molti a pensare che risparmiando sulle spese voluttuarie, che del resto erano ancora assai lontane dalla mentalità comune, si potevano accantonare abbastanza soldi per acquistare un appartamento. E così fu per milioni di italiani che guardavano fiduciosi al futuro.

In quegli anni, sui muri dei magazzini di periferia dove andavamo a giocare, c’erano grandi scritte nere su fondo bianco che non capivamo, in particolare una che ammoniva: “La stasi debilita, l’azione rinfranca”, figuriamoci, non stavamo mai fermi un momento! E quell’altra: “Vincere e Vinceremo”, tutte sempre firmate con una M corsivo maiuscolo. Eravamo figli di ferrovieri, piccoli commercianti, impiegati e operai, tanti operai e decisamente non vestivamo alla marinara. Molti di noi avevano indosso pantaloncini e magliette dei fratelli maggiori e poi ogni venerdì veniva il mercato americano e la mamma ci comperava strane camicie con i bottoncini sul colletto, sempre troppo grandi, buone anche per gli anni a venire. Il Caffè sotto casa aveva una saletta al piano superiore con un grande televisore e ogni sabato sera eravamo tutti lì a vedere il Musichiere, ma avremmo visto qualsiasi cosa, purché fosse venuta da quella scatola magica. La domenica mattina era sempre un po’ speciale: c’erano le attività parrocchiali, che per noi bambini avevano il significato di rendere ufficiale la nostra attitudine a giocare, sudare e sporcarci. E poi il passaggio con papà alla pasticceria per i bignè, talvolta rovinato da una precedente fermata dal barbiere, che ci faceva sfumature incredibilmente alte, così duravano di più.

Gli anni della scuola non erano facili per noi: grembiulini neri, inverni lunghi, macchie d’inchiostro sulle dita, tanti compiti a casa e tante lacrime. Per i nostri genitori la scuola era la sola possibilità di offrirci un futuro migliore del loro presente, e allora niente sconti, serietà e senso del dovere erano le parole d’ordine, insomma una specie di “missione di famiglia” e allora per essere asini ci voleva davvero un fegato grosso così. Infatti a quel tempo gli asinelli si potevano contare sulla punta delle dita di una mano.

Forse non eravamo proprio felici, ma nessuno ci aveva mai detto che la felicità fosse cosa di questo mondo, del nostro mondo e dunque come si fa ad essere davvero infelici se non la conosci, la felicità?

Carlo Anibaldi

1° Maggio – La nostra Festa Cafona


« In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito. » (da “Fontamara”Ignazio Silone)

La situazione è questa tutt’oggi, ma per il 1° Maggio a Roma si fa il gran Concertone‎…qua la buttiamo in musica…c’è un’infinità di persone che contano su questo nostro farci una cantata in coro e ogni volta non manchiamo di deluderli, sarà meglio di San Remo e costerà pochi soldi. Forse interviene anche il Sindaco, che ovviamente è stato invitato in questo culo e camicia generale….ma è sempre sperabile un uragano di vento e pioggia torrenziale su questa cosa inutile e soporifera per festeggiare il lavoro che non c’è più e buttare in retorica festaiola la carne viva che va in malora.

A PROPOSITO DI “LIBERAZIONE”


 Ci lamentiamo ogni giorno sui giornali e sui blog che in Italia una vera opposizione ai governi che via via si sono succeduti non esiste e che questa sarebbe una delle cause delle ‘anomalie’ italiane che ci fanno ‘diversi’. Eppure ci sono risposte ovvie a questa ‘anomalia’, ma sembra che politici e giornalisti le ignorino…Un po’ come se si andasse per strada senza pantaloni e ci si meravigliasse dei sogghigni dei passanti. In questo Paese si finge a tutti i livelli una ‘normalità’ che non c’è mai stata eppure si vorrebbe rispetto, dentro e fuori dai confini nostri. Sarebbe dunque da tempo il momento buono per tracciare una linea netta e decidere se stare di qua o di là. Tra coloro, cioè, a cui, per un motivo o per un altro, sta bene la suddetta situazione, e quegli Italiani, invece, che tendono fermamente a rifiutarla, e vorrebbero, in qualche modo, rimetterla in discussione.  Mi riferisco alla circostanza di non essere mai stati uno stato sovrano e vittime di sudditanza senza fine e confine nei confronti dei ‘liberatori’. Eravamo fascisti alleati dei nazisti, insieme abbiamo causato la morte di milioni di persone e distruzioni immani, dunque la ‘Liberazione’ non ci è giunta gratuitamente, ma sulla base di trattati zeppi di clausole ‘segrete’ che ci hanno tolto la sovranità per oltre un sessantennio. De Gasperi la sapeva molto lunga su questo punto e fra cento anni forse leggeremo qualcosa negli archivi di stato sul perchè i vertici dei Servizi di Mussolini erano ad organizzare i Servizi della neonata Repubblica. Su questo punto dovremmo chiarirci le idee e prendere posizione, possibilmente non ipocrita.

“Prendiamo la libertà di opposizione politica. Se ci fosse stata questa libertà ci sarebbe stato qualche partito di opposizione in Italia dopo il 1945, almeno uno, non è vero ? Invece un partito del genere in Italia, dopo il 1945 non c’è mai stato. Ci fosse stato avremmo sentito in Parlamento certe recriminazioni, certe richieste, certe verità del tipo : Siamo una colonia degli USA ! Vogliamo vedere tutte le clausole segrete del trattato di resa del 1943 e dei successivi ! Il governo ammetta che l’Italia è costretta a pagare per il mantenimento delle basi USA nel Paese ! Il governo ammetta che in Italia i militari e anche i turisti statunitensi hanno l’immunità giudiziaria ! Invece di fingere di preoccuparsi per la disoccupazione, il governo ammetta che l’Italia è stata costretta a chiudere tutte le sue industrie strategiche, militari e civili, con perdite di milioni di posti di lavoro ! Il governo ammetta che i dati dell’interscambio Italia-USA sono truccati per far risultare un attivo che non c’è mai stato ! Invece di fingere di essere inefficiente e mentecatto, il governo ammetta di dover trascurare la ricerca scientifica su ordine degli USA, che vogliono indurre i nostri scienziati giovani e promettenti ad emigrare e fare là le loro scoperte e brevetti ! Il governo ammetta che la Mafia è una questione politica e trattarla altrimenti è una ipocrisia che costa magistrati e poliziotti morti ! Avremmo sentito queste e molte altre cose e invece come ognuno può constatare, niente. Perché appunto partiti di opposizione qua non ci sono, non ci sono mai stati. Lo Stato italiano post 1945 è tutta una finzione, un edificio grottesco basato su amnesie e falsità, e fare opposizione politica di necessità (non di sufficienza, certo) significa opporsi a tutto ciò, ma appunto nessuno lo ha mai fatto. Non lo ha certo fatto il PCI, i cui militanti durante la guerra hanno combattuto agli ordini degli Alleati e nel dopoguerra hanno eseguito per loro ordine lo sterminio dei quadri portanti del PNF, 30.000 e più persone: come avrebbe mai potuto il PCI opporsi agli USA, se la sua stessa incolumità dipendeva da loro? Lo diceva, certo, ma non lo faceva. Idem per il PRC di adesso, non parliamo del PSI di una volta, per carità del PSDI e neanche del “puro“ PSIUP. E non lo ha fatto neanche il MSI, a cominciare dall’inizio e in tutte le varie denominazioni: un partito che ha fatto la “svolta atlantica“ non era certo l’erede del PNF, non era certo quello che diceva di essere.   Come è stata possibile una tale divaricazione fra i fatti concreti e le parole, le declamazioni e i programmi scritti dei partiti, specie dei più caratterizzati ideologicamente come appunto il PCI e il MSI? Essenzialmente, tramite gli infiltrati, che nel caso sono politici in genere giovani e promettenti – e molto, molto ambiziosi – scelti nelle organizzazioni politiche (partiti, sindacati, quotidiani eccetera) in cui militano, pagati nascostamente e potentemente aiutati a “fare carriera“, anche sino al vertice. Gli indipendenti invece sono ostacolati, boicottati, fatti passare per scemi o – anche – per spie, e nel caso diventino un problema sono anche fatti fuori (uno per tutti: Moro). Il motore dietro il tutto sono gli USA, che dirigono le strutture statali italiane sul campo, i Servizi, il ministero degli Interni eccetera, e l’obiettivo è di mantenere tutte le organizzazioni politiche esistenti nell’ambito della dinamica concettuale scelta come accettabile, politically correct, cioè per l’Italia all’interno del castello di menzogne ufficiali accennato sopra. O si credeva che gli USA prima conquistano l’Italia con una guerra e poi se la lasciano portare via di sotto il naso da quattro indigeni mezzo studiati che mettono in piedi un partito di opposizione? L’obiettivo è sempre stato raggiunto, gli infiltrati in Italia dominano il campo, anche oggigiorno. Anzi, soprattutto oggigiorno : come potrebbero spiegarsi infatti gli incredibili “ribaltoni“ di alcuni partiti, che hanno esattamente invertito tutta la loro linea politica, compresa la loro posizione su certi argomenti chiave (si pensi a topiche come le origini culturali dell’Europa, gli immigrati, Israele, anche il mandato di cattura europeo stesso…), se non con l’attività di infiltrati di primo piano? Questa sarebbe “libertà di opposizione?” [ J. Kleeves]

Bibliografia

– Documenti di resa Italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. [http://pdsm.altervista.org/resa_italiana.html#str3]

– “Vecchi trucchi” di J. Kleeves

LA POLVERE DELLA STORIA


di Carlo Anibaldi

Ai nostri contemporanei dobbiamo tutto, il resto è solo la polvere della Storia che, pur inconsistente, tutto ricopre. Ci sono valori e circostanze che riteniamo centrali nella nostra storia personale; generalmente sono gli incontri, l’Amore, la Libertà, la Fortuna, gli affetti e poco altro. Con ciò tutto sembra detto. Per altri versi, anche a volerli mettere in fila, in ordine di importanza personale o anche in ordine alfabetico, par sempre che manchi qualcosa.

Dico questo perché il nostro sentire più intenso è nell’unicità, eppure ci muoviamo all’interno di valori, sentimenti, azioni ed emozioni che sono universali e universalmente vissuti, senza distinzioni di luogo e di tempo. Ma allora, cos’è che ci fa sentire così unici fra i nostri simili? Ogni nostra esperienza, con ogni probabilità, è già stata sperimentata o lo sarà in futuro. Queste stesse mie parole non è impossibile che già siano state pronunciate. Io credo allora che il sentimento che ci è più caro, quello che avvertiamo come unicità nel Creato, sia un dono dei nostri contemporanei.

I nostri contemporanei sono quattro o cinque generazioni di individui al massimo. Non sarà necessario stringere la mano a tutti per convincerci che stiamo compiendo insieme questa traversata. Dovremmo infatti, al pari dei passeggeri di una nave da crociera, essere tutti pervasi da un sentimento di magica empatia verso i nostri compagni di viaggio con cui stiamo condividendo esperienze. Per molti è proprio così, e quelli sono i migliori, perchè al di là di queste parole c’è davvero la possibilità di stringerci in un abbraccio con i contemporanei, a patto di considerarli compagni di viaggio quali sono.

In queste considerazioni sull’unicità che ci viene dalla contemporaneità, non posso fare a meno di soffermarmi sulla qualità dei nostri compagni di viaggio, che è la stessa cosa che considerare la qualità della nostra vita. Intendo dire che, ad esempio, essere ebrei ed aver avuto Hitler come compagno di viaggio è stato determinante per milioni di persone che aspiravano legittimamente ad una vita degna. Alla stessa maniera, per tanti uomini di colore fu determinante per le loro vite aver avuto Abramo Lincoln come Presidente, un contemporaneo di alta qualità.

Nel privato le cose non vanno molto diversamente. Il meglio e il peggio della nostra esistenza sta più nelle mani degli altri che nelle nostre. A dispetto di pur affermate teorie psicologiche, io penso che nella formazione della qualità della nostra vita, il ruolo centrale è affidato ai nostri contemporanei. Non mi riferisco in modo esclusivo ai contemporanei prossimi, che pur hanno un ruolo importante, ma in definitiva un marito manesco lo si può abbandonare. Diverso è prendere le distanze da un’autorità disonesta o dai mandarini di un regime, ma questo è un’altro discorso.

 Non fosse per i nostri contemporanei, saremmo, come del resto alla fine saremo, un puntino indistinto in una moltitudine di lapidi di sconosciuti, come negli antichi cimiteri di campagna che ci è capitato di visitare. Nel bene e nel male sono loro a conferirci unicità e irripetibilità, i contemporanei. Per convincercene in maniera definitiva dovremmo sfogliare quei vecchi album di foto al mercato delle pulci: quelle persone di cent’anni fa sono morte due volte, anche nella loro unicità che hanno perduto con la perdita di tutti i compagni di viaggio e dunque con l’oblio sentimentale. Perfino gli artisti e i grandi personaggi, quelli che sembravano i padroni degli eventi e delle genti, non hanno un destino diverso, infatti ciò che sopravvive è solo la polvere della Storia, quella sottile patina che contiene i rumors, le tracce, nei Movimenti e nelle opere, ma l’unicità dovuta allo scambio di sensazioni e sentimenti con i contemporanei è finita col finire dell’esistenza in vita dell’ultimo compagno di viaggio. Fintanto che erano in vita i superstiti del Titanic, ebbene quella era una forte esperienza che emozionò i contemporanei per decenni, poi è divenuta Storia, polvere impalpabile, irraggiungibile come sa esserlo un racconto d’altri tempi.

24 Marzo 1976 – DESAPARECIDOS, CAPITOLO ATROCE DELLA STORIA


di Gianni Martinelli

Nelson Martín Cabello Pérez, Gustavo Alejandro Cabezas, Ary Cabrera Prates, Jorge Eliseo Cáceres, Edgar Claudio Cadima Torrez, Eduardo Alberto Cagnola, Ricardo Luis Cagnoni, Italo Américo Cali, Simón Campano, Horacio Raúl Campione, María Silvia Campos, Luis Canfaila, José Antonio Cano, Alberto Canovas Estape, Carlos Hugo Capitman, Julio Cesar Carboni, Alvaro Cardenas, Daniel Hugo Carignano, Laura Estela Carlotto….

I pochi nomi sopra citati dovrebbero al contrario essere circa 30.000 perché questo è il costo in vite umane dell’immane tragedia dei desaparecidos in Argentina. Ma alla Casa Rosada, il palazzo  del potere argentino, alla sparizione di 30.000 persone si devono aggiungere altre cifre agghiaccianti come l’appropriazione di più di 500 figli di scomparsi, la detenzione di migliaia di attivisti politici e l’esilio di oltre 2 milioni di persone. Nomi e cifre identificano l’orrore del genocidio subito da un’intera generazione di civili argentini negli anni tra il 1976 e il 1983. Ricordiamo questo orrore perchè compito dello storico è quello di contrastare le attualissime spinte al revisionismo che cercano di nascondere e a volte addirittura di negare quello che in realtà è avvenuto. La portata di questa immane tragedia deve invece emergere in tutta la sua violenza e veridicità per essere anche un monito affinchè simili genocidi non si verifichino mai piu’ in nessun luogo. Come scrive Marco Bechis, regista di “Garage Olimpo” e “Hijos”: “la memoria è la capacità di ricordare il passato e riconoscere nel presente tutte le situazioni che gli assomigliano. Quindi serve ad agire oggi e non deve essere solo qualcosa che funziona con 50 anni di ritardo. La memoria è l’unico strumento che può impedire il ripetersi di errori”. La storia dell’Argentina sarà per sempre macchiata dal sangue dei desaparecidos e “Nunca Mas” (Mai più) è il grido che risuona ed esplode da tutte le associazioni mondiali di tutela dei diritti umani e, più in generale, dagli “ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile” (come cantava Fabrizio De Andrè nella sua “Domenica delle salme”).

La Storia. Per comprendere appieno la tragedia dei desaparecidos dobbiamo inserirla nel contesto storico che l’ha generata. La nostra analisi non può che partire dunque dalla data del 1 luglio 1974 giorno della morte di Juan Domingo Peron, leader incontrastato della scena politica argentina fin dagli anni 40. Peron venne eletto presidente per la prima volta nel 1946, ed emblematica è la sua rielezione nel 1973 sull’onda di oceaniche manifestazioni popolari, alla veneranda età di 78 anni. Dopo la sua morte diventa presidente dell’Argentina la sua terza moglie Isabel Perón ma nello sgomento generale e in un clima di smobilitazione prende sempre più piede la figura di López Rega, che crea uno stato di polizia, inaugurando la fase del terrorismo con la formazione dell’Alleanza Anticomunista Argentina (detta Triple A). Nascono bande e organizzazioni paramilitari al servizio del potere politico con il fine di eseguire omicidi e sequestri degli oppositori al regime. In un clima di sempre maggiore incertezza economica e politica i militari decidono di assumere direttamente il potere rovesciando il governo di Isabelita Perón. E’ il 24 marzo del 1976 e ha inizio in Argentina la dittatura militare con il terribile triumvirato Massera (comandante della Marina), Agosti (comandante dell’Aeronautica) e Videla (comandante dell’esercito e presidente di fatto). Con il pretesto di effettuare un processo di riorganizzazione nazionale instaurano il terrorismo di Stato su grande scala. Dichiarano lo stato di assedio abrogando i diritti costituzionali, sospendono le attività politiche e di associazione e chiudono e sequestrano sindacati e giornali. Per ottenere qualsiasi tipo di informazioni su veri o presunti nemici del regime viene istituzionalizzata la pratica della tortura, praticata in centri clandestini di detenzione nei quali vengono incarcerati i detenuti illegali. Il clima di terrore e paura tra la popolazione viene così accentuato dalle prime sparizioni di persone: è l’inizio del dramma dei desaparecidos. I militari rimangono al potere fino al 1983 e il motivo della loro caduta va ricercato principalmente nell’insensata azione di guerra promossa nel 1982 dall’allora presidente Galtieri. Questi facendosi paladino della realizzazione delle tematiche nazionaliste tanto care ai militari decide di occupare le isole “Malvinas” (Falkland), da 150 anni nelle mani degli Inglesi. Il risultato dell’operazione bellica è disastroso; le truppe argentine sono inesperte, mal equipaggiate e mal alimentate, nascoste in trincee sotto il bombardamento delle superiori forze britanniche subiscono numerosissime perdite umane. Ed è proprio sull’onda di questo altissimo prezzo pagato che l’Argentina inizia il processo di transizione alla democrazia con la destituzione di Galtieri e la salita al potere di Bignone. In questa ultima fase la dittatura getta le basi per il suo epilogo: i militari particolarmente preoccupati per le possibili conseguenze dei loro atti eliminano gli archivi della repressione clandestina e decretano un autoindulto che li esonera dalla responsabilità per gli atti compiuti durante la dittatura. Nel 1983 i radicali portano alla presidenza Raúl Alfonsín. Il nuovo governo ristabilisce pienamente le libertà democratiche e le garanzie costituzionali tentando, ma riuscendovi solo in parte, di giudicare e condannare i colpevoli dei massacri e delle torture.

Buenos Aires Horror Tour. Massimo Carlotto nel suo libro “Le irregolari” descrive un viaggio nei luoghi dell’olocausto argentino. Ne emerge una Buenos Aires segnata anche topograficamente dalla tragedia: ogni sua strada, ogni sua piazza, ogni suo angolo porta con sè i segni indelebili dell’orrore. Il lettore entra insieme all’autore nel pullman della memoria guidato da un reduce della tragedia, per ripercorre insieme a loro i luoghi della vergogna da non dimenticare: “Numero 5600 di Avenida Rivadavia… il ventinove giugno del 1978 lì dentro hanno sequestrato Jorge Alejandro Segarra” (…) “Numero 1444 di calle Andonaegui, qui viveva il ventiduenne Eugenio de Cristofaro… lo sequestrarono il 14 settembre de 1976″ Ma la tappa più terribile del Buenos Aires Horror Tour è forse quella dell’ESMA, la terribile Escuela de Mecanica de la Armada. Nei suoi locali la dittatura allestisce uno dei più terribili campi di concentramento nel quale vengono rinchiusi e torturati migliaia di desaparecidos. Si calcola che dentro la scuola morirono circa 5.000 persone. Per due anni, ogni mercoledì, dalla base militare dell’ESMA, aerei carichi di desaparecidos si levano in volo diretti verso l’oceano; migliaia di persone torturate e narcotizzate vengono lanciate in mare ancora vive. La verità sta lentamente emergendo anche grazie alle confessioni di Adolfo Scilingo, ex capitano della marina militare argentina che ha svolto servizio proprio all’ESMA. Ecco le terribili parole che rivela al giornalista Horacio Verbitsky: “Era qualcosa che doveva essere fatto. Non so cosa senta un boia quando deve uccidere… A nessuno piaceva farlo ma era gradevole… Era qualcosa di supremo che si faceva per il paese. Un atto supremo”. Questa breve testimonianza evidenzia il clima di follia e di terrore che regnava in quegli anni in Argentina. Un clima che fa sorgere spontanea una domanda: ma quanto è lungo questo horror tour? La risposta ce la fornisce lo stesso conducente del pullman: “Non ti basterebbero tutte le notti della tua vita. Buenos Aires non finisce mai”. Il 30 aprile 1977 per la prima volta 14 donne “ingenue, vecchie e molto addolorate” scendono nella Plaza de Mayo di Buenos Aires a chiedere ragione della sparizione dei loro figli; la polizia, chiamandole locas (pazze), tenta di sloggiarle intimando loro di “camminare”. Così, camminando attorno alla piazza, inizia la lunga marcia delle Madres dei desaparecidos davanti alla Casa Rosada, sede della presidenza argentina. Una marcia attorno all’obelisco simbolo di Buenos Aires con il capo coperto da un fazzoletto bianco e in mano le foto e le immagini dei cari scomparsi. Una marcia che non si arresta neanche di fronte alla dura repressione militare che uccide Azucena Villaflor, la fondatrice del movimento. Le Madri non si danno per vinte e ogni giovedì scendono sempre in piazza noncuranti delle manganellate e degli arresti della polizia che cerca ogni volta di disperderle invocando le norme sullo stato d’assedio che proibiscono gli assembramenti non autorizzati. A chi chiede di accettare la morte senza spiegazioni, le donne cominciano a chiedere “la ricomparsa in vita”. A chi propone di ricercare le tombe, esse rispondono: “Nessuna tomba può contenere un rivoluzionario”. Leader del movimento diventa Hebe de Bonafini che così commenta: “Non vogliamo la lista dei morti, vogliamo i nomi degli assassini. Non vogliamo l’oblìo, perché vogliamo che ciò che è avvenuto non si ripeta mai più. Non dimenticheremo, non perdoneremo. Un corteo di figli di desaparecidos

A noi non interessa che i desaparecidos siano ricordati e le madri stimate. Vogliamo che i nostri figli siano imitati. ” Ma le madri non sono sole. Il 5 agosto 1978, giorno dedicato all’infanzia, due giornali pubblicano un appello. E’ quello delle Abuelas (Nonne) di Piazza de Mayo, ed è rivolto alle “coscienze e ai cuori delle persone che detengono i nipotini scomparsi, o li hanno adottati, o sanno dove trovarli”. Anche le nonne come le madri urlano con forza che i piccoli scomparsi dopo il golpe devono tornare alle famiglie legittime; è orribile che i bambini vengano cresciuti dalle stesse famiglie che hanno torturato e trucidato i loro genitori legittimi. Ma anche le nonne si scontrano contro il muro di gomma dei tribunali e dei militari che reagiscono ricordando che i loro figli erano degli “assassini” e quindi non hanno il diritto di allevare i propri nipoti perché li trasformerebbero ugualmente in criminali accaniti. Dal 1989 è Estela Carlotto la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo. Sua figlia Laura poco prima di venire uccisa le ha rivelato di avere partorito uno splendido bambino che avrebbe voluto chiamare Guido. Riportiamo di seguito alcuni passi della commovente lettera che Estela Carlotto ha inviato al nipote, mai conosciuto, al momento del suo diciottesimo compleanno: “Caro Guido, oggi che compi diciotto anni, voglio raccontarti cose che non sai ed esprimerti sentimenti che non conosci. I tuoi nonni appartengono a quella generazione che attribuisce a ogni data un valore speciale e particolare. La nascita di un nipote è una di queste date (…). Oggi stai festeggiando i tuoi diciotto anni sotto un altro nome, accanto a un uomo e una donna che non sono tuo padre e tua madre, ma i tuoi ladroni. Loro neppure immaginano che la tua mente custodisce le ninne nanne e le canzoncine che Laura ti sussurrava, sola nella prigione, mentre tu ti muovevi nel suo ventre. Un giorno ti sveglierai, scoprendo quanto tua mamma ti amò e come tutti noi ti vogliamo bene. (…). Ti sveglierai un giorno da questo incubo, nipote mio, e sarai libero. Con tanto amore, nonna Estela”. Ma anche i figli non dimenticano e si è infatti costituito il gruppo “Hijos” che riunisce molti di quei ragazzi che hanno da poco scoperto la loro vera identità. Attraverso esami del DNA e ricerche accurate e approfondite cercano di rintracciare fratelli e sorelle spariti, cercando di smascherare le famiglie di quei militari che hanno dei figli pur essendo le donne geneticamente sterili. Un bell’esempio di queste indagini ce lo fornisce Marco Bechis nel suo film “Hijos” nel quale una ragazza argentina cerca di rintracciare il presunto fratello rubato e affidato a una famiglia di militari.

Cinema e musica. Documenti angosciosi del nostro tempo, molti film e molte canzoni denunciano senza indulgenze le crudeltà della tragedia dei desaparecidos, dando voce e cassa di risonanza ad un grido di dolore che non può essere dimenticato. Nel campo cinematografico ricordiamo il bellissimo e drammatico film di Hector Olivera “La notte delle matite spezzate” (1986) che, ispirandosi a fatti e persone reali, descrive gli arresti, la segregazione e le torture subite da un gruppo di giovani studenti. I fatti si svolgono a La Plata e la notte degli arresti (settembre 1976) verrà appunto ricordata come la notte delle matite spezzate per ironizzare cinicamente sul corso di studi artistici che stavano seguendo questi ragazzi che mai verranno restituiti alle loro famiglie. L’unica loro colpa è stata quella di avere richiesto il tesserino liceale in modo da avere prezzi ragionevoli sul caro libri e sull’uso dei mezzi pubblici, ma per i militari è abbastanza per fare scattare la repressione. Il film descrive l’arresto e le torture subite in particolare da sette studenti; le scene girate in carcere sono crude e realistiche con la macchina da presa rasente a muri scrostati e umidi e carrellate continue lungo le sbarre che simbolicamente sembrano testimoniare come l’intera Argentina sia incarcerata. Continui sono gli zoom sui lucchetti delle celle che immobilizzano una generazione il cui unico movimento è ridotto alle voci sussurrate dei ragazzi che bisbigliano da una cella all’altra cercando di farsi coraggio e di non impazzire. Solo uno di loro, Pablo Diaz, uscirà vivo dall’esperienza, dopo aver scontato 4 anni con l’accusa di essere stato scoperto a distribuire volantini sovversivi, guarda caso proprio nel periodo in cui era già desaparecido… Probabilmente uno degli intenti del film è anche quello di tentare di dare una spiegazione della scelta caduta su Pablo: arrestato fuori dal gruppo e in una situazione successiva, per la logica poliziesca risulta defilato rispetto all’organizzazione e quindi non è pericoloso. “E’ stato deciso che tu viva, ti porteremo fuori di qui: a patto di dimenticare tutto quello che hai visto, tu non sei mai stato qui”: desapariciòn fisica, mentale, psicologica. Nella cinematografia italiana ricordiamo invece gli altrettanto struggenti ed emozionanti film di Marco Bechis “Garage Olimpo” (1999) e “Hijos” (2001).  [Adriana Varela – Con la frente marchita] In”Garage Olimpo” si racconta la storia di una ragazza, Maria, militante in un’organizzazione che si oppone al regime dittatoriale, Laura Carlotto, sparita nelle carceri della polizia politica argentina. Una mattina le milizie la rapiscono sotto gli occhi della madre per portarla in uno dei numerosi luoghi di tortura nascosti a Buenos Aires: il garage Olimpo. Qui subisce interrogatori, torture e violenze di ogni tipo fino al tragico epilogo. Il secondo film “Hijos/Figli” è la continuazione naturale di “Garage Olimpo”. È la storia dei figli dei desaparecidos, nati nei campi di concentramento e adottati illegalmente da famiglie di militari che non ne potevano avere. Quei bambini sono oggi uomini e donne che non sanno di essere figli di desaparecidos, non sanno che le persone con cui sono cresciuti sono state molto spesso le responsabili dirette della morte dei loro veri genitori. Il film racconta la storia di due gemelli Rosa e Javier che vengono separati alla nascita grazie alla levatrice che per salvare almeno la piccola è costretta a fingere di aver fatto nascere il solo maschietto che viene rubato da una coppia di militari in procinto di trasferirsi in Italia. Vent’anni dopo, da Buenos Aires, Rosa inizia a cercare il fratello e riesce tramite internet a contattarlo a Milano dove decide di incontrarlo. I due ragazzi inizieranno ora a scoprirsi tra le paure di una e le diffidenze dell’altro. Oltre al cinema anche la musica si è più volte ispirata al dramma dei desaparecidos e molti cantanti hanno tentato di rappresentare in musica e parole questa immane tragedia. Citiamo ad esempio Manu Chao e Sting tra gli interpreti stranieri con te le canzoni “Desaparecidos” e ” They dance alone” mentre in campo italiano ricordiamo i Nomadi con “Canzone per i desaparecidos” e Paola Turci con “Bambini”.

I mondiali del disonore. Nel 1978 fu disputata in Argentina l’edizione più drammatica e infame dei campionati mondiali di calcio. Nonostante i governi di mezzo mondo e le autorità del calcio fossero al corrente dei crimini tremendi che venivano commessi nell’Argentina sotto la dittatura militare, venne fatta la scelta vile di recarsi ugualmente a disputare quella che doveva essere una grande festa sportiva per il mondo intero. Disputare ugualmente quel torneo fu una grande occasione persa per emarginare un regime criminale e denunciare fatti di infinita gravità e si trasformò al contrario in un autentico regalo alla dittatura (e ai suoi protettori e padrini internazionali) che ebbero dal resto del mondo una sorta di riconoscimento formale del regime. Anche grazie alla vittoria annunciata della squadra argentina strafavorita da arbitraggi e inganni, i campionati del mondo vennero usati da Videla e Massera per distogliere l’attenzione di un popolo terrorizzato dalla tragica realtà e per cercare di dare al mondo intero una immagine di normalità. Ingenti furono i costi della manifestazione, il tutto “perché si diffondesse ai quattro venti il sorriso di un paese felice sotto la tutela dei militari” come riporta Eduardo Galeano. Ma contemporaneamente allo svolgersi del Mondiale continuavano i piani di sterminio delle alte cariche tanto che, proprio nel periodo della manifestazione calcistica, in Argentina la repressione toccò il suo culmine e con essa il numero dei rapimenti e degli assassinii. In pratica i boati del tifo argentino ai goal di Mario Kempes nascondevano il rumore degli aerei della morte che sorvolavano gli stadi trasportando i desaparecidos pronti per essere gettati ancora vivi in mare [Lockheed L-188 Electra e Short SC.7 Skyvan Usati per i Voli della Morte]. Ma le autorità non si curavano di questo e numerose furono le esternazioni di ringraziamento al regime militare. Il presidente della FIFA Havelange parlando davanti alle telecamere delle televisioni osservava: “Finalmente il mondo può vedere l’immagine vera dell’Argentina”. Henry Kissinger, ospite d’onore della manifestazione, dichiarava: “Questo paese ha un grande futuro, a tutti i livelli”. L’unico gesto dignitoso lo compirono i giocatori olandesi sconfitti in finale dai padroni di casa: al momento di ricevere il trofeo si rifiutarono di salutare i capi della dittatura.

Anibaldi Carlo e Simonetta Jaramillo hanno preparato un filmato per ricordare questo capitolo di storia.

ALPHA MALE & ZETA FEMALE ON FACEBOOK


Fra coloro che studiano i comportamenti animali, gli etologi, la definizione di Maschio-Alfa è nota da tempo ed è riferita alle dinamiche di branco, dove la natura vuole che per ragioni di conservazione della specie ci sia un maschio adulto che assume caratteristiche dominanti sugli altri maschi del branco, che assumono una posizione beta e generalmente attendono l’invecchiamento del maschio alfa per accoppiarsi anch’essi con le femmine del branco, cosa altrimenti impossibile. Le caratteristiche alfa comportano quindi onori ed oneri dovuti alla posizione dominante.

 Questa bella storia non poteva sfuggire a coloro che si occupano di venderci di tutto, con l’inganno, la seduzione e ogni mezzo possibile, anche subliminale. Sono gli esperti di marketing, che sono esperti anche di psicologia individuale e collettiva, altrimenti non venderebbero una cippa. Negli USA ci si occupava di questi problemi quando ancora da noi, in Europa, ci si occupava di confini, territori, potenza militare, filologia romanza, romanticismo, Can can, art decò e cappellini della Regina alle corse di Ascot.

Si arriva così ai giorni nostri, dove a fronte del disfacimento di modelli ideali, si va affermando un modello di cartapesta: sono i maschi Alfa, la nuova specie di uomo vincente metropolitano. E’ una vera e propria sindrome di cui sono affetti sembra addirittura il 75% dei manager e su cui si avviano milioni di individui che aspirano a quelle posizioni. Gli esperti hanno perfino definito 4 categorie o varianti di maschio alfa: Commander, Visionary, Strategist e Executor. Ovviamente sono tutte cazzate indotte…in natura infatti non esiste nulla dl genere e siamo nel campo della patologia, per il semplice fatto che le funzioni superiori degli esseri umani, rispetto ai lupi e agli orsi, hanno introdotto elementi tali da sovvertire tutto il discorso che fila solo in etologia. Fra gli umani infatti accade l’imprevisto che un semplice poeta solitario o un timido sognatore assuma caratteristiche cosiddette alfa in tema di dominanza su altri maschi, poichè magari nel tessuto sociale dove sono immersi, i valori e i disvalori sono diversi da quelli del territorio contiguo. Insomma una bufala in piena regola, che serve a vendere prodotti, mode, carriere e in definitiva a fare soldi, potere e, gioco antico come il mondo, sedurre.

Ma come potrebbe esistere una tale favola metropolitana se non fosse supportata da altri maschi che abboccano e schiere di femmine che supportano la leggenda? Non esisterebbe infatti…ma gli esperti d’oltre oceano hanno pensato anche a questo e creato allo scopo un modello di femmina che supporti l’idea. Io la chiamo per brevità Femmina Zeta ed è fondamentale per non far cadere nel ridicolo il concetto di maschio alfa, l’Uomo che non deve chiedere Mai.

La Zeta Female si concede solo a maschi alfa, li riconosce a fiuto e ne assume il carisma con la frequentazione. Nella vita di ogni giorno queste cose ci appaiono solo in maniera sfumata e frequentando certi ambienti, generalmente luoghi di lavoro in grandi città. Ma è arrivato Facebook e allora c’è abbondanza di materiale di studio anche alla scrivania. Arrivano in posta all’improvviso…ti chiedono l’età e che lavoro fai…se sei sposato e senza nessuna vergogna spariscono se non soddisfacente a un clichè preconfezionato…ti sparano 40 ‘mi piace’ a settimana e fanno miriadi di commenti inutili solo per farsi notare…le più ardite si lanciano in serie interminabili di cuoricini e punti esclamativi, per poi svanire nel nulla se comprendono che col cazzo sei disposto a divorziare per via di 4 cuoricini su una bacheca. Rivestono il mito di Diana Cacciatrice senza averlo compreso…vanno semplicemente a caccia. Vedono maschi alfa dappertutto, basta che sono solo meno goffi della media e gli ‘donano’ 5000 contatti in pochi mesi. A me è bastato mettere alcune foto giovanili al fianco di quelle attuali e scrivere cosette che non siano del tutto idiote ma solo ‘normali’ che ho dovuto aprire un terzo account che gli altri sono pieni. Che significa tutto questo? A mio avviso significa che siamo dentro un mondo di plastica dove ci fanno girare in tondo come burattini smidollati e prima ce ne rendiamo conto e meglio è poichè Internet e i Social Network sono mezzi potentissimi e se ne stanno appropriando i Maestri del Marketing (li hanno anzi creati) per i loro fini commerciali a medio e lungo termine, svilendoli nelle funzioni sociali aggreganti e di controinformazione che li fa davvero grandi mezzi.

[Carlo Anibaldi – 2012]

LA SECONDA LETTURA


Siamo abituati a pensare la vecchiaia come l’anticamera della morte, poichè finisce sempre con essa e per questo ci spaventa. Proviamo a riconsiderare la cosa, visto che di là dovremo passare, in quanto non s’è mai vista una anticamera lunga vent’anni e più. Ci deve allora essere una buona ragione se pure oramai imbruttiti, mezzi sordi e mezzi ciechi e con un filo di fiato e di forza continuiamo a girare a lungo intorno al gorgo che ci inghiottirà. La vecchiaia degli umani è fra le più lunghe in natura, poichè la vita continua molti anni dopo che la facoltà di procreare si è spenta, dopo che le capacità creative in generale sono esaurite. Ci sarà pure un perchè a questo, soprattutto se consideriamo che in natura ben poco o nulla è affidato al caso. Proviamo allora a considerare che siamo corpo e Anima, noi siamo così, e allora il percorso dell’uno non termina se non è compiuto il percorso dell’altra. Il corpo smette di essere funzionale e indipendente ma non se ne va, poichè aspetta l’Anima, che generalmente ha tempi parecchio più lunghi per svolgere il lavoro, che alla fine possiamo sintetizzare in una parola: capire, capire la natura e la propria vita stessa. L’anima ritorna a casa con noi ogni sera e non di rado ci tiene svegli la notte. Il nostro temperamento dunque, quello che per tanti anni ha determinato scelte, amicizie, amori, abitudini, errori.  E allora forse il significato di una lunga vecchiaia è quello di capire il nostro destino, riconnettersi ad esso, per riconoscere quella figura che porta il nostro nome e una storia disegnata nella nostra faccia. La vecchiaia ci consente una seconda lettura delle vicende della nostra vita, le sue contingenze e i tanti momenti sprecati. Non è dunque una età triste, se la consideriamo una occasione irripetibile e imperdibile di vedere la nostra vita come una metafora e finalmente comprendere il senso di un lungo cammino.

La divisione netta fra anima e corpo è del tutto artificiosa e addirittura, nelle religioni monoteiste, questa spaccatura è il centro di ogni cosa che dia un senso al ‘credere’. Le cose non stanno così e meno male….le trasformazioni del corpo e quelle dell’Anima sono infatti indissolubili…salvo interrompere il processo con una cannonata o una coltellata…o una grave malattia…che comunque non è quasi mai solo del corpo e fa perciò parte del destino che ci scegliamo o ci costringono a scegliere per fame, miseria e umiliazioni infinite, del corpo e della mente.

[Carlo Anibaldi – gennaio 2012]

LA GIORNATA DELLA MEMORIA CORTA [ovvero PECUNIA NON OLET ]


“Gli amici di Adolf Hitler hanno una cattiva memoria, ma l’avventura nazista non sarebbe stata possibile senza l’aiuto che ricevette da loro. Come i suoi colleghi Mussolini e Franco, Hitler potè contare sul beneplacito della Chiesa Cattolica. Hugo Boss vestì il suo esercito. Bertelsmann pubblicò le opere che istruirono gli ufficiali. I suoi aerei volavano grazie al combustibile della Standard Oil e i suoi soldati viaggiavano in camion e jeep marca Ford. Henry Ford, autore di quei veicoli e del libro “L’ebreo internazionale”, fu la sua musa ispiratrice. Hitler gliene rese grazie conferendogli onorificenze.

Conferì onorificenze anche al presidente dell’ IBM, l’impresa che rese possibile l’identificazione degli ebrei. La Rockfeller Foundation finanziò ricerche razziali e razziste della medicina nazista. Joe Kennedy, padre del presidente, era ambasciatore degli Stati Uniti a Londra,ma sembrava di più ambasciatore della Germania. E Prescott Bush, padre e nonno di presidenti, fu collaboratore di Fritz Thyssen, che mise la sua fortuna al servizio di Hitler. La Deutsche Bank finanziò la costruzione del campo di concentramento di Auschwitz. Il consorzio IGFarben, il gigante dell’industria chimica tedesca che in seguito passò a chiamarsi Bayer, Basf o Hoechst, usava come porcellini d’india i prigionieri dei campi, e inoltre li usava come manodopera.

Questi operai schiavi producevano di tutto, compreso il gas che li avrebbe uccisi. I prigionieri lavoravano anche per altre imprese, come Krupp, Thyssen, Siemens, Varta, Bosch, Daimler Benz, Wolkswagen e BMW, che erano la base economica dei deliri nazisti. Le banche svizzere guadagnarono fortune comprando da Hitler l’oro delle sue vittime, i loro gioielli e i loro denti. L’oro entrava in Svizzera con incredibile facilità, mentre la frontiera era chiusa ermeticamente per i fuggiaschi in carne e ossa. La Coca Cola inventò la Fanta per il mercato tedesco nel bel mezzo della guerra. In quel periodo, anche Unilever, Westinghouse e General Electric moltiplicarono là i loro investimenti e i loro guadagni. Quando la guerra finì, l’impresa ITT ricevette un indennità milionaria perchè i bombardamenti alleati avevano danneggiato le sue fabbriche in Germania.”

(Eduardo Galeano)

Vediamo bene che la guerra se la fanno, da sempre, i poveri cristi, e che ad altri livelli non hanno mai smesso di essere culo e camicia…allora come ora. Ai capitalisti e alla globalizzazione non fa schifo nulla. Affidarsi ad un ‘governo’ è la grande ingenuità che sembra non stancare mai. Quando un tempo c’erano Re e Imperatori sanguinari, le cose almeno erano chiare a tutti. Oggi fiumi di retorica sulla ‘democrazia’ e il sangue versato per essa…e le elezioni ‘sacrosante’ dei rappresentanti del popolo e il Parlamento e la chiesa che affratella le genti…sono solo fumo negli occhi per coloro che, nonostante tutto e in barba alla loro stessa intelligenza, ancora hanno necessità di credere all’archetipo del ‘buon padre di famiglia’ che governa per il bene comune.

[Carlo Anibaldi – 27 Gennaio 2012]

27 GENNAIO – GIORNATA DELLA MEMORIA


Le ragioni che mi hanno impegnato in questo lavoro di ricerca sono, almeno in parte, più personali. Il mio viaggio-pellegrinaggio ad Oswiecim (Auschwitz – Birkenau), Polonia, insieme a mia figlia allora tredicenne, ha lasciato un segno indelebile nella mia memoria e nel modo di sentire; il sangue ti ribolle pure se non sei di cultura ebraica, vivaddio! Inoltre sono convinto che la storia tende a ripetersi solo se la dimentichiamo, nel senso di pensarla come cosa che riguardi gli storici, gli studenti ed i professori. Ciò che conta infatti sembra essere il presente, possibilmente il presente molto prossimo a noi e alla nostra quotidianità. Ma questo modo di vedere, che certo è anche il mio per gran parte delle mie giornate, porta con sé una minaccia, intendo dire che potrebbero poi essere altri a prendere per noi decisioni in grado di sconvolgere le nostre vite. Cosa del resto accaduta assai spesso in passato….. a volerlo ricordare, appunto.

Pensiamo per un momento ai milioni di uomini e donne che negli anni trenta erano affaccendati nella loro quotidianità, in ogni angolo d’Europa e oltreoceano: chi mai avrebbe potuto dire che c’era nell’aria qualcosa che li avrebbe presto convinti, loro malgrado, che la preparazione del matrimonio di una figlia, il nuovo lavoro da incominciare, la tesi di laurea da preparare, il raccolto buono di quest’anno, il nuovo parroco che arriva, il compleanno da festeggiare, la gita fuori porta, che tutto questo insomma sarebbe stato travolto dagli eventi e cancellato, perché le loro stesse vite e quelle dei loro cari sarebbero state in pericolo. E poi la miseria e la fame per molti dei sopravvissuti. Chi poteva immaginare tutto questo in un caldo pomeriggio di fine estate dell’ultimo degli anni trenta?

Tutto questo invece è accaduto, molto vicino a noi, una o due generazioni al massimo. Molti di noi sono cresciuti tra i racconti di tante vicende vissute. Storie troppo spesso strazianti, misere e luttuose. Eppure le nuove generazioni, i nostri figli, per intenderci, non sembrano mostrare particolare interesse per tutto ciò, non più di quanto in genere ne nutrano per le campagne di Napoleone……… storie d’altri tempi.

Io sono certo che anche negli anni trenta non ci si occupasse troppo delle storie d’altri tempi e che la quotidianità fosse, per la maggioranza della gente, tutto quanto di cui fosse sensato occuparsi, proprio come accade oggi.

Tutto ciò a volte mi fa sentire, e mi fa immaginare molti dei nostri giovani, come quei buoi che vengono portati bendati al macello, in modo che non si mettano in ansia e non diano fastidio con escandescenze circa improbabili opzioni sul loro destino.

Ovviamente, come vedremo in questo stesso sito, il contesto socio-politico, economico e culturale degli anni venti e trenta ha poco in comune con l’aria che respiriamo oggi, ma il solo cambiamento che ci potrebbe davvero mettere al sicuro dalla barbarie, purtroppo, non è ancora avvenuto, e attiene a qualche angolo della natura stessa dell’uomo, indipendentemente dal vestito che indossa e se comunica col telefono cellulare o col vecchio telegrafo. E’ in quell’angolo che si annida la barbarie, intesa come intolleranza, disprezzo per il bene supremo della vita, razzismo, egoismo, cinismo e sopraffazione.

Per conforto all’affermazione di cui sopra, proviamo ora a fare una specie di gioco: immaginiamo, fra le persone che, direttamente o indirettamente, conosciamo (e magari diamo un’occhiata anche dentro noi stessi!) alcune da poter calare per un momento in una realtà assai diversa da quella che ora sembra circondarci, in una realtà priva di garanzie, di diritti assoluti, di protezione, in una realtà dove i valori sono sovvertiti, dove Cristo è morto in croce per garantire i privilegi dei potenti della terra, ebbene in questa realtà avreste parecchie sorprese: schiere di mediocri, violenti, frustrati, ignoranti, sarebbero i nuovi mandarini di questa società dove da un giorno all’altro sui muri si potrebbe leggere, in manifesti autoritari, che i calabresi e i marchigiani sono gente ignobile e per questo saranno privati dei loro diritti, poi della loro libertà personale ed infine deportati. In questa nuova società trovereste senza meno il vostro attuale capoufficio, sì, quello arrogante, raccomandato e inetto, con una divisa fiammante da farlo sembrare un dio, con funzioni superiori di coordinamento della deportazione dei calabresi…….. e dei marchigiani. Se vi sembra che sto esagerando con l’immaginazione, guardate poco o tanto indietro nella storia e vedrete che è già successo, troppe volte.

Il sito The Great Crusade è dunque uno STRUMENTO DELLA MEMORIA E DELLA COSCIENZA, uno dei tanti, le cui pagine sono trovate dai motori di ricerca del web e visitate circa 10.000 volte ogni mese, a disposizione di coloro che vogliano per qualche momento togliersi quella benda citata più sopra dagli occhi e ricordare la Grande Crociata che fu combattuta, e che oggi ci permette di vivere serenamente della nostra quotidianità.

Non un sito sulla persecuzione degli ebrei dunque, ma un sito di testimonianza della barbarie nazifascista, che certo non è la sola barbarie della Storia, ma qui di quella si vuole ora parlare, nel senso che il noto teorema “tutti barbari, dunque nessun barbaro” è qui giudicato infantilismo storico e/o qualunquismo. In altre sezioni in preparazione saranno trattate le barbarie staliniane, cambogiane, statunitensi, bosniache, ecc …………., ma è da questa che ha segnato le vite dei nostri padri e madri che voglio cominciare, perchè il concetto cui bisogna avvicinare i giovani è troppo importante per rischiare di diluirlo con le “lontane” vicende di Pol Pot.

Infine, ma non ultimo, altro buon motivo per diffondere questi strumenti della memoria storica è l’arrogante affacciarsi di uno strisciante revisionismo che vorrebbe riscrivere la Storia di quel periodo e ripresentarla come si fa coi panni sporchi: puliti e profumati dopo il bucato. All’origine di questa operazione c’è fondamentalmente l’antisemitismo di sempre, con la “novità” che le infamie del nazismo hanno temporaneamente indebolito le argomentazioni degli antisemiti di mestiere e di quelli viscerali. Come potrebbe oggi un antisemita, dopo quanto è accaduto negli anni ’40 di questo secolo, presentarsi alla Storia con qualche argomento? Soprattutto se nemmeno è palestinese di nascita? E allora ecco che si devono sentire acrobatiche storie come, ad esempio, quella che vorrebbe che nei campi furono fatte delle porcherie, è vero, ma il gas no, quello fu pura invenzione dei bolscevichi.

Altri gentiluomini con belle cravatte e belle parole argomentano puntigliosamente nelle TV circa qualche milione di ebrei in più o in meno nei forni ………

“Che si abbia il massimo della documentazione possibile – che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – perché sicuramente arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e con la massima semplicità possibile dirà che tutto questo non è mai successo.” Dwight Eisenhower

27 GENNAIO – GIORNATA DELLA MEMORIA

CULTURA E INFORMAZIONE AL TEMPO DI INTERNET


 Tornando indietro anche solo fino agli anni ’50 vediamo alti tassi di analfabetismo e scolarizzazione mediamente bassa. Economia prevalentemente agricola. La diffusione capillare di televisione, telefono ed automobile erano ancora di là da venire. In una società così configurata (e più ancora nei decenni precedenti) il bene impagabile, il riferimento per chiunque, in Italia e altrove, era la Cultura. Gli ambienti privilegiati e le persone di grande riferimento all’interno della società avevano solide basi culturali. Dunque, non il primato del danaro o del potere politico o del lavoro, ma il primato della Cultura. Il ricorrente tentativo dei poteri forti di amalgama con questo elemento ed il fenomeno del mecenatismo stanno qui a sottolineare questo concetto. Qualsiasi macellaio arricchito cerca di mettersi in casa opere d’arte che non comprende, allo scopo di ‘allargare’ la sua mediocre personalità con la Cultura. Tutto ciò è stato vero per centinaia di anni, con diversi accenti, sfumature e tentate rivoluzioni.

Quello che voglio evidenziare è il lento, ma costante declino di questo primato, da qualche decennio a questa parte. Che cosa ha potuto scardinare una base societaria tanto solida? La risposta, oramai evidente, è nella novità di un’enorme massa di informazioni oggi a disposizione e la capillarità della loro penetrazione, fenomeno inimmaginabile fino all’avvento delle tecnologie e dei metodi informatici.

I tradizionali santuari della Cultura hanno visto i loro tesori trasformarsi in dati asciutti, sintetici, circostanziati, verificabili in tempo reale e soprattutto largamente disponibili. Presto ci si è dovuti render conto che l’informazione puntuale costituisce potere, in ogni campo, in un mondo dinamico, profondamente cambiato, come quello di oggi. Per dirla in altro modo: è la larga disponibilità dei dati, più che la loro quantità, che ha determinato la perdita di potere della cultura tradizionale che, per definizione, è elitaria. Tanto è vero che la politica, il potere e l’economia da sempre lusingano e “arruolano” esponenti del mondo culturale ed accademico.

In ogni campo i professionisti di oggi, qualche volta loro malgrado, devono quotidianamente confrontarsi con questa nuova realtà che vede il primato della Cultura cedere sotto il peso di un invadente ma salutare primato dell’Informazione. Quale Direttore di Scuola caldeggerebbe oggi metodiche che si discostino dai dati delle evidenze internazionali? Quale Casa Farmaceutica o Industria Alimentare proporrebbe prodotti e procedure non ampiamente validate a livello internazionale? Ogni consumatore oggi può avere in pochi minuti sul proprio computer il meglio delle evidenze mondiali su ogni anfratto del conoscibile.

E che dire dell’informazione erogata dai Media nazionali e locali? Gli interessi di Partito, di cordata, economici e di Fede, continuano a cercare di “Fare Opinione”, lo hanno sempre fatto perchè è la strada maestra per esercitare e amministrare il Potere, ma oggi è più difficile “Fare Opinione” perchèla Grande Rete Internet è costituzionalmente restia a farsi imbrigliare su “polpette” preconfezionate nelle sedi di Partito o nelle Curie. La sua capillarità non lo consente: nemmeno ai più astuti e ricchi Opinion Maker.

E’ una rivoluzione che coinvolge tutti. Ultimo, ma non ultimo, il Terzo Mondo. Hanno potuto di più i semplici SMS da cellulare che decenni di politiche di aiuti umanitari. Con un solo SMS è possibile informare della disponibilità di pesce pescato il mercato con maggiore domanda e vendere la partita in tempo utile. Con un solo SMS si informa di tonnellate di mais disponibili a trovare un compratore fuori dal proprio comprensorio.

Il vero aiuto al Terzo Mondo è l’abbattimento del Digital Divide. Non a caso, le maggiori organizzazioni mondiali (OMS, ONU, FAO, UNESCO, ecc…) si stanno muovendo in questo senso. Contro questo dato di fatto si infrangono pregiudizi, opinioni e poteri consolidati. I primati crollano e se ne ergono di nuovi. Inutile opporsi. Inutile resistere a quanto attiene a quel tipo di cambiamenti non contrastabili, ma solo assecondabili. Allo “zoccolo duro” dei tradizionalisti, idiosincratici verso le tecnologie avanzate, potremmo sottoporre, per trasposizione, questa riflessione: cosa costituì vero progresso nei trasporti? Continuare ad aggiungere cavalli al tiro della carrozza oppure l’invenzione della macchina a vapore?

Carlo Anibaldi

LA LOBBY DEL DISSENSO [di Carlo Anibaldi]


Per quanto ‘impopolare’ questo argomento va guardato per quello che è oltre l’apparenza. Del resto l’impopolarità non è forse un traguardo cui ambire, in questi tempi che fanno ‘santi’ anche i gaglioffi?
In questi ultimi mesi qualcosa si sta sgretolando nei piani alti dell’industria del dissenso, ma questo lo vedremo poi, intanto consideriamo che per anni ci sono stati personaggi pubblici che sono arrivati al grande pubblico attraverso reti televisive nazionali, le ammiraglie dell’informazione e della formazione del consenso al ‘sistema’. All’interno del sistema radiotelevisivo, ma non solo, anche in quello giornalistico e parlamentare, si sono distinte persone che non nomino per timore di tralasciarne qualcuna che poi si offende, e che tutti invariabilmente hanno attaccato, con arguzia, comicità spassosa, satira, analitica perseveranza, genio artistico o giornalistico e tenacia, il “sistema”. Quello che tutti insieme hanno determinato è il formarsi di una pubblica opinione, una massa dunque, che si riconosce nella critica al sistema. Facendo parte di quella massa, si sentono dalla parte ‘giusta’ e dunque sono compresi nel ruolo di oppositori al ‘sistema’. Questa massa di ammiratori dei paladini del dissenso si sentono ‘opposizione’ anche solo a guardare trasmissioni, leggere giornali, ridere nei teatri tenda e nei cabaret che in una parola possiamo definire l’intellighentia degli opponenti versus i cialtroni che di volta in volta ci governano. Qua, a mio avviso e, grazie al cielo, non solo a mio avviso, sta il trucco. Mi riferisco al fatto enorme, cionostante invisibile ai più, secondo cui questa grande macchina del dissenso delegittima ogni ‘altro’ dissenso e legittima per questo l’establishment, che come è noto, in ‘democrazia’ è costituito da una maggioranza e da una opposizione, insieme e con ruoli interscambiabili nel breve periodo e dunque attenti a non sgretolare il sistema che li contiene. In altre parole, allorchè il dissenso nuota nelle acque sicure della legittimazione del sistema, non è dissenso ma consenso al sistema. La prova di questo che vado dicendo qua sta nel fatto che nelle trasmissioni ‘contro’ e sui giornali ‘contro’ e nella satira ‘contro’ e nei dibattiti ‘contro’, vengono messi in ‘piazza’ esclusivamente fatti che sono già ampiamente noti ai carabinieri, alla polizia, ai magistrati, alla finanza e le querele che ricevono questi Robespierre sono per gli eventuali danni che hanno subito da questa iniziativa (cause quasi mai vinte, appunto, poichè s’è parlato di questioni note e spesso perfino provate) imprenditori o privati cittadini e non per falsa notizia. Dunque questi agenti ‘contro’, questi tupamaros del dissenso all’establishement che ci sta portando alla rovina, non toccano mai i veri santuari. Chiamereste rivoluzionari quei preti che negli anni ’70 portarono le chitarre elettriche in chiesa? Ecco, portare gli operai a confrontarsi in trasmissioni coi pescecani in poltrona è come portare le chitarre in chiesa, cioè niente, in termini di dissenso e nemmeno in termini di informazione. Coloro infatti che hanno tentato qualcosa di veramente contro il sistema, o sono morti ammazzati o sono stati completamente emarginati. Persone coraggiose, che non seguono ma precedono la magistratura, che hanno compiuto inchieste giornalistiche vere, sono emarginate dal sistema in modo bipartisan ed è tanto che ancora riescano a scrivere sui blog e produrre trasmissioni filmate per YouTube. In queste trasmissioni dei colossi dell’informazione, in questa satira, in questi monologhi d’artista, si parla di alti costi di tenuta del conto bancario, costi più alti d’Europa i nostri, ma non si dice nulla di cosa sono le banche, che mestiere fanno, non si parla di signoraggio, non si parla dello IOR se non seguendo tracce giudiziarie note. In queste trasmissioni ed articoli si parla di alto costo dei farmaci e delle lungaggini del sistema sanitario nel fornire prestazioni sanitarie tempestive, si parla e si scrive di scandalose liste di attesa, ma non si fa una parola nè una riga sul fatto che i medici, in tutto il mondo, sono formati in scuole di medicina che dalla fine dell’800 sono infiltrate finanziariamente dalle 5 o 6 grandi aziende farmaceutiche mondiali, quelle stesse che producono i vaccini per vaccinazioni inutili e spesso dannose, che creano ‘malattie’ come l’ipertensione, i cui valori ‘normali’ scendono di congresso medico in congresso medico, per vendere miliardi di pillole…sempre a più cittadini sani. Oppure di quelle sostanze attive, ma non brevettabili perchè naturali e non sintetiche, e mai legittimate dalla lobby medica poichè di nessun guadagno per le ditte farmaceutiche multinazionali.
Recentemente alcune ‘prime donne’ di questa cosiddetta controinformazione sono usciti dalla televisione pubblica e dai giornali sovvenzionati dal sistema stesso….staremo a vedere se si tratta di rivoluzionari che denunciano il sistema affamante o se solo sono riformisti. I riformisti sono ad esempio quei preti che contestavano la chiesa di Roma per farne un’altra altrove. Ora consideriamo se noi vogliamo davvero un’altra chiesa, un altro stato, un altro ministro, un’altra banca. Nel momento che applaudiamo e ci sganasciamo dalle risate a sentire questi signori della lobby del dissenso, siano essi comici, artisti o giornalisti, in realtà stiamo legittimando questo sistema e il massimo che stiamo chiedendo è che sia oliato in modo più efficiente. La vera controinformazione la troviamo altrove, in posti lontani dalle luci della ribalta e dal successo di massa, che quella, la massa, se l’è presa il sistema, grazie ad una contestazione controllata, che dunque va in piazza, ma scortata dalla polizia, per evitare “infiltrazioni”…..anche in strada, come altrove, TV o giornali che siano, non sono tollerati gli “infiltrati”.
[Carlo Anibaldi 2011]

ODIO FACEBOOK…UN PO’


 Stavolta ne parlo un po’ male và, altrimenti scambio la dipendenza per affetto e invece tocca stare all’erta. Un posto dove tutti i gatti sono bigi, dove i normali sembrano idioti e gli idioti normali. Il peso di una osservazione costante da parte di sconosciuti mi agita, nonostante alla fine è proprio l’attenzione che andiamo cercando….e pure le dinamiche di gruppo…o se volete del branco. Non ho mai tollerato il controllo, nè ho mai gradito che estranei si facessero gli affari miei, proponessero chat o confidenze tanto improvvise quanto incongruenti e fastidiose. Qualche giorno fa un signore mi ha chiesto amicizia e dopo un quarto d’ora mi è arrivata la richiesta della mail privata, dove mi è giunto un .pdf di 200 pagine con tutta la sua vita con foto a corredo. Parecchi non conoscono il limite delle cose, nè capiscono i termini esatti della  loro invasione pseudoaffettiva. Nè hanno riflettuto sul fatto che dietro lo schermo ci siano persone e sensibilità. Ho detto basta a tutto ciò a più riprese…senza successo. Basta ai rapporti di plastica. Basta agli attentati alla mia privacy, alle vendette e alle ritorsioni infantili di certuni. Ho imparato a mie spese che i socialnet non farebbero per me, ma tant’è…si diventa un po’ dipendenti. Amo le persone che sanno costruire un rapporto interpersonale senza enfasi, senza promesse non sollecitate….semplicemente vivendolo giorno per giorno. Ma il tempo di coltivare rapporti in questa società schizzata e in queste città trappola, non c’è più…e fioriscono allora questi surrogati della vita stessa. Se il computer desse anche da mangiare per alcuni sarebbe la mamma, sorella, amante e moglie.

Amo chi si mette in contatto con delicatezza, senza entrare a gamba tesa raccontandomi la sua vita dopo cinque minuti o ore o giorni di ‘amicizia’….che mica sono il prete o lo psicocoso tascabile. Amo chi mi chiede: ”cosa intendevi dire quando hai scritto..?”…  e non passa direttamente agli insulti.

Amo chi non mi chiede di diventare suo fratello sul profilo fb e poi se ne sbatte quando sto muto venti giorni….che in quel tempo potrei essere già stato cremato e disperso. Amo chi non ”tradisce” un’amicizia nè in tempo di pace nè in tempo di guerra. Amo chi sa mantenere la parola data o un segreto…anche se i segreti si sa, funzionano solo in amore, talvolta e per un po’, quasi mai in amicizia. Amo chi non giudica e piuttosto si domanda ”…e se fosse successo a me?”

Odio chi si comporta come un gatto pur non essendolo…in quanto si sa che solo ai gatti è concesso di sentirsi al sicuro se solo si tolgono il nemico da davanti agli occhi…trascurando che gli si vede tutta la coda…..

Amo chi sa ascoltare. Amo chi non usa mai toni autoritari. Amo chi non ha ideologie. Amo chi sa pensare a un mondo diverso senza aggrapparsi alla speranza.

Amo chi odia la speranza e là non si ferma a guardare il proprio ombelico. Amo chi protegge e aiuta gli indifesi. Amo chi sa parlare con lo spazzino a tu per tu….perchè quello sei tu con un po’ meno di fortuna.

Amo chi ama i libri e comprende la loro importanza. Amo chi sa costruire gli aquiloni o sogna di librarsi in volo buttandosi da un parapendio. Amo il mare e la sua profondita’…il suo mistero. Amo la vita nonostante non riesca quasi mai a viverla come vorrei.

Odio chi afferma che un tempo non c’erano le lampadine e si viveva lostesso…si rideva e si piangeva, si amava e si odiava…sottintendendo che sia cosa da nulla tornare ai lumi ad olio. In realtà la sola libertà che ci possiamo concedere è quella di spegnere la luce di tanto in tanto.

[Carlo Anibaldi – gennaio 2012]

IL PRINCIPIO DI PETER (ovvero: il tempo dei somari)


Il principio di Peter in estrema sintesi curata da Carlo Anibaldi –

Nel nord Europa, negli Stati Uniti e, recentemente, anche in Italia sono molti gli studiosi che si sono occupati di questioni connesse alla qualità dei Servizi e delle problematiche connesse all’ “out-come” aziendale, pubblico e privato. Molte delle dinamiche che spesso riteniamo scontate in quanto “insite nell’ordine delle cose di questo mondo”, in realtà sono spesso frutto di pregiudizi sull’immodificabilità dei comportamenti e causa del basso profilo che troppo spesso incontriamo nell’offerta di servizi, pur ad alto costo per la collettività.

Fra i molti postulati utili a definire questo concetto, ho scelto “Il Principio di Peter” (dello psicologo canadese Laurence J. Peter che, assieme a Raymond Hull, formulava in chiave satirica il meccanismo della carriera aziendale), perché ben si presta alla semplificazione di studi complessi.

Un individuo inserito in una scala gerarchica inizia l’attività con un ruolo preciso, svolgendo compiti precisi.

Se svolge bene i suoi compiti viene “promosso”, passando a compiti diversi. Dopo un certo tempo, se anche questi nuovi compiti vengono svolti bene, scatta una nuova promozione. Tali promozioni portano a posizioni dette apicali che, per definizione, devono essere occupate da persone con una spiccata attitudine a risolvere problemi.

Il gioco delle promozioni continuerà così fino al momento in cui l’individuo non sarà più in grado di svolgere i compiti assegnatigli. Da quel punto in avanti non avrà più promozioni. Ha raggiunto il massimo della sua carriera. Per cui ecco il principio: In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza. Da questo principio discende che ogni posto chiave tende potenzialmente ad essere occupato da un incompetente, un soggetto cioè in grado di creare più problemi di quanti possa risolverne.  Il che spiega molte cose sul funzionamento di parecchie istituzioni….e del fallimento dei cosiddetti governi tecnici. Questi professori che diventano ministri ad honorem, diventano degli asini storditi dai suoni in quell’ambiente nuovo che chiede loro miracoli sulla base di esperienze maturate altrove.

Le società anglosassoni, che pur hanno studiato questi fenomeni assai prima di noi, sembrano impigliate in questo meccanismo in misura meno drammatica, probabilmente a causa della maggior diffusione del pragmatismo della dottrina protestante che, come sappiamo, è libera da sentimentalismi ed assai più rigida nelle questioni di principio. Molto difficile che il Direttore delle Acque del Tamigi, che ha la responsabilità della navigabilità del Tamigi, sia un manager di provenienza politica piuttosto che tecnica, oppure addirittura un manager privato assunto a suon di milioni di euro dallo Stato per amministrare, senza rischi, i soldi dello Stato stesso, o, peggio ancora, un capitalista senza capitali che privatizzi gli utili e pubblicizzi le perdite. Il messaggio sotteso al principio in oggetto, anche in Italia, cominciava finalmente ad essere recepito e nell’affidamento di incarichi apicali emergeva la tendenza di confidare non tanto sulle persone-brave e/o brave-persone, quanto su persone qualificate nello specifico compito di risolvere problemi e conseguire obiettivi. Purtroppo è nostra abitudine importare dai Paesi avanzati gli scatoloni (legge sulla privacy, management aziendale, controlli istituzionali, ecc…) per poi riempirli dei soliti contenuti di cui siamo Maestri nel mondo. Siamo infatti tornati senza vergogna all’affidamento ai famigli e ai ‘fidi’ degli incarichi apicali, in quanto l’obbiettivo è quello di fare o restituire favori, cioè stipendi da nababbi a spese del contribuente o persone debitrici al posto giusto, non certo far funzionare l’azienda pubblica affidata. Si riaffaccia insomma il concetto borbonico di res publica a valore zero spaccato e della sfera familiare e di clan a valore assoluto.

Ovviamente nella categoria delle persone-brave e/o brave-persone possiamo includere anche le persone brave nel farsi raccomandare. Questa pratica non è certo solo italiana, quello che però ci distingue è la curiosa attitudine a vantarcene piuttosto che a vergognarcene; in genere siamo infatti disponibili a concedere ammirazione ad un individuo solo per le sue reali o supposte conoscenze importanti. Tale ammirazione trascende le reali competenze del soggetto e le sue effettive capacità nel dare soluzioni ai problemi.

In definitiva, se da una parte è indubbiamente premiante promuovere Capostazione un bravo Macchinista, oppure Direttore Sanitario un bravo Primario, o Ministro della Repubblica una bella ballerina, dall’altra, come ha cercato di spiegarci Peter, non è sempre detto che questo consolidato modo di operare faccia gli effettivi interessi delle rispettive aziende e degli utenti che vi afferiscono.

La novità di questi ultimi tempi consiste nella trovata antica dei ‘tecnici’ nelle stanze dei bottoni. Talmente antica questa trovata che nei secoli s’è visto che nelle stanze dei bottoni i ‘tecnici’ non ci potevano proprio stare, stante che l’efficenza ed efficacia è solo una delle qualità della politica e non può raccoglierle tutte, altrimenti basterebbe un Duce a far camminare una Nazione come un treno, in velocità ed efficienza, ma la Storia mostra da millenni che un Duce presto o tardi fa carneficina del suo stesso popolo. In definitiva il Principio di Peter mostrerà come questi efficienti ‘tecnici’ chiamati a governare, con questa ‘promozione’ sono arrivati al loro livello di incompetenza e a meno di un miracolo creeranno alla gente più problemi di quanti siano in grado di risolverne.

Credo che molti interpretano male l’assunto secondo cui nella vita bisognerebbe privilegiare il senso piuttosto che il ruolo, per renderla degna. Il senso della propria vita non andrebbe insomma cercato in un ruolo sbagliato.

 

[Carlo Anibaldi – rev. 2013]

GAITE’ PARISIENNE


belleepoque

La BELLE EPOQUE è una breve stagione di nemmeno 40 anni che dalla fine dell’800 termina negli orrori degli anni della Prima Guerra Mondiale. Questa Epoca Bella deve l’universalità della denominazione in lingua francese al fatto indiscusso che Parigi ne fu la capitale e fucina incessante di tendenze che contagiarono, dove più, dove meno, l’intera Europa. L’Inghilterra vittoriana e francofoba subì meno di altre Nazioni la ventata euforizzante d’oltre Manica. Questa visione del mondo e della vita sopra le righe nasce dal sentire diffuso che si stava finalmente cavalcando la tigre delle profonde trasformazioni che segnarono tutto l’800, prima fra tutte la Rivoluzione Industriale, beneficiando ampiamente dei suoi frutti in molti ambiti vitali, quali il commercio, i trasporti, le comunicazioni, l’edilizia. Dunque la maggior circolazione di danaro e l’ottimismo sono gli ingredienti base della Belle Epoque.

Del resto la vita appariva in quel tempo davvero più facile e sorridente come mai prima di allora: i padri e i nonni di questa generazione di fine secolo si spostavano in carrozza o a cavallo su strade polverose e insicure, comunicavano con lettere che impiegavano settimane a giungere a destinazione, le merci arrivavano in porto dopo mesi di navigazione attraverso gli oceani e venivano poi caricate su mezzi trainati da cavalli, muli, vacche, il lavoro nelle manifatture era spesso disumano perchè si giovava quasi esclusivamente della forza delle braccia. Nell’arco di pochi decenni tutto questo diventò antico, grazie alla diffusione di efficienti macchine a vapore per treni e navi, all’elettrificazione di molte linee ferroviarie, alla comunicazione in tempo reale attraverso onde radio e poi telefoniche, all’invenzione del motore a scoppio che soppianta dopo millenni il traino animale , alla straordinaria invenzione dei fratelli Lumière e agli albori dell’aereonautica. Possiamo immaginare l’emozione nel vedere le città illuminarsi ogni sera di mille e mille lampadine dopo secoli di buio rischiarato da torce e pochi lumi a gas. Ce n’è davvero abbastanza per ubriacare un’intera generazione. La centralità di Parigi negli anni della Belle Epoque è in buona parte dovuta alle grandiose “vetrine” delle Esposizioni Universali che vi si tennero nel 1889 per celebrare il centenario della Rivoluzione (in quell’occasione fu inaugurata la Tour Eiffel) e nel 1900. La vivacità parigina di questo periodo diede vita a fenomeni artistici assolutamente innovativi quali l’Impressionismo, il Futurismo (il manifesto dell’italiano Marinetti fu pubblicato sul Figaro nel 1909), il Cubismo e altri.

In Italia, questi anni a cavallo di due secoli sono quelli che vedono anche lo scoppio delle contraddizioni della giovane Nazione: la povertà dilagante, soprattutto nel meridione, spinge almeno 500 mila emigranti ogni anno verso le americhe; il lungo periodo di pace e stabilità politica (Età Giolittiana) non ha rafforzato gli ideali democratici, al contrario si moltiplicano i movimenti antidemocratici, la corruzione e la noia, tanto che qualcuno ebbe a dire che “la pace corrompe lo spirito”. La cultura europea del primo Novecento è impregnata di catastrofismo e senso della morte come sacrificio estremo, come riscatto. Tanta parte dell’arte e della letteratura europea di questo periodo porta i segni di una catastrofe in divenire. Non è un caso che proprio in questo periodo nasce il Movimento Futurista di Tommaso Marinetti, esploso nel 1909 con il Manifesto pubblicato su Le Figaro. Il Futurismo è una sorta di ribellione permanente contro la tradizione e i valori del passato; il movimento esalta la guerra come unico mezzo di “igiene” del mondo. E’ anticlericale, antipacifista, contro la democrazia parlamentare, per l’abolizione delle scuole e il libero amore, ma soprattutto opera una profonda trasformazione del concetto di Libertà, che vuole sottomesso a quello di “Italia”, bene supremo da “liberare” dal parlamentarismo e dalla “degenerazione giolittiana” che volle estendere il suffragio a tutto il sesso maschile, indipendentemente dalla classe sociale. L’idea di Giolitti era infatti quella di non escludere dai processi decisionali la maggioranza della Nazione, costituita da operai e contadini. Bisogna dire che non fu solo lungimiranza politica, ma un mezzo tout court per vincere le elezioni politiche del 1900.

Carlo Anibaldi [dal Sito IL NOVECENTO di Carlo Anibaldi – www.carloanibaldi.com/novecento/ ]

BUON ANNO UN CAZZO!


BUON ANNO….ma facciamo i fatti, mille piccole cose mica la rivoluzione francese…sennò sò chiacchiere da salotto st’indignamenti e l’anno nuovo finiranno il lavoro…. e non serve dire che per male che ci va saremo l’oltreoceano dell’america latina, dove la classe media non c’è mai stata…avete mai visto peruviani, colombiani, brasiliani, argentini, guatemaltechi, fare turismo di massa o la fila ai megastore a comperare l’ultimo modello di iPhone? Bè pazienza, faremo così pure noi….. riso e ceci da Palermo ad Amburgo….NO, qua ogni 100 chilometri parliamo lingue differenti e abbiamo diverse culture dal condominio in su…Non sarà dunque mai l’america latina…altro che Europa unita…qua senza soldi sarà un bagno di sangue.

‎”…Más de 20 millones de personas viven en la pobreza en Colombia y más de 8 en la indigencia, lo que significa que cerca de 30 millones de personas no tienen los recursos suficientes para disfrutar de una viva digna en el país sudamericano”.

Se in Europa un Paese arriva a questo genere di situazione, comincia a bombardarne un’altro…la Storia non lascia molto spazio alla fantasia creativa degli scenari.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: