ARCHETIPI E POTERE


di Carlo Anibaldi

Come esseri umani in generale e come soggetti politici in particolare, dobbiamo quotidianamente confrontarci con tentativi, non sempre limpidi, di farci subire la ‘fascinazione’ di alcuni individui che ambiscono ad acquisire potere su di noi, ma attenzione, siamo all’interno di una ‘trappola psicologica’ vecchia come il mondo…

Per cercare di capire di più circa questi meccanismi e difendercene, proviamo a servirci di alcuni elementi che conosciamo della natura umana e vedere se ci possono essere utili. Il ‘segreto’ del successo, sia esso pubblico o privato, sembra attinente alla capacità di tenere in pugno, se così posso esprimermi, l’altro. Un atto di questo tipo solo talvolta è volitivo, per lo più non è cosciente e si dispiega grazie a meccanismi noti. Non voglio qui soffermarci sui metodi ‘scoperti’ di conseguire potere sull’altro, vale a dire il ricatto, l’intimidazione e la violenza fisica. Appare più interessante sondare i meccanismi del potere reale, quello in grande stile, quello che nella vita privata e in quella pubblica consente di conseguire vantaggi altrimenti insperati. 

Per compiere questa esplorazione delle possibilità e comprenderne i meccanismi, dobbiamo fare un passo verso alcuni elementi base della psicologia del profondo e dunque all’origine del ‘funzionamento’, quel posto cioè dove si crea e, successivamente, dirige secondo regole infallibili, l’energia psichica. Il fatto incontestabile che la nostra mente abbia una straordinaria capacità di elaborazione delle informazioni, non dovrebbe trarci in inganno circa le effettive possibilità di conoscere la radice dei nostri atti di volontà, dunque le nostre scelte. Proviamo ad immaginare un edificio ben riscaldato ed illuminato. Nel viverci e lavorarci all’interno, la nostra percezione fisica ci fornisce dati molto affidabili circa lo stato di benessere o meno, ma questi dati che elaboriamo, temperatura sulla pelle e luminosità, sono solo il risultato dell’energia ‘spendibile’ e sulla base di quella ci facciamo opinioni circa la qualità della vita in quell’edificio.  

In realtà il processo di ‘creazione’ di quel benessere o malessere percepito avviene altrove, nella centrale termica ed elettrica, secondo regole ai più sconosciute, di termostati, potenziometri, leggi della termodinamica e dell’elettronica sulla trasformazione dell’energia. Alla stessa maniera noi siamo portati a ritenere come atti volitivi le scelte determinanti della nostra vita, ma credo bisognerebbe soffermarsi sui momenti creativi e trasformativi di quell’energia. Dal punto di vista filogenetico la corteccia cerebrale, il luogo cioè dei nostri atti di volontà, è una struttura assai giovane e arrivata per ultima su strutture preesistenti, di grande efficienza, che ci hanno permesso di sopravvivere in un ambiente ostile e che sono state alla base di ulteriori evoluzioni. E allora, visto che non possiamo prescindere dal nostro cervello ‘antico’, cerchiamo di conoscere come funziona e come abbia un peso spesso determinante sulle scelte, le empatie, gli ‘innamoramenti’, gli atti eroici e quelli vili, e soprattutto come esso viene ogni giorno più o meno consciamente manipolato.   

Il potere sull’altro o addirittura su una moltitudine lo si ottiene solo assecondando un bisogno profondo e la chiave di questo potere è la conoscenza di quel bisogno. Qui non facciamo marketing e allora non ci interessa trovare il modo di vendere bene un detersivo, e nemmeno facciamo psicoanalisi per capire qualcosa di più sulla scelta sbagliata di un partner, ma più utilmente, almeno in senso sociale, cerchiamo di sapere di più sulla scelta di un leader, di un capopopolo, di un Presidente di qualcosa. Un mafioso e un delinquente in generale si esprime in termini simili: “quell’uomo o quel gruppo lo tengo per il collo”, esprimendo in questo modo un potere coercitivo, tendente a soggiogare con metodi ricattatori in senso lato, anche violento. Un leader, politico o altro, si potrebbe invece esprimere così: “quell’uomo, quel gruppo, quella moltitudine li tengo per l’ARCHETIPO”.   

Gli archetipi sono strutture che è riduttivo chiamare ‘intelligenti’ poiché prescindono dall’intelligenza e appartengono alla ‘memoria’ di specie, umana in questo caso; possono essere considerati come dei contenitori delle esperienze fondamentali dell’umanità che lì si sono depositate e che sono patrimonio di ogni essere umano, indipendentemente dalla latitudine e dal grado di civilizzazione. In questi contenitori ci sono figure (archetipiche) che appartengono a tutte le mitologie, a tutte le leggende e a tutte le religioni. Sono storie tramandate nei millenni da popoli ai quattro angoli del pianeta che nulla avevano in comune e nulla potevano scambiarsi a livello di conoscenze e riguardano invariabilmente comportamenti e modi di essere tipici della specie. Ovunque sono descritti gli Eroi, i Vili, i Salvatori, le Grandi Madri, i Vecchi Saggi, il Puer Eterno, il Satiro, il Condottiero, il Demonio, l’Angelo, la Vergine, la Meretrice.

Per brevità non aprirò ora un altro capitolo, peraltro davvero interessante, circa l’affermazione di alcuni studiosi che ci dicono che ciò che sospinge la vita di ognuno di noi è inconsciamente la realizzazione di un archetipo e dunque ci troviamo circondati da Grandi Madri, da Condottieri, da Salvatori, da eterni Puer e così via e ci daremo pace solo quando avremo individuato l’archetipo che inconsciamente sospinge noi stessi e la nostra vita. Tornando al potere dell’uomo sull’uomo, alla luce di questi ragionamenti, che invero i ricercatori hanno messo in campo da quasi un secolo, appare di una certa evidenza il fatto che alla base delle fascinazioni di massa e non solo, ci sia il più o meno cosciente “travestimento” da archetipo. Un politico che, nonostante la giacca e la cravatta, riesca a mettersi i ‘panni’ di El Cid, di Cromwell o del Cristo, ha grandi possibilità di affascinare le masse, di convogliare insomma su di sè la straordinaria energia connessa ad un archetipo fra i più antichi e potenti fra quelli affondati nell’inconscio di tutti noi, quello del Salvatore, appunto.

Se costui, politico, militare o religioso che sia, riesce nell’impresa di animare nel nostro inconscio un potente archetipo di specie, ad esempio il Salvatore, il Vecchio Saggio o il Condottiero, ebbene siamo molto al di là della propaganda, siamo nella fascinazione assoluta ed irrazionale e allora può prendersi le masse. Auguriamoci a fin di bene. La storia ci porta esempi clamorosi di personaggi che hanno acceso nelle masse la forza di archetipi antichi quanto il mondo, che ritroviamo anche nei graffiti di caverne paleolitiche, ed assai poco mutati se non nella forma esteriore, nella Storia e nella cronaca anche contemporanea. Penso a Churchill, a Hitler, Stalin, Peron e Mussolini, ma anche ai piccoli capopopolo della scena politica odierna.

Qui chiudo poiché quanto volevo evidenziare è ora palese: il potere di attrazione di un leader è tanto maggiore quanto più il nostro senso critico è povero o impoverito, in definitiva quanto più la nostra capacità di far funzionare coscienza e cervello evoluto soggiace alla potenza del cervello arcaico, preda di fascinazioni archetipiche con cui vestiamo personaggi spesso mediocri.

(Carlo Anibaldi – 2021)

La Cancel Culture Vs l’incultura


Enrico Mentana: “La cancel culture come i roghi dei libri scomodi del nazismo”.

Non sono d’accordo. Innanzitutto perchè la “cancel culture”, cioè l’inversione della possibilità data da sempre al potere di cancellare, ridurre al silenzio, coloro che potere non ne hanno, è nata negli USA ad opera della comunità afro-americana, che dimostrò che non era necessario avere il potere per imporre una cultura, ma che dal basso, stavolta, vale a dire come individuo, era possibile “scegliere”, questione sempre negata alle persone di basso reddito, di scarsa o nulla influenza nelle decisioni che pur li riguardano.

Vennero poi i Social e il moltiplicarsi dell’offerta delle televisioni. La possibilità di scegliere chi possa avere influenza culturale su di noi si è allargata a macchia d’olio. Ora si può scegliere di negare un “mi piace” ed anche bannare dalla nostra quotidianità persone, giornalisti ed esponenti politici che esprimano convincimenti, opinioni, e in definitiva propaganda, lontane dalla nostra visione del mondo. Persone che portano idee lontane dalla nostra Weltanschauung, direbbero i tedeschi, per meglio esprimere con una sola parola che alcune persone e/o personaggi ci appaiono come provenienti da altre terre, da altre radicate culture che non sono la nostra.

Bene, si direbbe dunque che la “Cancel Culture” sia un grande passo verso la democrazia, intesa come libertà interiore di scelta. Purtroppo in Italia accade che di ogni vagito di democrazia reale si impossessi la destra per farne una mazza per stravolgerne il senso e in definitiva per reprimerlo. La libertà del singolo di potersi scegliere il modello culturale cui aderire è infatti l’antitesi del pensiero di destra, particolarmente in Italia, dove la destra sbandiera la parola “libertà” ma che di fatto questa libertà è sempre contro qualcuno.

Ecco allora che i grandi gruppi di potere hanno in odio il fatto che chiunque con un semplice telecomando in mano abbia la possibilità di cancellare palinsesti abilmente architettati per “plasmare” la pubblica opinione a loro vantaggio; ecco che giornalisti mediocri, che avevano visto nella possibilità di scrivere su un giornale a tiratura nazionale o parlare da un microfono in TV l’agognata chance di parlare al mondo, frustrati dai mancati “mi piace” o perfino da un “grrr” o un ban, insorgere contro la “Cancel Culture”, additata come ‘barbarie’ nazistoide. Quasi che davvero cancellare le loro facce dalla TV o i loro mediocri scritti dai social possa assimilarsi al bruciare i libri di Bertold Brecht o di Sigmund Freud. Li abbiamo visti recentemente condannare la cultura dal basso, nell’esecrare l’abbattimento di statue dedicate a personaggi sanguinari o ignobili ed anche dileggiare un popolare rapper per aver osato sbeffeggiare una casta di potere che di fatto privatizza pure i servizi pubblici. Li vediamo ogni giorno in atteggiamenti scomposti nel loro macinare odio contro la cultura dal basso a detrimento di quella dei loro padroni …con un semplice click. Il colmo! (Carlo Anibaldi – maggio 2021)

Processo alla Resistenza


di Carlo Anibaldi

Si avvicina il 25 Aprile – Oramai siamo al punto che i telegiornali ed i talk show per l’occasione daranno la parola anche ai neofascisti, per farne una ricorrenza “non divisiva”. Chissà che ne penserebbero i morti per la liberazione dal nazifascismo. I caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) sono stati complessivamente circa 45 000; altri 20 000 sono rimasti mutilati o invalidi; i soldati regolari morti nelle formazioni che combatterono accanto agli Alleati nella Campagna d’Italia furono invece circa 3.000.Le donne partigiane combattenti sarebbero state 35.000, mentre 70.000 fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 19 vennero decorate con la medaglia d’oro al valor militare. I tempi sono cambiati al punto che si vorrebbero decorare al Valor Militare anche gli alleati dei nazisti? Siamo fuori dalla Storia e anche fuori di testa oramai.

Alienazione da ipersocializzazione


di Carlo Anibaldi

Salvo coloro che hanno fatto dei Social il loro business e quindi emotivamente impermeabili ad ogni altra questione che non riguardi la propria visibilità, per tutti gli altri l’iper-stimolazione dovuta a miriadi di notizie vere o false rimbalzate sulla nostra home, opinioni rispettabili e infami, persone degne e psicopatologie a briglia sciolta, il tutto mescolato senza filtri possibili, come siamo abituati nel mondo fenomenico (nei social è in ogni momento possibile che un idiota in mutande, dalla sua cameretta irrompa sulla tua bacheca a richiedere attenzione e tempo), ebbene tutto questo rischia di essere superiore alla nostra possibilità di fronteggiare contenuti che superino il contenitore. Viene spontaneo di pensare che chi non ce la fa può tornare alle 4 telefonate pomeridiane agli amici, ma una exit strategy così semplice non esiste. Non può esistere poichè la comunicazione digitale ha abituato il nostro cervello a ritmi e quantità di sollecitazioni tali che venti anni fa avremmo giudicato da manicomio, per poi diventare la norma. Un po’ come pensare con aria di nulla di tornare a godersi una commedia di Pirandello dopo anni di action movie americani.

In pratica siamo intrappolati dentro le scopo dei Social, che non è quello di una sana socializzazione ma di inebetirci al punto di divenire buoni clienti divoratori di pubblicità e messaggi subliminali. Quello descritto non è un vero problema per i ventenni, poichè loro credono che i ritmi siano questi e si adattano, il problema è per coloro che hanno conosciuto altri ritmi e difficilmente si adattano, più facile che si alienino.

DOSSIER STRAGI


In queste 50 pagine sono raccolte e commentate con dati e date tutte le stragi e gli assassinii compiuti in Italia dal ’42 al ’94 per mano o responsabilità dei fascisti e neofascisti italiani. (download file pdf: http://www.periodicoliberopensiero.it/pdf/DOSSIER-STRAGI-dal-1942-al-1994-in-Italia.pdf )

Il popolo di Pasquino (di Carlo Anibaldi)


Ogni volta che muore un grande autore TV in Italia, se ne tessono le lodi, meritate, per la sagace ironia che ci ha allietato ed arricchito lungo generazioni. Si dice, a ragione, che gli italiani hanno il gusto dell’ironia ed in varia misura tutti ne sono forniti, fino a formulare massime di vita come “L’ironia salverà il mondo” o “Una risata li seppellirà”.

Guardando il fenomeno più da vicino osserviamo che quella dell’ironia è una caratteristica che hanno sviluppato di più e meglio quei popoli per secoli soggiogati da dominazioni straniere o da un potere temporale assoluto, dunque in particolare l’Italia, dove fino al 1870 in gran parte era sconosciuto quel Parlamento che in altri Paesi d’Europa e oltreoceano era da oltre due secoli un dato di fatto, seppure con diverse caratteristiche di potere effettivo.

Ecco allora che l’ironia, passata di bocca in bocca perlopiù in forma anonima, era il solo riscatto possibile del popolo, minuto derivante dal non avere voce e rappresentanza. In definitiva non si tratta di una qualità di quelle di cui essere troppo orgogliosi, somigliando piuttosto alla “rivolta del verme”.

I Patrioti del Lockdown


Il concetto di Patria, quello che in questi giorni dello scorso anno ci faceva lacrimare dai balconi in un momento di grave calamità, ma anche nelle vittoriose partite della Nazionale, quel concetto che ci fa cantare l’Inno di Mameli nei momenti forti, nonostante l’amor di Patria canti la stessa patria che ha tagliato fondi alla sanità, lasciato crollare ponti, ha arricchito banche e faccendieri, lotta ai poveri anziché alla povertà che si è fatta tricolore, ha una origine antica, forse archetipica di riferimento alla Madre, la madre terra, la mamma, la vedova, la nutrice. Questa concezione tanto forte e profonda cui non raramente il ‘patriota’ ha fatto dono della vita stessa, è la medesima che riprese il Marinetti prima e dopo la prima guerra mondiale con i proclami Futuristi e che, dopo essere stata la base teorica del fascismo, è rimasta forte negli italiani lungo generazioni. Ma il patriottismo non è uguale dappertutto, ogni Paese ha valori fondanti peculiari. In Francia i “sanculotti”, cioè quelli non portavano le culottes, i tipici pantaloni sotto il ginocchio regolarmente indossati dalla nobiltà e dall’alta borghesia durante l’Ancien Régime; in Danimarca è il vichingo dormiente che si risveglia quando la patria è minacciata; in Inghilterra è l’orgoglio di popolo guida per secoli. Non c’è da stupirsi della forza del patriottismo, poichè fa leva su un archetipo affondato nell’inconscio di tutti.Detto questo, non intendo certo condannare chi canta dai balconi ogni repertorio, ma sempre preceduto o seguito dall’Inno di Mameli, ma solo solidarizzare con con chi “Basta canti dai balconi, tre giorni di lutto nazionale per i nostri morti che non trovano posto nemmeno nei cimiteri”, poichè la Patria e il patriottismo, nel suo generare più vittime che eroi, è spesso più megera che Madre, particolarmente in Italia, dove le sinistre sono state fiacche ed anzi hanno snobbato l’argomento, lasciandolo alla destra fascista, che ne ha fatto un armamentario retorico, in pratica impossessandosi della forza intrinseca ad un archetipo della specie umana tutta.

27 Gennaio 1945 – La liberazione di Auschwitz raccontata dai soldati sovietici, testimoni oculari dei fatti


I prigionieri di Auschwitz furono liberati da quattro divisioni di fanteria dell’Armata Rossa. Nella prima linea offensiva avanzarono i soldati della 107esima divisione. Nell’ultima servì il maggiore Anatolij Shapiro, il cui corpo d’assalto è stato il primo a varcare la soglia di Auschwitz. Lui stesso ricorda: “Nella seconda metà della giornata siamo entrati nella zona della lager passando per i cancelli principali sui quali era affisso il motto avvolto con filo metallico:” Il lavoro rende liberi”. Accedere nelle baracche senza una benda per coprire la bocca e Il naso era impossibile. I letti a castello erano disseminati di cadaveri. Scheletri semivivi a volte emergevano da sotto i letti e giuravano di non essere ebrei. Nessuno osava credere ad una possibile liberazione. ” Il tenente generale Vasily Petrenko, comandante della 107a divisione di fanteria nel 1945, raggiunse il campo di concentramento subito dopo Shapiro. Nelle memorie “Prima e dopo Auschwitz” descrive ciò che ha visto: “I tedeschi il 18 gennaio hanno buttato fuori tutti quelli che potevano ancora camminare. Tutti gli altri, deboli, malati, li hanno lasciati. Alcuni degli altri che potevano ancora muoversi sono fuggiti quando il nostro esercito si è avvicinato al campo di concentramento. I nostri uomini hanno inviato i battaglioni medici della 108esima e 322esima e della mia divisione, la 107esima nell’area del del campo. I battaglioni medico e sanitario di queste tre divisioni furono distribuiti prontamente secondo l’ordine ricevuto. Anche il cibo fu organizzato dalle divisioni stesse. Furono inviate cucine da campo “. Anche il comandante del battaglione Vasili Gromadskij fu uno dei primi a entrare nel “lager della morte”: “C’erano cancelli chiusi, non ricordo se era l’ingresso principale o qualcos’altro. Ho ordinato di sfondare i lucchetti . Non c’era nessuno. Abbiamo camminato per circa duecento metri ei prigionieri sono corsi verso di noi, 300 persone con camicie a strisce . Siamo stati in allerta, sapevamo che i tedeschi si travestivano. Ma poi erano solo prigionieri. Hanno pianto, ci hanno abbracciato. Hanno raccontato come milioni di persone erano state annientate lì. Ricordo ancora quando ci hanno detto da Auschwitz avevano inviato 12 vagoni di sole carrozzine per bambini “. Il tenente maggiore della mitraglieri della 322a divisione di fanteria Ivan Martynushkin aveva 21 anni. Ricorda che fino all’ultimo momento non sapeva di essere stato incaricato di sgombrare il campo di concentramento. “Io e il mio reggimento ci siamo avvicinati all’ingresso quando era già buio, quindi non siamo entrati nell’area del campo di concentramento ma ci siamo posti in posizione di guardia ai suoi confini. Ricordo che lì faceva molto caldo, abbiamo anche pensato che il I tedeschi avevano costruito una casa calda e noi eravamo arrivati ​​subito a casa. Il giorno dopo iniziarono le pulizie. C’era un enorme villaggio, Bzezinka, con solide case di mattoni. Quando abbiamo iniziato a muoverci in quella direzione, ci hanno sparato da qualche edificio. Ci siamo nascosti a terra e abbiamo contattato il comando: abbiamo chiesto il consenso per colpire l’edificio con l’artiglieria, per abbatterlo, per poter continuare l’avanzata. Ma dall’altra parte ci hanno improvvisamente detto che l’artiglieria non poteva entrare in azione, perché quell’edificio era un lager e c’erano persone nel lager e quindi dovevamo evitare qualsiasi tipo di sparatoria. Solo allora ci siamo resi conto di che recinzione fosse “. Al seguito dei militari,i corrispondenti di guerra della 38a divisione Usher Margulis e Gennadij Savin entrarono nel campo di concentramento. Le loro testimonianze: “Siamo entrati nell’edificio in mattoni e sbirciato nelle stanze, le porte non erano chiuse. Nella prima stanza c’erano pile di vestiti per bambini: pantaloni, maglioni. Molti con macchie di sangue. In un’altra stanza c’erano scatole piene di corone ed impianti dentali d’oro. In un terzo, c’erano pile di capelli tagliati. Infine una donna (una prigioniera nel campo di concentramento ) ci ha portato in una stanza piena di lussuose borse da donna, abajour, carte, portamonete e altri oggetti in pelle. Ci ha detto: “tutto questo è fatto di pelle umana”. Dopo la liberazione per il controllo della città, viene eletto un nuovo comandante, Grigorij Elisavetinskij, che il 4 febbraio 1945 racconta in una lettera alla moglie: “Nel campo di concentramento ci sono molte baracche per bambini. Là hanno portato bambini ebrei di diverse età (gemelli). Su di loro, come sui conigli, hanno fatto diversi esperimenti. Ho visto come un ragazzo di 14 anni hanno iniettato cherosene per qualche scopo “scientifico”. Poi hanno tagliato un pezzo del suo corpo per inviarlo a un laboratorio a Berlino. Un altro pezzo del corpo è stato attaccato a lui. Ora il ragazzo è in ospedale tutto coperto di piaghe profonde e putrescenti. Per il lager, una ragazza carina e giovane va avanti e indietro. Sono stupito di quanto siano pazze queste persone. ” Nel frattempo, tra i liberati, quelli che sono riusciti a riprendersi e sono fuggiti hanno lasciato Auschwitz autonomamente. Il prigioniero № 74233 lo testimonia: “Il 5 febbraio ci siamo spostati verso Cracovia. Lungo il percorso, da una parte, si susseguivano gigantesche fabbriche, costruite da prigionieri morti da tempo a seguito dell’estenuante lavoro. Dall’altra, c’era un’altra grande lager. Siamo entrati e trovato dei malati, i quali proprio come noi, solo perché sono riusciti a sopravvivere, non erano partiti con i tedeschi il 18 gennaio. Da lì siamo proseguiti oltre. Per molto più tempo, lungo il nostro cammino, i cavi elettrici si sono srotolati sui pilastri di pietra così a noi noti, simboli di schiavitù e morte. Ci sembrava che non saremmo mai stati in grado di uscire dal campo. Finalmente lo abbiamo percorso completamente e abbiamo raggiunto il villaggio di Vlosenjushchô. Lì abbiamo trascorso la notte e il giorno successivo, il 6 febbraio , siamo andati oltre. Una macchina ci è venuta a prendere per strada e ci ha portati a Cracovia. Siamo liberi, ma ancora non possiamo godercela. Troppo è quello che abbiamo vissuto e troppe persone abbiamo perso “.

Capitalismo Vs Liberismo


“L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone”. (don Lorenzo Milani)

Queste parole di don Milani, scritte fra gli anni ’50 e ’60 ci fanno ben intendere la differenza fra il capitalismo di allora e il liberismo di oggi. Il capitalismo, quello de “il tempo è denaro” per intenderci, quello de “se io mi strafogo tu mangi sennò crepi”, aveva regole economiche e santuari culturali, e allora, a seconda che lo si volesse combattere oppure perseguire per farne parte, la strada era segnata: o la lotta di classe da una parte, o l’emancipazione dall’altra, per saltare di classe. Il capitalismo fu una creazione inglese e nacque insieme alla seconda Rivoluzione Industriale ed ai sindacati. Il liberismo invece è di importazione americana, ne ricalca infatti l’impronta meno raffinata e di frontiera di un Paese che intende la ‘democrazia’ come cosa per uso interno e non sostanziale ed il patriottismo come nevrosi ossessiva, caratteristiche tipiche di una nazione che ha trascorso solo 18 anni su 245 dalla fondazione in completa pace. La caratteristica del liberismo è l’abbattimento delle regole (deregulation) che investe ogni ambito. Il lavoro non è necessario a creare ricchezza, i soldi si possono fare coi soldi e la compravendita di influenze. Nemmeno la cultura, che nell’era digitale è sostituita dall’informazione, ha importanza nella scalata sociale come lo era fino agli anni ’70. Le tradizioni e la religioni sono pastoie poichè zeppe di regole. Il credo liberista si fonda sul ‘successo’ in qualunque modo ottenuto. Ecco allora che i pilastri classici di ogni società, sia capitalista che socialista, quali l’onestà e la lealtà e la figura archetipica del “buon padre di famiglia”, diventano ostacoli al successo, unico Dio ed unico obbiettivo. Il liberista non ha tradizioni, non ha cultura, non ha religione, non ha ideali, non ha regole, non ha etica. Per noi che siamo nati e cresciuti fra gli anni ’50 e ’70 il liberismo ci appare un mostro con le gambe corte e le braccia lunghe, non deve infatti correre ma arraffare, ma per le nuove generazioni il successo, realizzato o più spesso solo immaginato, è tutto quanto c’è da considerare

Meno Alighieri più Calamandrei


Il discorso completo ai giovani fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.
L’art.34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:
”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!
E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La
costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni
giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.
”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo
discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentisno alla politica.
E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.
Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.
Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di
offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, ”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.
Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.
Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle
montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono
impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

Paul Grüninger, un eroe poco conosciuto


Guardia svizzera frontaliere falsificò 3600 passaporti fra il ‘38 e il ‘39, salvando in questo modo altrettanti ebrei dell’Olocausto.
Paul Grüninger è uno degli eroi sconosciuti più stimolanti della seconda guerra mondiale. In qualità di comandante del confine svizzero, ha sfidato i suoi superiori e ha aiutato migliaia di rifugiati ebrei ad entrare nella Svizzera neutrale.
Ma il paese d’origine di Grüninger non lo ha celebrato come un eroe durante la sua vita. Invece, hanno punito le sue buone azioni ponendo fine alla sua carriera e etichettandolo come un criminale, il che ha reso quasi impossibile per Grüninger trovare lavoro.
Ma non si è mai pentito delle sue azioni. Guardando indietro, Grüninger ha riflettuto: “Si trattava fondamentalmente di salvare vite umane minacciate di morte. Come potrei quindi prendere seriamente in considerazione schemi e calcoli burocratici “.
Morì in povertà nel 1972, sconosciuto ai più, ma mai dimenticato dai 3.600 ebrei cui salvò la vita.

Simone Segouin, partigiana


Ieri e Oggi

A fronte dei tanti indifferenti, dei delatori e dei collaborazionisti fascisti, anche in Francia come in Italia si contano parecchi piccoli grandi eroi che istintivamente giudicarono inaccettabile avere tedeschi in armi padroni a casa propria.Una di questi è stata Simone Segouin, per lo più conosciuta con il suo nome in codice, Nicole Minet, aveva solo 18 anni quando i tedeschi invasero la Francia. Il suo primo atto di ribellione fu quello di rubare una bicicletta a un’amministrazione militare tedesca, e di tagliare le gomme di tutte le auto e moto in modo che non potessero inseguirla. Ha trovato un gruppo della Resistenza e si è unita alla lotta, utilizzando la bici rubata per portare messaggi tra gruppi di Resistenza.

Imparava molto velocemente ed è diventata rapidamente un’esperta di tattiche ed esplosivi. Ha guidato squadre di combattenti della Resistenza per catturare truppe tedesche, mettere trappole e sabotare l’equipaggiamento tedesco. Man mano che la guerra continuava, le sue gesta si svilupparono fino a far deragliare i treni tedeschi, bloccando le strade, facendo saltare i ponti e contribuendo a creare un percorso libero per aiutare le forze alleate a riprendere la Francia dall’interno. Non è mai stata beccata.Segouin era presente alla liberazione di Chartres il 23 agosto 1944, e poi alla liberazione di Parigi due giorni dopo. È stata promossa tenente e ha avute assegnate diverse medaglie, tra cui la Croix de Guerre. Dopo la guerra, ha studiato medicina ed è diventata infermiera pediatrica. Continua ad andare forte e questo ottobre 2021 compirà 96 anni.

PERCHE’ IL BUFALO SOFFRE MENTRE MUORE?


di Carlo Anibaldi

Cerco di rispondere a coloro che affermano che la Natura è imperfetta, visto che ci fa vivere, invecchiare e morire spesso con sofferenza, del corpo e/o della mente.
Per chi non avesse familiarità con le teorie darwiniane circa l’evoluzione, è utile pensare al bufalo, che muore fra indicibili sofferenze. Il leone lo sa che per uccidere una gazzella è sufficiente una stretta forte sul collo, e sa anche che il bufalo è grande e forte e solo una schioppettata lo può uccidere, e dunque se lo mangia vivo intanto che altri lo immobilizzano. Questo fatto crudele ci fa capire che la Natura non ha interesse alla sofferenza ma solo alla sopravvivenza della specie. L’ “intelligenza” della Natura ha questo solo fine: far crescere il bufalo forte affinché possa procreare, poi se ne disinteressa. E’ lo stesso principio per cui non ha provvisto la coda del leone di campanelli per avvisare le prede, poichè l’interesse della Natura è che il leone si nutra a sufficienza per procreare.
Per quanto riguarda l’essere umano la questione non è diversa, una volta che ha procreato la Natura se ne disinteressa, poichè la sua sofferenza o il suo benessere e pure una “buona morte” non riguarda la sopravvivenza della specie.
Ogni altra osservazione riguarda la filosofia, l’etica e la religione, tutte questioni verso cui la Natura è indifferente.

MA QUALE VOLTAIRE!


“Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”.

Cominciamo col chiarire che questa famosa frase NON è di Voltaire, ma della scrittrice Evelyn Beatrice Hall, che la utilizzò nel suo libro ‘The Friends of Voltaire’ del 1906 e che fino alla morte la rivendicò come sua.

Al di là di questo aneddoto meglio aggiungere che questa frase è stata nel tempo usata come foglia di fico per ogni aspirante alla notorietà attraverso la “bastiancontrarietà”, che per alcuni è una professione. Il significato reale di questo bell’insieme di parole, è divenuto un marchio di fabbrica per chi, puntualmente, dimostra di avere torto. Col risultato oggi più che mai evidente, che alcuni abomini culturalmente e scientificamente inaccettabili hanno trovato spazio. Dunque non diamo retta a quei ciarlatani che darebbero la parola anche alla brutta anima di Pacciani pur di emergere dall’anonimato, magari in nome di Voltaire, per quella frase mai pronunciata.

Le conseguenze di questo pensiero debole sono catastrofiche. Ecco che i pregiudicati aspirano a posizioni apicali in politica, come pure gli affabulatori, quelli che solo un secolo fa vendevano pozioni ‘miracolose’ nei mercati contadini, oggi siedono in Parlamento. Dare la vita affinché tutti possano esprimere opinioni di minoranza è un pensiero illuminista che trovò ragione in quell’epoca, ma che oggi ha assunto il solo scopo di elevare ad opinione anche l’ignoranza, la violenza e la disonestà. il periodo illuminista fu la reazione ad un lungo periodo oscurantista, dove la politica, la scienza, la società e la cultura erano soggette, anzi soggiogate, e non centrali. Oggi quella frase non ha più senso.

“Parlare alla pancia”


Perché si dice “parlare di pancia”…”parlare alle pance”? Perché fin dall’antichità è noto che l’addome ha un suo sistema nervoso autonomo, capace di orientare scelte e azioni. La fame ad esempio spinge le persone a dar l’assalto ai mulini a rischio della vita, la paura e il desiderio possono alla stessa maniera escludere il cervello.
Eccoci al punto: ciascuno di noi può diventare “popolo bue” o “gregge” se coi leader si stabilisce un dialogo fra pance. Questo fenomeno è oggi molto evidente grazie ai Social, perchè sui Social le pance hanno diritto di penna, non serve neanche più imbracciare forconi, dar l’assalto ai forni o alla Bastiglia, le persone possono essere orientate in massa.
Ecco allora che un fatto di cronaca è capace di cancellare due millenni di diritto e giurisprudenza, ecco che il principio che ciascuno è innocente fino a prova contraria diventa barzelletta, ecco che aggravanti e attenuanti diventano orpelli…e così via, fino ad impiccare al ramo più alto anche lo scemo del villaggio. La pancia infatti non ha figli o genitori, non pretende giustizia, la pancia dialoga solo col suo culo.

Arte, Cultura e Bellezza sono moti spontanei dell’animo?


La Cultura, le Arti, il culto delle Bellezza, sono questioni insite nella natura dell’Uomo, al pari della religiosità e l’affettività? Sì, sono moti dell’anima, ma si tratta anche e forse soprattutto di una trovata per equilibrare gli squilibri sociali. Una necessità insomma, determinata dall’ordinamento sociale e di classe? Beh, sembra che abbiamo idee romantiche in proposito, ma la realtà appare più cruda. Le società gerarchiche quali quella occidentale soprattutto, si sono trovate a contrastare le afflizioni narcisistiche di quegli strati sociali sempre più importanti e imponenti che però non avevano il potere, vale a dire commercianti e borghesi, professionisti, scienziati e artigiani. In epoca antecedente la prima e poi la seconda Rivoluzione Industriale, il problema non si poneva, c’erano i nobili e gli straricchi che detenevano sia il potere che il gusto del bello, attraverso il mecenatismo ed il vero acquisto di talenti artistici e non solo che producevano Arte e Cultura per loro esclusivo diletto. Il popolo era troppo affamato ed attento a conservare almeno la vita, per occuparsi di ciò, poichè le esigenze primarie cancellano tutte le altre. Ma dopo le rivoluzioni industriali, con l’enorme e mai vista produzione di merci e servizi, si venne a creare un ampio strato sociale, senza potere, senza cultura, ma con disponibilità economiche e relativo benessere. Questo causava ovviamente umiliazioni e gravi offese al narcisismo, che non risparmia nessuno, fra coloro che abbiano superato i problemi di sopravvivenza. Trattandosi di società dove vige da sempre la legge della dominanza, i privilegi di pochi erano in pericolo, per la prima volta nella Storia. Ecco allora fiorire dovunque in Europa il gusto per il bello, per l’arte, per la cultura e per il sapere. Ma a ben guardare, nulla è sfuggito dalle mani ai potenti, poichè la professionalità e le capacità commerciali mai sono state sacrificate in nome di Arte e Cultura e non a caso. I commercianti, la borghesia, i ricchi prestatori d’opera e servizi, non soffrivano più di dolorosi complessi nei confronto dei dominanti, poichè l’accesso alla cultura e alla bellezza finalmente li appaga e non raramente il borghese acculturato si sente superiore ai potenti nelle stanze dei bottoni. 
Questa chiacchierata per dire, ancora una volta, che solo la fame arma la mano. Non s’è mai visto imbracciare un forcone…o una molotov, a chi non si senta deufradato di cultura e bellezza. Stiamo parlando di un controllo sociale collaudato con successo in mezza Europa fino a tutta l’epoca vittoriana…e anche oltre oceano già dai primi anni del Novecento. Le dittature hanno sempre cercato di riportare Cultura e bellezza alle classi gerarchicamente dominanti, ma questa è un’altra storia. (Carlo Anibaldi – 2016)
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THE CROSS OF CHANGES (di Carlo Anibaldi)


Al pari degli innamorati…esempio che torna sempre buono poichè essi vivono sulle soglie del conosciuto… al pari degli innamorati dicevo, dovremmo dare per scontato che siamo tutti in interconnessione come i neuroni dentro ad un cervello…e allora la sinergia di microenergie va a formare un “sistema” . Il mondo è cambiato cento volte in questo modo sino ad ora…e così sarà in futuro, ma non è per domani o dopodomani, il tempo non è misurato sulle necessità dei singoli, ma sul determinarsi di un punto critico, chiamiamolo pure “punto del Caos”, oltre il quale tutto è in mano “nostra” …inteso come sistema pronto al balzo e dunque pronto a muoversi come un sol uomo. [C.A.]

Il solo junghiano è Jung, ma… (di Carlo Anibaldi)


IMG_20150611_164341Il solo junghiano è Jung, come lui stesso ci ricorda. Chiarito questo, come professionisti o ricercatori, o come semplici esseri umani in cammino, molti di noi condividono con lui la Weltanschauung, quella speciale visione del mondo che dà un senso alla vita terrena, senza sprecarla. Personalmente credo che la vita terrena sia ben spesa se prepara alla morte del corpo come passaggio. Diversamente, se il trapasso, e anzi l’idea stessa del trapasso, chiude l’orizzonte, allora tutto è vano per gli esseri umani. Una lucertola, un gufo o un cane, può dire “mi mangio tutto quello che c’è in tavola, ne godo e poi amen”, ma a noi il cervello critico e non solo istintuale ci è stato dato, in senso evolutivo, per andare oltre la dualità vita/non vita, questione prettamente legata all’invecchiamento delle cellule e morte dei sistemi. Forse considerando NON i miliardi di corpi che si sono avvicendati e si avvicendano sul pianeta, ma UN unico essere, costituito da quello che questi miliardi di corpi hanno creato e immaginato, allora ecco che abbiamo raggiunto l’immortalità. Smettendo di pensarci unici, originali ed irripetibili come lo è in effetti il nostro corpo, non moriremo con lui…e saremo parte dell’Anima Mundi da subito dopo che lo abbiamo compreso e per sempre….e questo è un modo di vivere, non di vedere.

ODIO L’ESTATE (di Carlo Anibaldi)


calura-condizionatore-casaNon appartengo a queste terra infuocata…forse le mie origini sono normanne…adoro l’aria frizzante e odio la sabbia che scotta, l’asfalto che si scioglie e i corpi sudaticci. Tre mesi a cercare refrigerio…cervello bloccato…felice solo di un po’ d’ombra, una doccia fresca e un gelato. I massimi sistemi insomma. La cenestesi del corpo e l’equilibrio della mente sono inscindibili. Il corpo è in relazione sincronica con la psiche. Nulla accade all’uno senza una “condivisione di senso” con l’altra. Quando stiamo ‘male’ per il troppo caldo avvertito, non è solo una questione di incrementare i sali minerali col Getorade, ma recuperare una perdita di senso. Anche quest’anno andrò in vacanza alla ricerca di cieli non noiosamente sempre azzurri, credo.

L’ESISTENZA IN VITA AL TEMPO DI INTERNET (di Carlo Anibaldi)


frase-cogito-ergo-sum-traducao-penso-logo-existo-fonte-principia-philosophiae-rene-descartes-133937Quasi per gioco, cercherò di dimostrare che, per certi versi, la mia esistenza non è un fatto, ma un’opinione, per quanto abbastanza diffusa. 
La parola che più di ogni altra sentiamo pronunciare credo sia “io”: io sono, io vado, io faccio, io credo, io…io…io…io… all’infinito.
Siamo forse talmente poco convinti della nostra esistenza, da sentire il bisogno di ricordarcelo e ricordarlo agli altri in continuazione. Una tale preoccupazione è del resto giustificata: quante persone sanno della mia esistenza? Forse quattro o cinquecento, e gli altri 7 o 8 miliardi che sono al mondo? Loro non sanno che esisto e certo non se ne preoccupano. 
Veniamo a quelle quattro o cinquecento persone su cui posso contare….. ma ci posso veramente contare? 
La gran parte di queste persone hanno fuggevolmente verificato la mia esistenza in passato ed ora non sono per loro neanche un ricordo sbiadito, nulla. Non esisto…più. 
Rimane quel centinaio di persone che incontro quasi quotidianamente, a loro è affidata la mia supposta esistenza, ma sappiamo bene che, grosso modo, non posso aspettarmi da loro più di un fugace pensiero ogni tanto, dunque siamo arrivati al nocciolo, cioè a quelle otto, dieci, forse quindici persone per le quali sono importante e amato e per questo mi pensano assai spesso: è dunque a queste sole persone che debbo la conferma della mia esistenza, e gliene sono grato, ma temo che anche questa sia una illusione. 
Quelle poche buone e brave persone che avvalorano la mia esistenza come fatto, in realtà sono come i viaggiatori su un treno: credono di star fermi e invece si muovono, credono che la campagna corra via e invece e là, ferma da sempre, credono che venga prima l’albero e poi il ponte e invece viene prima il ponte e poi l’albero, almeno così è per quelli dell’altro treno, che ritorna. 
Insomma, a farla breve, hanno tutti una gran confusione su come stanno le cose…. Cercano la conferma della loro esistenza …. forse non esistono neanche loro. 
Una soluzione a questo enigma e, forse, la dimostrazione della tesi che avevo posta, è che io esisto solo nell’attimo che fugge, quando mi penso e sono pensato, ma l’attimo che fugge non esiste, tutta la matematica e la moderna fisica sta lì a ricordarcelo. 
Stavo già rivolgendomi alla filosofia, al ‘Cogito ergo Sum’ per affermare, nonostante tutto, la mia esistenza in vita, quando mi arriva in soccorso il Web…questa straordinaria macchina dei sogni, dove ogni idiota sembra un genio e dove anche i geni sembrano idioti.
“Web ergo Sum” mi sono detto! Il problema dell’esistenza in vita diventa allora talmente insignificante che le tue parole risuonano anche dopo morto pure se non ti chiami Schopenhauer…Evviva. Col web campi da Re anche senza veri amici, senza un vero amore, senza un lavoro vero, senza una famiglia e senza tanto cervello. (Carlo Anibaldi – 2015)

IRLANDA SI E ITALIA NI. UNA DIVERSA STORIA MILLENARIA (di Carlo Anibaldi)


Il risultato del recente referendum irlandese sui matrimoni fra omosessuali ha suscitato commenti a non finire, poichè da un paese col 90% di cattolici davvero ci si attendeva altro. Ma guardando alla storia d’Irlanda lo stupore svanisce e si dà conto della peculiarità del cattolicesimo irlandese e delle sue origini. celtic_cross_by_cacaiotavares-d64bj0sFra l’800 ed il 300 a.C. i Celti, vale a dire popolazioni per lo più slave e sassoni, si stabilirono nella terra d’Irlanda e qui rimasero incontrastati per mille anni, dando quelle fondamenta linguistiche, mitologiche e culturali che sopravvivono ancora oggi. Vennero poi le invasioni vichinghe e quelle normanne, ma l’impronta era data e dopo i Celti solo i commerci e l’architettura furono tributari di influenze altre. Il senso religioso delle popolazioni celtiche era orientato al culto degli animali e della natura in generale, con tinte esoteriche e mitologiche. L’Irlanda fu la sola terra in Europa a non subire l’invasione romana e quando giunse il cristianesimo, coi suoi monaci e monasteri, abbazzie e quant’altro, non vi fu alcuna resistenza, nulla da ‘convertire’. Nell’alto Medio Evo l’Irlanda era la terra del cristianesimo ‘puro’, dove i ricchi d’Europa e la chiesa di Roma stessa, mandavano i loro figli ed i loro monaci ad apprendere quel cristianesimo che assimilava le culture dei luoghi, senza distruggere, plagiare o sostiture gli antichi simboli religiosi con i propri. Non venne insomma un esercito armato di croci e crociati, di bombarde e di spade in queste terre, ma studiosi e religiosi aperti a mescolarsi alla cultura locale senza stravolgerla. Questa peculiarità, che gli storici attribuiscono, come si diceva più sopra, al non essere questa terra mai stata invasa e concupita dall’esercito romano, ha dato origine ad un’altra peculiarità, almeno per l’Europa…vale a dire l’identificazione del credo religioso con la terra, la Patria, da opporre ai violenti espropri culturali e religiosi operati dagli inglesi. Il cattolico qua è il patriota che combatte per la sua identità, il cattolico si oppone al protestante, vale a dire agli inglesi, che subdolamente stavano sostituendo il credo anglicano alla tradizione cattolica. Essere irlandese ed essere cattolico era un tutt’uno con l’essere esercito (IRA) di liberazione. Guardando a questi aspetti storici e culturali vediamo bene che il cattolico irlandese non si sente succube della chiesa di Roma, per quanto ne segua i dettami e ne rispetti i pontefici….l’irlandese infatti si considera “il Cattolico”, non dimentico che nei secoli passati là ci venivano da Roma per “studiare” da cardinali e monaci. Nella questione dei matrimoni gay il popolo irlandese ha risposto da ‘celtico’, nonostante l’influenza della chiesa sia connaturata con le istituzioni forse più che in Italia. E allora, chiunque abbia la libertà intellettuale di vedere le cose come sono in natura, senza influenze dogmatiche e dottrinali, lo sa bene che l’omosessualità non è “malattia”, “porcheria” e cosa “contro natura” ma un comportamento presente in ogni specie animale, che anzi come ogni comportamento sociale è influenzato dalle epoche. Alcune epoche nelle comunità animali sono maggiormente dedite a pratiche omosessuali ed altre epoche o locazioni lo sono meno…magari per un semplice meccanismo di controllo delle nascite che non minaccia la specie, come alcuni dicono, ma al contrario la protegge. Comportamenti dunque, solo comportamenti, non certo difetto o deviazione. Alcuni sostengono che ragioni commerciali, inerenti il sicuro incremento del turimo, abbiano spinto gli irlandesi a tanta apertura, in considerazione del fatto incongruente che in quello stesso paese l’aborto non è consentito nemmeno nei casi di stupro. (Carlo Anibaldi – 2015)

RICORDI


Perchè_non_ricordo_i_sogniSappiamo cosa in biochimica determina il ricordo…nella vita psichica invece penso sia il contenuto energetico della vita, ciò che non si disperde mai ma si trasforma. Infatti il ricordo non è mai aderente alla realtà che fu, ma solo all’energia connessa. Il ricordo è un racconto e non raramente è un riscrivere la nostra storia. Quando Carl Gustav Jung nell’incipit di “Ricordi, sogni e Riflessioni” afferma che “La mia vita è la storia dell’autorealizzazione dell’inconscio”, la sta interpretando e riscrivendo, la sua storia, sulla base dei ricordi. Questo sono i ricordi…un tentativo di interpretare e riscrivere la propria storia sulla base dell’energia imprigionata nei ricordi stessi. Mio padre mi raccontò forse un centinaio di volte i suoi ricordi del tempo della prigionia in Germania dopo l’8 settembre…ma mai una volta che coincidessero col racconto precedente…la sua rielaborazione è durata una vita intera…di quel tempo carico di emozioni. Trattandosi di autobiografie dell’anima, non smettiamo mai di rielaborarli i ricordi. Conta solo quello che sentiamo adesso. (Carlo Anibaldi, 2015)

OVIDIO, LE METAMORFOSI E GLI AMERICANI (di Carlo Anibaldi)


 metamorfosi“Le metamorfosi di Ovidio” è stato attenzionato dalla Columbia University come libro “trigger warning”, poichè invocherebbe insani istinti stupratori che stanno preoccupando gli USA. La cosa è insensata, poichè in effetti tutta la società americana è intrisa di violenza fin dalla sua fondazione ed il classico di Ovidio che per 2000 anni è stato un saggio esemplare, nulla può aggiungere se non cultura e bellezza. Ma questa osservazione non ci faccia sentire superiori e maestri di buon senso, in quanto in Europa non è molto meglio. Non dimentichiamo che la Londra del ‘600 e ‘700, quella Londra cioè che dava origine a quelli che sarebbero stati gli Stati Uniti ed il Canada, era la città più violenta e degradata del mondo, oltre che la più viva e ricca di tutto, anche di contraddizioni e divergenze altro che medioevali fra le classi. Il Tamigi ha visto galleggiare più cadaveri della piana di Waterloo…era sufficiente essere un po’ alticci per non tornare a casa vivi la notte, dopo rapina certa. C’erano a quel tempo 80mila prostitute su 800mila abitanti. Per non parlare di Roma, dove il degrado indicibile arriva fino a Porta Pia, 1870. Questo per dire che in tema di degrado e violenza noi europei siamo piuttosto i maestri. Io comincio a pensare che le possibilità di invecchiare e crepare nel proprio letto si vanno assottigliando tanto e non penso ai telefilm violenti quando ai danni del capitalismo selvaggio che ha eroso il lavoro come valore e favorito valori come la furbizia, la violenza e in definitiva lo spirito di sopravvivenza. (maggio 2015)

EMANCIPAZIONE SPIRITUALE: COSTI & BENEFICI


images-delfi Gnōthi seautón: conosci te stesso. Questa è la scritta che campeggiava sul frontone del tempio di Apollo a Delfi e che per secoli ha influenzato i più importanti pensatori della cultura occidentale: da Socrate a Platone, da Sant’Agostino a Kant. Ma l’occidente è “malato” di filosofia, un infelice malato tanto intelligente quanto incosciente. “Quanto più conosci te stesso…” non è filosofia ma l’Anima del Mondo, siamo oltre il pensiero, siamo anzi nella filogenesi del pensiero stesso…poichè noi non siamo solo noi, la nostra unicità è solo la barca che ci può portare in mare aperto…noi siamo l’umanità tutta, ricapitolata in ciascuno, come in ogni gabbiano che nasce c’è la storia di tutti i gabbiani. In biologia l’ontogenesi ricapitola la filogenesi e in psicologia non è diverso…e allora è solo una questione di quanto ti sei sbudellato…con un prete, un monaco, con un analista, in un rapporto complesso, alla ricerca del tuo mito, per dirla con Hillman. Oltre l’analisi ci si va appunto letteralmente dopo l’analisi, in senso lato, non aggirandola, che sarebbe davvero il Paese dei Balocchi se bastasse leggere, informarsi, fare “ricerca”, come dicono alcuni, per emanciparsi. A me fanno davvero ridere quelli che dicono che è nel confronto con l’altro che ci si conosce meglio…questo vale solo se il narcisismo non è in quantità patologica, se non sei un adolescente e sei invece nella seconda parte della vita e se l’altro è il tuo Virgilio…se camminate insieme nella “valle del fare Anima”…sennò con l’altro non fai un passo…è infatti solo la conoscenza di se stessi che fa conoscere il mondo tutto…e la gente…e cosa pensa e sente…non le loro parole ed i rapporti in maschera. I miei rapporti col mondo si sono rarefatti, ma non per una chiusura, al contrario….non ho bisogno di frequentarla per sapere cosa pensa e sente la gente..la gente infatti e tutta dentro di me e il dialogo non si arresta mai. Passando dal poetico al prosaico, vorrei ora porre ai miei 4 lettori una questione che è una provocazione. Ma se il Dalai Lama o un suo discepolo dovesse due volte a settimana recarsi all’Ufficio Postale per i bollettini…se dovesse scrivere al Giudice di Pace almeno una volta al mese per contestare un verbale dei vigili urbani….se dovesse spendere 40 minuti ogni giorno per cercare un parcheggio decente…se dovesse spolverarsi casa….se dovesse alzarsi alle 7 poichè uno straccio di lavoro lo deve pur avere se deve pagarsi l’emancipazione della personalità a botte di 100 euro ogni 50 minuti…ebbene se deve organizzarsi la vita intorno a tutto questo e molto altro…dobbiamo allora dire che l’emancipazione spirituale e la visione transpersonale della vita è cosa da ricchi? Anche quella? Devono questi discepoli farsi prendere a calci in culo da chi propugna una visione pragmatica della vita? (Carlo Anibaldi – Maggio 2015)

VIAGGIO NELL’ULTRAPRESENTE (di Carlo Anibaldi)


 Era tanto che non sognavo, o almeno, non avevo la coscienza di aver sognato qualcosa. Forse per l’abitudine di non serrare le imposte. Mi dicevo che se il ritmo naturale è scandito dall’alternanza  luce/buio ci deve essere una ragione e allora basta imposte chiuse, ad alterare la percezione dei ritmi naturali. Ma poi, a ben pensarci, mi sono detto che il Sole illumina tutto e tutto insieme, ma per vedere bene davvero bisogna scrutare nel buio.

Tant’è che con le imposte serrate ripresi a sognare e a ricordare i sogni. Uno in particolare, dopo una serata a tirar tardi e qualche bicchierino

di troppo, vale che ve lo racconti.  Mi trovavo in un posto che mi dava l’impressione di essere uno di quei resort dove i ricconi vanno a ricaricarsi, tutto poltrone in pelle chiara, piscine termali, vetrate su fitti giardini che sembrano tropicali ma non lo sono, cameriere belle come top model ed inservienti con la faccia del mio direttore di banca. Andavo in giro a curiosare, con le mani nelle tasche dell’accappatoio bianco, dicendomi che forse mi era stato regalato un bonus per soggiornare in questo paradiso artificiale. Mi sdraio a bordo piscina fumante, apro l’accappatoio sul mio costume a mezza coscia, come i ciclisti, nero a strisce rosse e gialle, un pugno nello stomaco, ma era griffato e a quanto pare alla moda. Non si ‘prende il Sole’ qua, non a gennaio, ma grandi lampade sospese assicurano perfette abbronzature, a patto di girarsi di tanto in tanto. Un grill di lusso, mi dicevo…quando una voce mi distoglie dai miei pensieri sciocchi. Era il direttore di banca, che mi chiede se desidero bere qualcosa di fresco. Un frullato di frutta tropicale a pezzettoni, grazie, ma solo una giratina, niente purea, mi raccomando. Ci si adatta alla svelta a fare il direttore del direttore di banca, mi gongolavo.

Si sdraia a meno di mezzo metro da mio lettino, manco fosse la fidanzata, un omone di mezza età, ben proporzionato però, con una abbronzatura uniforme, non esagerata, i capelli bianchi come neve ed un sorriso a 46 denti, perfetto, grandioso. Mi dice che si chiama Varig, sì, proprio come la compagnia aerea, ma lui non capisce la battuta. “Piacere, Carlo”.  Iniziamo a conversare ma presto capisco che lui sta facendo uno sforzo di comprensione circa il senso delle mie banalità.

Mi fermo, decido di far parlare lui, che esordisce con un incredibile “Un minuto di pazienza, mi sto sintonizzando sul suo linguaggio arcaico”.

Dopo nemmeno un minuto infatti inizia a parlarmi, in perfetto italiano, senza inflessioni dialettali, come uno svizzero. “Un altro direttore di

banca” pensai. Mi dice che lui ci viene di tanto in tanto in questo posto. Io no, era la prima volta. “Vieni per rilassarti?”, la mia domanda ovvia, quasi scema. “No, vengo per lavoro, per documentarmi”. Ma dai…questo viene per lavoro a bordo piscina in costume da bagno, verde bandiera a strisce blu elettrico! “Quale sarebbe il tuo lavoro, di grazia?”. Passa quasi un minuto prima che apre bocca, mi guarda dritto negli occhi e poi esordisce “Sono uno storico, viaggio nel tempo, mi documento sulle ere antiche, ne parlo agli studenti, comunico le mie impressioni di viaggio. Sono molto interessati”. “Non credo di aver compreso sai? Gli storici vanno nelle biblioteche, nei siti archeologici, nei musei, non a bordo piscina in accappatoio. Non c’è Storia in un Grill di lusso”. Ancora un minuto di silenzio. “Sono qui per parlare con te”, mi dice. “La Storiasei tu”, aggiunge.

Vedendomi a bocca aperta e gli occhi sgranati a forma di punto interrogativo, continua… “Noi non misuriamo più il tempo come facevate voi e proprio per questo non so dirti quello che vorresti sapere. Non so la distanza temporale fra te e me, credo anzi che non ce ne sia. La cosa che vengo a studiare in questo posto è il tuo cervello. Non c’è altro posto dove io possa documentarmi su un cervello che venga usato al 10, forse 15 per cento delle sue possibilità”. Comincio ad incavolarmi. Questo babbonatale di lusso, immagino compreso nel prezzo del soggiorno, mi sta sfottendo con modi affabulanti per in definitiva darmi dell’idiota.

Ma lui continua, incurante che mi sono accigliato. “Alcune cose che posso dirti, già le conosci. Ma non conosci come poi si sono evolute e le

soluzioni trovate a questioni che pensavi insolubili. Come sai, il cervello umano è misterioso, è infatti capace di elaborare informazioni in misura tale che ad un supercomputer non basterebbe un intero palazzo per contenerlo…e spendendo energia per soli 20 watt, quando sai che l’asciugacapelli che usi al mattino ne consuma 700, 1000. Dunque una macchina perfetta, di prestazioni incredibili. Ma poi vi siete trovati di fronte ad un problema enorme. Avete scoperto che l’Universo di cui facciamo parte non sta fermo come un hotel, ma si stava espandendo…e il Sole, millennio dopo millennio non scaldava più a sufficienza, l’energia non bastava e toccava crearne in misura enorme, con rischi per l’ambiente e dunque per la specie. Nello sperimentare fallimenti, il cervello cercava soluzioni, ma si fermava davanti al buio, davanti alla limitatezza del suo orizzonte.

untitledEcco allora che avete scoperto che il cervello ha possibilità pressoché infinite di espandersi, poiché la sua evoluzione, la sua crescita, non è lineare, ma esponenziale. Ad ogni nuova esperienza una nuova connessione fra neuroni si formava e da quella altre si ramificavano…come quando scoprimmo l’America, o le leggi della Fisica, o la natura dei rapporti e dell’affettività…il mondo cambiò perché il cervello acquisiva nuove conoscenze ogni giorno, il mondo e le esperienze nuove si moltiplicavano e con esse le connessioni nel nostro cervello.  Dal 5% che avevamo raggiunto insieme ai delfini, le potenzialità del nostro cervello si espansero fino anche al 15%. Ma al 15% delle possibilità potenziali solo pochi sperimentarono che gli ausili alle funzioni superiori del nostro cervello…vale a dire i telefoni, i computer, le onde radio, erano il passato e che tutto questo il cervello lo possedeva già e le protesi non sarebbero più servite, per comunicare e creare nuove connessioni tra i neuroni. Solo pochi si resero conto che il tempo e lo spazio misurabile erano convenzioni che una mente funzionante al 5, 10, 15% ha dovuto creare per orizzontarsi, per definirsi e in definitiva per conoscere i limiti e dunque attrezzarsi per superarli. L’Universo continuò ad espandersi, creando problemi grossi sulla Terra. L’intelligenza si industriò. Enormi lenti convogliavano la luce del Sole, sempre più lontana e fioca, su prismi grandi come montagne…ma tutto sembrava al limite dell’insostenibile e gli uomini erano oramai certi della fine del mondo.  Quando dai loro calcoli apparve chiaro che l’espansione era finita e l’Universo si stava di nuovo contraendo. I problemi da risolvere erano enormi e gli uomini affinarono l’intelligenza,  alcuni cervelli già funzionavano al 50% e la media era già oltre al 30%.

1044487_10201327046080949_1093401814_nLe questioni sul tappeto erano universali, nessuno si sarebbe salvato da solo e ben presto sparirono gli stati ed i governi. La coscienza individuale diventò ipercoscienza, e questo fece diminuire fino a sparire la necessità di spostarsi per incontrarsi…e molto altro che ora non ti sto a dire poiché non capiresti. Voglio però dirti che quando arrivarono a superare il 50% delle possibilità operative del cervello, gli uomini avevano abbandonato l’idea di dualità vita/morte, e molte altre dualità sparirono. Sapevano dunque che il cervello può servirsi del corpo ma non in modo esclusivo. L’intelligenza è immanente…e passa da un corpo all’altro in una danza senza tempo. I problemi si fecero opposti a quelli che erano stati affrontati e superati. Ora la Terra si stava avvicinando ad un buco nero, l’Universo si contraeva senza sosta fino ad infilarsi in un’altra dimensione. Sulla Terra presero ad accadere cose mai viste. I bambini nascevano con aspetto sano ma vecchieggiante e andavano ringiovanendo negli anni fino a sparire di nuovo nel nulla da dove erano venuti. Non servivano scuole nè asili, ma solo “raccoglitori” di ipercoscienza ed iperintelligenza. Luoghi di meditazione trascendente il tempo e lo spazio, dove le interconnessioni non erano più solo neuroniche ma globali. Ogni individuo, come lo chiameresti tu, era anche l’altro da sè. Nulla appartiene a qualcuno poiché tutti erano tutto. In questo modo l’intelligenza funzionava come uno dei vostri supercomputer…moltiplicava le possibilità operative”.

“Caro Varig, bella favola mi racconti, ma ho notato che usi i verbi al tempo passato. Forse il tuo italiano lo hai imparato troppo in fretta….”

“No Carlo, non faccio errori di grammatica. Accadde poi che il cervello degli umani prese ad essere operativo al 100% … ed allora siamo diventati pura intelligenza…senza luogo nè tempo. Io sono te e tu sei me, solo che tu non lo sai”.

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(Carlo Anibaldi, © 2015)

 

 

 

 

Da Einstein, a Jung, allo Zen, una sola voce: il tempo non esiste. (di Carlo Anibaldi)


 Le particelle subatomiche non rispondono a criteri fisici di ‘tempo’ … e di passato, presente e futuro non ce n’è traccia nemmeno nell’universo e, per quanto ci è dato sapere, nei ‘buchi neri’. Il tempo non è dispiegato sui punti di una retta, come l’individuazione di un passato e un futuro vorrebbe, ma piuttosto il tempo è curvo e incontra se stesso continuamente…insomma non esiste, per dirla con Einstein, che non credeva all’esistenza del tempo. Per lui tutto esisteva nello stesso istante: il passato, il presente, il futuro….che sono solo convenzioni stabilite dal modo di ‘funzionare’ della mente umana per poter organizzare le esperienze. E dimostrò matematicamente questa intuizione, del resto oggi confermata anche fisicamente. Possiamo allora affermare come cosa vera che tutte le persone che abbiamo conosciuto, che conosciamo e conosceremo, insieme a tutto ciò che diventeremo, sono con noi in ogni momento. Questo modo di ragionare, e alla fine dimostrare, è il metodo scientifico ‘occidentale’. Ci sono posti al mondo dove tutto ciò è risaputo e mai messo in dubbio da millenni. (Carlo Anibaldi)

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Recensione a LA DONNA FERITA di Linda Schierse Leonard – di Carlo Anibaldi


  Questo libro esplora i rapporti psicologici e spirituali di quelle donne che abbiano avuto difficoltà nel rapportarsi al padre, fino a ferirsi, dove per ‘padre’ dobbiamo qui intendere il padre biologico, quello spirituale, quello patriarcale, quello culturale, quasi mai riuniti in una unica figura maschile. L’autrice porta testimonianze di situazioni reali raccontate dalle sue pazienti, ma il punto di vista fa riferimento a figure archetipiche, vale a dire contenitori atti ad ospitare figure simboliche antiche quanto l’umanità, con annesso potenziale energetico psichico che tende alla realizzazione del simbolo introiettato, generalmente in maniera incosciente. Da questo punto di vista è allora facile scorgere nei comportamenti il tentativo inconscio di realizzare un archetipo. Abbiamo allora da considerare il “Vecchio perverso”, figura archetipica spesso attiva in donne che non avevano un padre con cui mettersi in rapporto e che iniziano a cercalo in ogni uomo che hanno di fronte. All’inizio ripugna l’idea di avere rapporti sessuali col padre trovato, ma ben presto si rendono conto che non incontreranno uomini disposti a ricoprire quella figura senza una ‘contropartita’ ed allora accade che l’ingenuità sessuale si trasformi in promiscuità sessuale. Spesso questi rapporti sono soddisfacenti ma mai conclusivi e la ricerca continua fino alla perdita della residua autostima, tanto più che queste figure paterne sono il più delle volte già padri di famiglia e dunque poco disponibili a ricoprire quel ruolo. Questi comportamenti, neanche tanto alla lunga, mostrano il vulnus, vale a dire la ripetizione dell’insoddisfazione del rapporto col padre. Come peso schiacciante infine,  accade a queste donne che l’eros femminile, continuamente tradito per non essere al centro della ricerca, incentrata su altro, determina il posizionamento al centro del tradimento stesso, che si perpetua a carico degli uomini con cui si rapportano, stante che il ‘Vecchio perverso’ attivo in queste donne le porta all’esposizione del corpo, alla perdita della sacralità dell’eros e attraverso la disistima crescente le porta a chiudere il cerchio, vale a dire che ritorna al punto iniziale dell’esclusione del sesso dal rapporto col padre. Si tratta generalmente di quarantenni ‘ragazzine’ insicure e le troviamo spesso negli studi dei terapeuti per la chiusura del cerchio suddetto, che non lascia speranze alla crescita individuale senza un aiuto alla disperazione. 

 Nel libro sono descritti vari archetipi contenenti tanta energia, capace di mal orientare l’intera vita di una donna, almeno finché ignoti alla coscienza. Citerò di seguito solamente quello relativo alla donna “Puella”. La donna Puella è quella che nasconde l’ira, quella che ha un centro infuocato da ferite profonde, ma la loro rabbia è diretta all’interno, sotto forma di sintomi fisici, depressione e tentativi di suicidio. Questa ira profonda fa loro paura, poichè è quella che ricordano del padre, che esplodeva in eccessi folli. Sono anche donne ben organizzate, forti, capaci di carriere di successo poichè ricche dell’energia del centro infuocato. Teniamo conto che la rabbia non ha forma, colore ed obbiettivi, la rabbia si ‘scaglia’, è esplosiva, e dunque queste donne possono schiacciare le altre persone. L’energia non incanalata crea paura in queste donne e tendono allora al controllo per non incorrere nella follia dello scoppio d’ira, col risultato che spesso accade di trovarsi di fronte donne miti, dolci, ma con un punto debole assai. Il padre travolto dall’ira infatti tradì l’archetipo del Buon Padre, distruggendo stabilità, ordine, fiducia. Il rapporto con l’uomo è quindi spesso fonte di paura anziché fascino. La donna Puella tende spesso a nascondere la propria ira profonda per il timore che sia come quella percepita come patologica del padre….e per evitare il confronto, la maschera. L’ira è mascherata per lo più dai ‘vizi’. Queste donne sono talvolta alcolizzate o bulimiche o ipocondriache. Tutti segni di energia bloccata, autodestruente. Purtroppo insieme all’ira, viene nascosta anche la tenerezza e le lacrime e allora l’intimità con un uomo è vissuta in modo incompleto, spesso caratterizzato da apertura sessuale nei confronti di un partner oggetto e bersaglio però anche dell’ira. Di qui rapporti conflittuali caratterizzati dal rifiuto da parte dell’uomo di avere attrazione verso una donna che ne faccia oggetto d’ira di giorno e di desiderio sessuale la notte. Incanalare la rabbia è l’inizio della soluzione, quando non è troppo tardi per il rapporto in essere, oramai evacuato dalla fiducia reciproca.

 Oltre ad altri esempi di archetipi attivi nell’universo della conflittualità originaria irrisolta col padre, il libro accenna anche al problema del senso di colpa…che vorrebbe la donna più incline dell’uomo a questo vulnus e alla fine meno creativa dell’uomo poichè schiacciata nel ruolo di eterna fanciulla (Puer Aeternus) sottomessa passivamente al padre creativo e forte. Un uomo che si chiudesse tre mesi nello studio a scrivere un romanzo, non si sentirà mai oppresso dal senso di colpa per il trascurare la casa e la famiglia. Meno facile questo per la donna, schiacciata da secoli in ruoli solidi come roccia.   

(Carlo Anibaldi, 2013)

 

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IL COMUNE SENSO DELLO SCHIFO E DELLA PIETA’ (di Carlo Anibaldi)


Siamo in molti ad avere il culo più presentabile della faccia, ma esiste una normativa severa che si richiama ad un COMUNE SENSO DEL PUDORE, secondo cui la faccia la possiamo pubblicamente esporre ma il culo no. Ma se è vero che esiste questo ‘senso comune’, in verità molto mobile e difficilmente calibrabile sulle coordinate del cervello della gente tanto da definirne un qualsiasi ‘comune senso’, mi chiedo perchè il legislatore non abbia preso in considerazione altri ‘comuni sensi’. Il COMUNE SENSO DELLA PIETA’ ad esempio. Possiamo esporre pubblicamente foto di uomini ed animali seviziati e martoriati, ma non possiamo esporre il nostro o vostro bel culo sodo. Possiamo perfino postare su Facebook la foto della mamma or ora morta, ancora calda sul letto d’ospedale, ma non possiamo mostrare il nostro mirabile culo. E che dire del COMUNE SENSO DEL RIDICOLO? Offeso quotidianamente da tutti i media con l’esibizione istrionica di pregiudicati, inquisiti, magnaccia, puttane e ladri? L’offesa diventa poi insopportabile quando è rivolta contro il COMUNE SENSO DELLA VERGOGNA. Si ammette senza batter ciglio che la delicata pelle di una giovane donna debba essere messa al riparo da inestetismi quali allergie e rossori, anche a costo di seviziare e martoriare creature che non hanno meno diritti di noi su questo pianeta. Viene ammessa la sperimentazione su animali, perfino quelli domestici, anche per malattie non mortali o epidemiche, ed è cosa che per il legislatore non susciterebbe OFFESA AL COMUNE SENSO DI QUALCOSA, come per l’esibizione di grufolanti animali in doppiopetto, ma non al pari del mio culo, che invece pare offenda parecchio. Alla fine di questa chiacchierata i vorrei appellarmi ad un COMUNE SENSO DELLO SCHIFO, quotidianamente offeso per il confondere il comune senso dei sentimenti con il minimo comune multiplo dell’intelligenza, vale a dire lo slivellamento della società ai suoi valori più bassi, una rincorsa verso gli ultimi anzichè verso livelli evolutivi. (Carlo Anibaldi)

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Tributo d’Anima a Jung nel giorno del 52’anniversario di morte. Di Emanuele Casale (6/6/1961)


Jung Italia

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Un giorno a me caro nel quale contemplare alcune cose del remoto e alcune cose del domani per riunirle nell’adesso, dove mi servono da bussola imprescindibile per orientarmi nel caos di cui ognuno, con sue modalità, ne abita gli ampi spazi fecondi. Oltre ad essere il mio compleanno è stato, già da diversi anni ormai, un giorno nel quale trovarmi ancora più vicino a Jung oltre la mera vicinanza dovuta agli studi sulla e della psiche nei quali lui è la base che lancia raggi ancora tuttora in un lontano futuro.

Il 6 Giugno 1961 Andava via da questo piano di realtà CARL GUSTAV JUNG, a casa Kusnacht, in piena serenità, circondato dai cari che gli avevano riempito la vita fino agli ultimi suoi giorni; lasc

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Ricchezza ed Accattoni (di Carlo Anibaldi)


Oggi parliamo di accattoni qua, sul muro del pianto. Roma sembra tornata al tempo del papa-Re, zeppa di elemosinieri in proprio, manco per conto del parroco. E così tutte le grandi città. Fino al ‘700 gli straccioni, i mendicanti, gli storpi, i pazzi, i malati, gli affamati, gli scheletri spolpati, erano organizzati in turbe, folle che sciamavano per le città europee dando loro un volto caratteristico, sporco, malato, vissuto fino all’indecenza…violento. Avevano un nome…di fantasia e sempre pittoresco, bande e capibanda, un linguaggio segreto, fino a farsi strada il concetto diseredato=ladro, assassino. La povertà come peccato, che insozzava solo ad averla vicino, lavacro dei sensi di colpa della borghesia nascente…che dava loro la monetina per mondarsi a poco prezzo l’anima. Talmente la dava questa monetina, che molti derelitti avevano un gruzzolo nel materasso sozzo e puzzolente. Particolarmente dopo le frequenti guerre per le pianure d’Europa, le città si riempivano poi di carne umana puzzolente, infetta, lurida. Ma nulla di questo fenomeno è a caso, infatti l’alternativa era la morte per inedia, fame, malattie…e allora si arrivava a storpiarsi, ferirsi, sporcarsi, lacerarsi i vestiti, pur di sopravvivere suscitando i sensi di colpa e la paura soprattutto, di chi aveva la ricchezza, che questi pezzenti mostravano loro come cosa precaria, non data a priori, ma casualmente. Paura quindi e si rendevano spaventosi ad arte. Nell’800 le cose cambiarono, complice del cambiamento le stragi che le malattie contagiose mietevano in queste affollate comunità di straccioni. Nacque la figura dell’accattone solitario…teatrale, meno vistoso come fenomeno, ma sempre mascherato da dimenticato da Dio che tutt’oggi funziona alla grande, tanto che sono tornate in Europa le organizzazioni in racket della miseria, che è sempre stato un buon affare. Non c’è governo o regime che possa eliminare l’accattonaggio, al pari della prostituzione, essendo parti costituenti della società. Le moderne città sono nate e si sono sviluppate su accattonaggio, prostituzione, miseria dei diseredati. Sui loro tuguri putrescenti e le loro malattie invalidanti ed immiserenti…e non c’è modo di enucleare il neonato dall’adulto che si pensa divenuto, apparso, senza radici. Che cosa allora fa girare il mondo? Come siamo arrivati dallo scaldarci intorno al fuoco acceso in una grotta umida allo scrivere poesie? Solo grazie al nostro potente cervello e dunque non servircene può solo contribuire alla stagnazione di “inclinazioni” naturali, come quelle di cui abbiamo qua parlato stamattina…e che gli storici si affannano a dimostrare come fenomeni di “crescita” della società…ma sono solo fenomeni di dimostrazione della stagnazione, che ritorna sempre, al pari di un cesso otturato, prima o poi ci riempirà di escrementi la casa.

(Carlo Anibaldi, marzo 2014)168595_1837541902023_1344765032_2062730_8067791_n

Le ‘Finestre Decisionali’ di Laszlo


SIAMO AL CENTRO DI UNA FINESTRA DECISIONALE, TUTTO E’ ANCORA POSSIBILE  [recensione di Carlo Anibaldi al punto del Caos, di Laszlo] I sintomi di una decadenza inesorabile ci sono tutti, non solo in Italia. Incertezza economica, potenzialità delle nuove generazioni inferiori a quelle delle vecchie, vilipendio delle risorse ambientali, esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili, valori relazionali impoveriti, allargamento della forbice delle diseguaglianze sociali, preponderanza di valori non aggreganti. Verrebbe da allargare le braccia. Cosa può il singolo di fronte a fenomeni di tale portata? In soccorso ci viene la Fisica moderna, strano ma possibile, a detta di parecchi studiosi. Da pochi decenni siamo entrati in una nuova era della Fisica. Siamo, senza accergercene troppo, entrati nella terza fase, quella della Fisica olistica. Al tempo di Newton si posero le basi della fisica moderna e si affermò una visione meccanicistica dei fenomeni, le leggi della termodinamica e la fisica dello spostamento delle masse cambiarono il mondo e diedero vita alla Rivoluzione Industriale, con tutti i cambiamenti sociali connessi alle nuove scoperte. Einstein e i fisici del suo tempo aprirono la seconda Era della Fisica, quella relativistica e quella dei quanti. La scoperta della non assolutezza di tempo e spazio e che la velocità della luce non era il massimo concepibile, ma un ventimillesimo di quanto possibile in natura, aprì nuovi orizzonti al modo di pensare il creato e le creature, l’energia e lo spazio. Oggi siamo nella terza Era della Fisica, chiamata olistica o non-local, poichè con esperimenti si è potuto dimostrare che il micromondo sub-atomico e il macromondo dell’Universo rispondono a leggi che non potevamo nemmeno immaginare: non esistono sistemi chiusi, ad esempio un cavallo è un sistema, il fiume un altro, l’uomo un altro ancora e poi la montagna, le nuvole, il passato, il futuro, la foresta, la città e così via all’infinito in un Universo separato al suo interno e costituito da sistemi indipendenti.  Semplificando un po’, si può oggi dire che l’Universo e tutto il suo contenuto sono ‘non localizzati’, nel senso che l’aggregazione delle particelle a formare due individui, non è cosa definitiva e assoluta. Sono stati compiuti esperimenti su gemelli, all’inizio, e s’è fisicamente dimostrato che la ferita inferta ad un gemello causava dolore all’altro, indipendentemente dalla distanza e consapevolezza. Altri esperimenti sono stati condotti nel mondo vegetale. La spiegazione a questi fenomeni di teleportazione non poteva che essere olistica, vale a dire che nell’Universo tutto è connesso e interscambiabile a livello subatomico e quello che appare separato e diverso nel mondo che vediamo, è invece ricco di mediazioni e connessioni nel mondo sottile, con scambio continuo di particelle, fisiche e/o energetiche. Una tale visione delle cose sposta parecchio in avanti le nostre conoscenze o almeno la possibilità di conoscere i fenomeni, quali i disastri ambientali, quelli di recessioni economiche globali, di crollo e nascita di modelli, di fenomeni naturali apparentemente inspiegabili, di stati “d’animo” collettivi. Molti individui ‘sensibili’ soffrono in prima persona per una deforestazione o per l’oppressione di una dittatura su un popolo lontano. Moltissime persone hanno sofferto per l’Olocausto, perpetrato 60 anni prima a danno del popolo ebraico, come fosse cosa attuale e vicina fisicamente. I fenomeni di sfregio alle leggi della Natura, sia quella fisica che quella che concerne i sentimenti profondi degli esseri umani, possono subire compressioni che durano decenni, ma poi si apre un momento detto ‘finestra decisionale’ che precede di poco il Punto del Caos. Dopo quel punto è possibile uscirne alla grande o precipitare. Alla luce delle scoperte del nuova fisica, sembra proprio che i destini del mondo siano in mano alle singole nostre microenergie, che tutte insieme determinano il fenomeno. Ma sentiamo cosa ci dice in proposito un cervello davvero brillante che è una punta avanzata dell’Umanità, il prof. Ervin Laszlo, il maggior esperto mondiale di Teoria dei sistemi e Teoria Generale dell’Evoluzione: “In una finestra decisionale, i singoli individui possono creare coscientemente le piccole ma potenzialmente potenti fluttuazioni che potrebbero ‘far saltare’ e decidere il percorso evolutivo che sarà adottato dalla loro società. Possono far pendere il sistema verso un’evoluzione in linea con le loro speranze e aspettative. Allora il Punto del Caos non sarà necessariamente portatore di un collasso globale. potrebbe essere l’araldo, l’annuncio del salto verso una nuova civiltà…..Dove andremo, spetta a noi deciderlo”. [Carlo Anibaldi – rev.2014]

COMPAGNO DI VIAGGIO – Racconto breve di Carlo Anibaldi


La nebbia a Venezia non è certo una rarità in questa stagione, ma non avevo mai visto nulla di simile. Sono oramai cinque giorni che si vive in un gomitolo di lana candida, sono spariti il giorno e la notte, il sole ed i colori, anche la gente allegra sembra sparita in quel gomitolo, ma soprattutto è sparita l’autostrada ed è per questo che mi trovo a passeggiare in Piazzale Roma in attesa del treno che mi porterà a Verona.

Il mio orologio, e null’altro per la verità, dice che è oramai giorno fatto, ma sul piazzale e nell’atrio della stazione si contano solo pochi viaggiatori infreddoliti.

L’atmosfera di questo giorno che è cominciato non mi piace per niente, c’è però di buono che non ho difficoltà a trovare una sistemazione in treno: lo scompartimento è addirittura vuoto come pensavo capitasse oramai solo sui trenini di provincia o in certi film quando serve alla scena.

Non è un viaggio lungo fino a Verona, ma dato che sono solo e di cattivo umore, provo a dormire un po’. E’ una questione di pochi minuti, credo, quando l’aprirsi della porta dello scompartimento mi fa sobbalzare: un uomo alto, ben vestito, suppergiù della mia età, posa una valigetta sul sedile e mi porge la mano nell’atto di sedersi di fronte a me.

Esordisce con un cenno del capo ed un sorriso cordiale.

– Salve, spero di non aver disturbato, ma io non amo viaggiare in solitudine e questo treno è davvero deserto. Mi chiamo Adriano e, se non è un problema, potremo conversare un po’ dandoci del tu, uso solo quello io….

– No…..Nessun problema… certo. Di cosa ti occupi? Viaggi per lavoro?

– Diciamo pure per lavoro, certo. Vado a Milano per la presentazione di un libro in una libreria del centro. Sei anche tu diretto a Milano?

– Verona, vado a Verona per un problema di forniture di materiali. La mia fabbrica è praticamente ferma, inutile telefonare, devo rendermi conto di persona di quello che succede. Tu vendi libri, se ho capito bene …..

– Sarà la libreria, spero, a vendere il libro, io l’ho scritto e ora vado a presentarlo al pubblico.

– Presentalo intanto a me, questo libro, così ti ripassi il discorso e poi mi ricorda la gioventù questa faccenda dei libri, perché io, sai, sono di quei pochi che i libri non li scrive …. e da parecchi anni nemmeno li legge. Chi mi da il tempo di leggere libri? Figurarsi scriverli, i libri ! E poi cosa ci potrei scrivere dentro un libro? Che il fisco mi strozza, gli operai mi mandano in bestia con le loro pretese, il Governo se ne infischia di noialtri e il fegato mi scoppia? E il tuo libro, invece, di che tratta?

– Io faccio parte di un gruppo di lavoro che esplora nuove possibilità per la soluzione di problemi antichi, abbiamo qualche idea che ci sembra buona e questo libro è un modo per aprire un dibattito e confrontare le opinioni.

– Scusa la franchezza, ma io sono un uomo pratico, abituato a lavorare sodo, lontano dalle chiacchiere fumose che fanno in televisione, in poche parole: io mi alzo presto la mattina e produco materiale elettronico per l’aeronautica, tu ti alzi la mattina e che cosa produci?

– Una risposta potrei azzardarla, ma temo che sul termine “produzione” dovremmo chiarire …..

– Ho capito, è già tutto chiaro, ora ti spiego con parole mie: io lavoro da una vita a schiena curva ed ho prodotto un sacco di cose; e sai perché l’ho fatto? Per far stare quelli come te, nulla di personale, per carità, quelli come te, dicevo, a schiena diritta, col naso per aria a pensare cosa scrivere in un libro per altri come te!

– C’è qualcosa di vero in quello che dici a proposito delle nostre schiene. Anche di questo scrivo nel libro ….

– Sarebbe a dire?

– Mi riferisco alla possibilità di vivere e lavorare tutti in modo diverso, senza curvarsi su se stessi, infatti ….

– Non c’è modo di lavorare sodo a schiena diritta! Sarebbe il Paese dei Balocchi. Ti illudi.

– E se fosse tutto da rivedere? Sai meglio di me che un motore per quanto sofisticato e potente , rende poco e consuma molto se il carburante ed il lubrificante sono sbagliati e ti assicuro che sono oramai suonati tutti i possibili campanelli d’allarme e, a meno di essere sordi ….

– Non v’è dubbio che nella tua testa ci sono campanelli che suonano all’impazzata, ma se tu provassi a spegnere un momento il carillon e ti guardassi intorno, ti accorgeresti che siamo immersi nel benessere creato dal lavoro duro: tutti ci spostiamo con facilità… automobili, treni, aerei; tutti abbiamo case ben riscaldate, con telefono, computer e carte di credito; la vita è più facile per tutti, caro mio, altro che campanelli! Tu non ti rendi conto di come si viveva solo quaranta o cinquanta anni addietro. Tutto questo lo dobbiamo al lavoro, quello onesto e … a schiena curva, naturalmente!

– Sono troppi anni che stai a schiena curva ed oramai vedi con chiarezza solo la punta delle tue scarpe! Io ho il massimo rispetto per il lavoro onesto, tuo e di tutti, quello che invece porto in discussione è la logica viziosa che schiaccia anche le buone cose, ma certo dovrai alzare un po’ la testa per rendertene conto.

– Spiegati meglio, Professore !

– L’elenco dei beni e servizi che hai fatto ci ha reso indubbiamente la vita più comoda, potrei azzardare che insieme alla comodità non è aumentata la serenità, il rispetto di sé e degli altri: il tuo fegato sul punto di scoppiare sta lì a dirti che negli ultimi trent’anni, in definitiva, non ci hai guadagnato poi molto; potrei anche tentare di farti notare che oltre le nebbie della Padana c’è un tre quarti di mondo che del telefonino e delle carte di credito non sa che farsene, a meno che non siano cose buone da mangiare….. potrei dirti queste e molte altre cose, ma non è tanto di questo che vorrei discutere con te, quanto piuttosto ……

– Un comunista, un Professore comunista, ecco con chi mi tocca viaggiare oggi! Del resto che potevo aspettarmi da una giornata cominciata così male, questa nebbia poi ….

– La nebbia, si, dici bene …. Se non fosse per questa nebbia a quest’ora staresti sfrecciando sull’autostrada con la tua Mercedes con telefono, gongolandoti con le tue quattro idee oramai inutili! T’è toccato invece confrontarti con altre idee ed eccoti pronto ad erigere barriere pseudo politiche; non cadrò in questa tua trappola della discussione “politica” , la tua è la politica che divide, io sono per una politica che unisce e che serva ….

– Ma di che trappola cianci, quali barriere! Ho affrontato ben altro nella mia vita che una discussione con un comunista! Che sarebbe poi questa storia delle mie quattro idee inutili ?

– Nulla di personale, non devi prendertela. Io so che sei in buona fede, onesto e leale, è solo che il mondo non andrà meglio esasperando, tirando oltre ogni ragionevole limite, le idee che erano buone negli anni trenta o prima : occorrono idee nuove, di quelle che fanno fare un giro di boa, oppure pensi, ad esempio, che dopo la carrozza con tiro a sei cavalli, il progresso sarebbe stato inventare il tiro a dodici ? No! Il progresso vero fu l’invenzione della macchina a vapore ! Egoismo, cinismo, sopraffazione, disprezzo per la vita, in tutto questo sono degenerate alcune buone idee dell’inizio di questo secolo che è da poco finito. Io credo che tutto ciò possa cambiare: serve un allargamento della coscienza….

– Belle parole ! Ma tu lo sai che oggi, alla fine di ogni discorso realista c’è il danaro e ti assicuro che senza danaro non si muove nulla . Il danaro non è servo , ma padrone con molti servitori e , che ci piaccia o no , uno di questi è la logica del profitto; tanto più questa logica è serrata, tanto più danaro per far girare il mondo c’è !

– Purtroppo quello che hai detto è oggi in parte vero ed è grazie a riflessioni di questo tipo che sono giunto alla conclusione che siamo all’interno di un circolo vizioso che non porta più da nessuna parte, in quanto lo sai bene anche tu che è ben altro che fa girare il mondo ……

– E’ un discorso da Oratorio Salesiano questo. Abolire la logica del profitto significa niente più danaro che circola, le fabbriche si fermano, le luci si spengono e ci incontriamo tutti intorno al fuoco a leggere il tuo libro !

– Quello che dici sembra vero esattamente come sembrava vero il discorso del proprietario terriero della Virginia di più di un secolo fa:”Dare ai negri un salario , abolire la servitù ! Tutte idiozie ! Sarebbe la rovina per tutti, negri compresi.” Anche il lavoro dei bambini nelle miniere inglesi della fine del secolo scorso appariva un caposaldo dell’economia mineraria di quel tempo. I sostenitori di queste tesi erano senz’altro brave persone come te, ma le loro idee stavano oramai invecchiando con loro e invece i tempi nuovi si stavano affacciando con la forza di una diversa e più ampia coscienza: inutile opporsi, inutile sottrarsi, la scelta possibile era ed è solo una e sempre la stessa: partecipare al processo evolutivo o rimanerne tagliati fuori.

– Insomma, se ho capito bene, i tuoi campanelli ti dicono che siamo a ridosso di una svolta epocale ed io starei qui a far da zavorra dell’umanità.

– Se fosse così , sarebbe in fondo semplice e non varrebbe la pena parlarne. Il problema è che senza di te non ci sarà nessuna svolta, ma solo la deriva, verso chissà cosa….

– Non pensavo di essere così importante. Dunque è per quelli come me che hai scritto il tuo libro !

– Presto o tardi arriverà fino a te, tuo malgrado e per strade che nemmeno immagini.

– Il Professore è anche Profeta !

– Ma non capisci che ora non si tratta di colonialismo, schiavitù o lavoro minorile? Ora si tratta di liberare noi stessi: liberi da…. piuttosto che liberi di …. e in ciò ci aiuterà solo la nostra personale presa di coscienza.

– No, fermati, fammi capire … Come puoi sostenere che io non sia padrone di me stesso, e quand’anche fosse, come può la mia liberazione interessare le svolte dell’umanità ?

– Tu devi essere di quelli che credono sia stato Cesare, Carlo Magno, Napoleone, Hitler e pochi altri a determinare le svolte epocali, come le chiami tu, che dalla preistoria ci hanno portato fino ad oggi. Questi personaggi hanno avuto la straordinaria opportunità di determinare gli eventi di interi popoli ed hanno per questo scritto la Storia degli eventi, ma la storia dell’evoluzione della Coscienza la scrive gente come te e me …. e se ci sarà o meno ancora un Hitler a scrivere un altro pezzo di Storia dipende anche da te. Capisci ora per chi l’ho scritto il mio libro ?

– E va bene, smettiamo di aggiungere cavalli al tiro della carrozza e inventiamo la macchina a vapore ! Hai qualche idea ?

– Le idee nuove non si fanno strada finché siamo attaccati a quelle vecchie, è una questione affettiva, irrazionale, che prescinde dalla bontà delle une o delle altre . Per prima cosa è quindi importante entrare in una fase di stanchezza rispetto ai propri ritmi; poi è necessario riconoscere come ingannevole la sicurezza che ci dà il percorrere strade conosciute, solo a questo punto, che potremmo chiamare ” ritorno al punto zero ” , siamo pronti a dare uno sguardo di là dal muro ed accorgerci che c’è tutto un mondo che aspetta i nostri primi passi, un mondo dove gli alberi nascono, crescono, danno fiori e frutti e poi accettano di rinsecchire e tornare alla terra, perché questo è l’ordine delle cose: non c’è tristezza, depressione, angoscia e paura se comprendi di cosa sei fatto e non pretendi di fiorire per l’eternità!

– Forse mi sbaglio , ma cose di questo genere non le ha già dette meglio di te qualcun altro ? San Francesco, tanto per fare un esempio fra i tanti ?

– Infatti la novità non è in quello che dico, ma nel fatto che sono io che ne parlo con te; io che certo non sono San Francesco ne parlo a te che non sembri per niente beneficiare della vocazione francescana. Capisci la straordinaria novità ? Gente comune come noi sente pulsioni spirituali ed evolutive delle nostre condizioni! Il Terzo Millennio ci mette a portata di mano quella coscienza di noi stessi, di tutto quanto siamo, che solo pochi secoli fa era esclusivo privilegio di santi, santoni, alchimisti e profeti.

– Intuisco che le cose che dici non sono del tutto scemenze, ma resta pur sempre il fatto che la vita di noi tutti è fatta per lo più dalla maledetta quotidianità, quella secondo cui ti devi alzare presto per andare a lavorare o a cercare lavoro, quella che se non sei furbo ti mangiano in un boccone, quella che se ti viene l’ulcera, e ti viene, devi andare dal dottore, quella che se non stai attento non arrivi al ventisette, quella ……

– quella che ti uccide ! E’ evidente che questa quotidianità dopo averti impoverito lo spirito ti annienterà letteralmente e il peggio è che avrai pure tanti rimpianti per tutto quanto hai tralasciato: vivere la totalità del tuo essere.

– Quello che dici ha il sapore agrodolce dell’utopia e per questa ragione nasconde un pericolo: il cinismo non è forse figlio del naufragio di facili illusioni?

– Le facili illusioni le incontri se percorri strade spianate da altri, ma se hai faticato e pagato di tua tasca per aprirti un varco che ti ha condotto più avanti, se hai un po’ sofferto per allargare la tua coscienza, ebbene a quel punto il nuovo orizzonte che ti si para davanti sarà tuo e parte di te più delle tue mani o dei tuoi occhi, altro che illusioni … indietro non si torna più.

Il rumore secco della porta scorrevole mi fa trasalire.

– Biglietto, signore. Biglietto per favore.

– Dove siamo ….. Devo essermi addormentato intanto che conversavo. Dov’ è andato Adriano ? Ha visto un signore alto, distinto, uscire dallo scompartimento? Magari è sceso a una stazione….

– Tra dieci minuti saremo a Verona e posso assicurarle che ha viaggiato solo: ero seduto qui fuori e non ho visto nessuno entrare o uscire. Ha dormito e ….. forse ha sognato. Arrivederci.

(Carlo Anibaldi)

DECRESCITA RESPONSABILE ovvero LATOUCHE IN SINTESI


A guardarla giorno dopo giorno sui giornali e sui telegiornali questa ‘crisi’ mondiale, siamo nostro malgrado tentati di seguirla passo passo, tra slogan, paure, domande e speranze, entrando in discorsi ristretti che tolgono l’aria e la visione d’insieme.  E allora ci ritroviamo a cercare un ‘salvatore’…ora individuato in un economista di fama, ora in un novello masaniello. Proviamo invece a considerare il mondo come un laboratorio, come alla fine è. In un laboratorio i fenomeni si osservano e la loro interpretazione non è lasciata ai dilettanti e ai ciarlatani.

Diagnosi. “La disintegrazione del tessuto industriale distrugge la solidarietà nazionale e aumenta la distanza tra la media statistica e la variazione reale dei livelli e dei modi di vita. Le disuguaglienze aumentano a tutti i livelli. In ogni Paese, così come su scala mondiale, si dilatano le distanze fra i più poveri e i più ricchi, raggiungendo proporzioni inaudite**.

–  Effetti a breve. “Il controllo, provvisoriamente rimpiazzato da una politica industriale alla ricerca dei suoi principi, tende a perdere ogni consistenza. La crisi dello Stato sociale e lo smantellamento dei sistemi di protezione sociale conducono semplicemente alla crisi dello Stato tout court. La spoliticizzazione dei cittadini e la sostituzione delle istituzioni politiche con organi amministrativi finiscono con lo svuotare lo Stato-nazione del suo contenuto**.

–  Effetti a medio-lungo termine. “La deterritorializzazione economica e sociale non sfocia tanto in un nuovo ordine internazionale, o anche in un ordine mondiale, quanto in un disordine, nel caos. Questo disordine è già in atto in molti paesi semi-industrializzati. Un ministro brasiliano ha detto a proposito della regione di Sao Paulo: “E’ una Svizzera circondata da venti Biafra“. Questo tende a diventare vero su scala planetaria. Laddove c’è un’impresa, un impianto industriale, commerciale, un centro di ricerca, che sia a Singapore, nella Silicon Valley o nel Katanga, lì regneranno una relativa prosperità, una società di consumi, o addirittura un sostituto regionale dello Stato sociale. Laddove non c’è mai stato nulla, laddove imprese o uffici hanno chiuso i battenti, al Nord come al Sud, emergono o persistono miseria e povertà senza protezione sociale di alcun tipo e senza solidarietà. In questo mondo a macchia di leopardo la politica scompare, mentre l’amministrazione e la burocratizzazione si rinforzano, e gli apparati di polizia diventano autonomi per gestire tensioni spersonalizzate**.

Rimedi. La società post-industriale era immaginata come la società del futuro, basata sui servizi, ad ogni livello…. ed i beni, quelli attualmente prodotti nelle fabbriche, sarebbero stati forniti dall’attuale terzo mondo in espansione economica. Ma le cose non sono andate come previsto, poichè i modelli non hanno tenuto conto del fattore A…Avidity…che avrebbe dovuto essere sotto controllo costante grazie ad una legislazione ad hoc. Ma il legislatore, ovunque, s’è mostrato succube del potere finanziario e sappiamo come è andata a finire. I rimedi suggeriti dall’osservazione del laboratorio-mondo sono dunque orientati al contrario esatto di ciò che lo sta portando al disastro, e cioè indirizzati alla decrescita e alla localizzazione intesa come non globalizzazione, che abbiamo visto lasciare indietro interi pezzi di mondo, e ovviamente all’abolizione del PIL come strumento per la misura dl benessere, che in una visione olistica degli esseri umani è davvero l’ultima cosa da considerare.

La decrescita responsabile è un concetto filosofico prima che economico e dunque non può essere imposto per legge, ammesso che appaiano sulla scena legislatori tanto lungimiranti, e dunque necessita di farsi strada nei singoli come la Weltanshauung del terzo millennio, un vero capovolgimento della visione del mondo…il solo modo per salvarlo dal disastro incombente, dove la guerra nucleare dei nostri incubi è solo una metafora del NWO, il Nuovo Ordine Mondiale che alla fine farà solo un gran cumulo di macerie..

[ Carlo Anibaldi – 2012]

Serge Latouche

Bibliografia **Serge Latouche (Vannes, 12 gennaio 1940) è un economista e filosofo francese, sostenitore della decrescita conviviale e del localismo, intese come le sole attività in grado di fornire i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni delle persone nella società post-industriale.

12 Dicembre 1969 VERITA’ NASCOSTE


12 dicembre 1969 – Strage di Piazza Fontana. Dopo 42 anni è ancora “una Verità Nascosta”

Cosa allora si potrebbe scrivere sulla lapide delle vittime di quella odiosa strage? E su

quelle delle vittime delle tante altre stragi senza giustizia di quegli anni? Queste lapidi

sono bianche e immacolate, di marmo vergine, o tali dovrebbero essere, perché solo

quando le vittime avranno giustizia ci sarà un epitaffio da incidere.

Le celebrazioni delle ricorrenze storiche portano con sé il ricordo di quanti, coinvolti nell’evento, hanno perso la vita perché l’evento si dispiegasse. La Storia procede con un susseguirsi di immagini, non a caso il più delle volte cruente, a causa dei forti radicamenti che si vanno a sconvolgere; è dunque per l’aprirsi di nuovi scenari che gli eventi divengono Storia. Non è questo il caso, poiché questa non è Storia, ma una Verità Nascosta.

Sono molti coloro che datano l’inizio della cosiddetta ‘strategia della tensione’ o degli ‘opposti estremismi’ al 12 dicembre 1969, il giorno dell’esplosione della bomba alla BNA di Piazza Fontana a Milano, ma altrettanti sono convinti che questa datazione sia arbitraria ed emotiva, facendo infatti risalire l’inizio dei ‘Misteri d’Italia’ a qualche anno prima, quando ‘cadde’ l’aereo di Enrico Mattei, se non addirittura al 1° Maggio 1947, giorno della strage di Portella della Ginestra. La difficoltà di datazione di questo periodo oscuro della Storia d’Italia è probabilmente dovuta al fatto che la storia stessa della Repubblica è, fin dai primi giorni di vita, connessa alla storia dei nostri servizi di Intelligence che, come ogni Servizio di questo genere, non hanno, per definizione, la trasparenza fra i valori fondanti.

Molti sono gli autori, giornalisti, osservatori e storici, che hanno scritto di questa orribile strage e del lunghissimo iter giudiziario che ne seguì. Quello che vogliamo invece fare qui oggi è rivolgere un pensiero alle vittime innocenti e ai loro familiari e cercare di vedere l’evento dal loro punto di vista, per quanto possibile.

Le vittime di eventi bellici o rivoluzionari e perfino le vittime di incidenti di ogni tipo ed i loro familiari, si fanno alla fine una ragione, se così mi posso esprimere, di quanto accaduto, secondo una scala di consapevolezza che va dal futile all’eroico, passando per una moltitudine di situazioni intermedie che alla fine sono quelle sintetizzate negli epitaffi.

Ma cosa è umanamente misericordioso e sensato scrivere sulla lapide delle vittime di quella odiosa strage? E in quella delle vittime di altre stragi di quegli anni, che a centinaia non hanno potuto avere giustizia né comprensione terrena? Se mai esistesse un’altra forma di giustizia, a quella varrebbe la pena di affidarsi, ma temo non ci sia nulla oltre la legge del contrappasso, talvolta. Questa è la vera pagina nera di questa Repubblica: ci sono dei morti, tanti morti, che non sono né partigiani né fascisti, né rivoluzionari né oppressori, né guardie né ladri e al tempo stesso ci sono degli assassini che non sono finiti nella polvere, né in galera né davvero liberi, se mai hanno avuto una coscienza.

Queste lapidi sono bianche e immacolate, di marmo vergine, o tali dovrebbero essere, perché solo quando le vittime avranno giustizia ci sarà un epitaffio da incidere. Nel corso di vari processi penali è alla fine affiorata la dinamica scellerata dell’attentato e qualche manovale della morte e del dolore ha vissuto i suoi ultimi anni in prigione, ma questi processi sono stati utili, alla fine, per dare non giustizia, ma consapevolezza delle dinamiche e, attraverso queste, visione del disegno, questo sì, eversivo della volontà popolare. Come tutti sappiamo, fu all’inizio seguita, o meglio, creata, una ‘pista anarchica’ che vedeva la cellula anarchica milanese del Ponte della Ghisolfa, rappresentata dal ferroviere Giuseppe Pinelli, come l’ideatrice ed esecutrice dell’attentato alla BNA, insieme a quello che avrebbe dovuto dispiegarsi nelle stesse ore alla Banca Commerciale e che non produsse un’esplosione ed altri attentati dinamitardi che in quel giorno, fra Roma e Milano nell’arco di una cinquantina di ore, si verificarono. Queste cellule anarchiche, come ogni movimento di questo tipo in Italia e nel mondo, perseguono attentati dinamitardi dimostrativi, contro ogni potere costituito che limiti le libertà fondamentali dell’individuo.

Ideali di violenza, senza meno assai discutibili, ma che per statuto fondante, mai avevano avuto lo scopo di spargere sangue ritenuto innocente. Dunque l’accusa fatta al Pinelli di aver organizzato un attentato tanto sanguinoso, col concorso della cellula romana, rappresentata da Pietro Valpreda, sconvolse a tal punto Giuseppe Pinelli, che durante un drammatico interrogatorio nei giorni successivi alla strage, alla Questura di Milano, cadde, non si sa quanto volontariamente o in seguito a malore, dalla finestra e ne morì. Questa la versione ufficiale della Questura. La contestazione alla versione ufficiale fu talmente accesa da parte degli ambienti dell’estrema sinistra legati all’organizzazione Lotta Continua, che ne scaturì la morte violenta del commissario Calabresi, ritenuto da questi il responsabile della morte, non creduta accidentale o suicidaria, del Pinelli.

Nel corso di un ventennio di udienze in diversi processi, emersero circostanze incredibili. L’attentato doveva essere dimostrativo come altri in quel periodo, e fu organizzato dagli anarchici per un orario successivo alla chiusura della banca, ma infiltrati neofascisti dell’organizzazione Ordine Nuovo raddoppiarono la borsa e dunque le bombe, all’insaputa degli anarchici e oprattutto ne anticiparono lo scoppio in un orario di apertura al pubblico.

Le carte processuali ci dicono anche di depistaggi, pedinamenti e infiltrazioni organizzate da fronde deviate dei servizi di intelligence. La data del 12 dicembre fu scelta in coincidenza con un viaggio a Milano dell’anarchico Valpreda. Un sosia del Valpreda fu fatto scendere da un taxi davanti alla BNA con una borsa. Testimonianze incrociate portarono all’arresto di Valpreda e alla sua incriminazione. Ma questo era solo il primo atto di una marcia di avvicinamento alla verità che durò un ventennio, senza peraltro produrre certezze processuali definitive sui mandanti occulti e sui loro inconfessati scopi eversivi.

In questo 41° anniversario della strage, nel ricordare le diciassette vittime, il nostro pensiero va a questo modo di ‘diventare Storia’, un modo che toglie anche la dignità alla morte, che dissolve persone incolpevoli in una nuvola rovente e densa di verità nascoste.

Questa nuvola è tutta italiana e purtroppo arriva da lontano, da quel dopoguerra che da noi è stato il più lungo del mondo intero. Un dopoguerra che per vili ragioni di realpolitik non ha potuto trovare pace, poiché non ha del tutto escluso dalla vita civile e dalle Istituzioni, personaggi e burocrati del disciolto partito fascista e della Repubblica di Salò, che per nulla avevano in animo amore per questa nuova Nazione, facendone anzi, in varie e documentate circostanze, i fondatori e gli alti funzionari dei neonati Servizi di Intelligence. Queste furono le scellerate premesse da cui derivò un sessantennio di Misteri d’Italia, che passano impuniti per la morte di Enrico Mattei, Mauro De Mauro, Pierpaolo Pasolini, Mino Pecorelli ed altri e che oggi ci costringono a commemorare queste ed altre vittime senza ‘parte’, senza ‘causa’, senza barricate, senza ideale o bandiera, di fronte alle quali altro non possiamo fare che chinare il capo per la vergogna.

Carlo Anibaldi

LA TEORIA SUBCELLULARE DEL PIACERE di Carlo Anibaldi


Al primo sguardo appare una teoria biologica avanzata quella di cui andiamo a parlare, ma è in realtà una intuizione economica di quelle che in tempo di crisi possono essere utili e che spero mi faccia vincere il Premio Nobel per l’Economia e pure quello della Pace, perchè no, così io pure sono apposto.

 Sappiamo che la nostra unicità nell’universo mondo ci è conferita dall’unicità del nostro DNA, passata, presente e futura, scoperta assai recente questa…neanche sessant’anni. Sappiamo anche qualcosa della teoria degli insiemi e delle nuovissime scoperte della fisica di terza generazione, detta della “delocalizzazione” o “non local”. In quest’ultima si sostiene, con poche prove che non siano solo teoriche a dire il vero…sinora, ma piuttosto consistenti (del resto le ‘prove’ della veridicità delle teorie della Relatività di Einstein vennero molti anni dopo il ritiro del Nobel…..). Questi scienziati dicono che è sbagliato sostenere che in natura i sistemi siano ‘chiusi’, senza interscambi come riteniamo sino a tutt’oggi…e cioè che io sia un sistema, il mio unico lettore un altro sistema, il cagnolino qua sotto un terzo sistema e così via. Nella fisica “non local” infatti si sostiene che i sistemi non siano chiusi ma ‘aperti’ e in continua comunicazione tra loro tramite particelle subatomiche che si spostano incessantemente tra un sistema e l’altro senza problemi di confini, limitazione di spazi e di tempi…insomma siamo immersi in un unico enorme sistema che percepiamo suddiviso in miriadi di unità incomunicanti e assolutamente ‘diverse’ in tutto. Un discorso che per questi fisici suona veritiero quanto quello di un miliardo di granelli di sabbia che vogliano ad ogni costo sentirsi cosa diversa da una spiaggia. Abbracciando queste teorie trovano invece facile spiegazione fenomeni che oggi ci appaiono misteriosi…mi riferisco alle veggenze, le premonizioni fra gemelli, ma anche le catastrofi naturali e quelle umane collettive…presagite da milioni di persone alcuni anni prima dello scoppio della prima e seconda guerra mondiale (resoconti di psicanalisti su una infinità di pazienti di allora, parlano chiaro su questo punto). Se insomma i sistemi sono aperti e comunicanti, allora la comunicazione va ben al di là di quanto sinora supponiamo…poichè è quantomeno bizzarro pensare che alle particelle subatomiche serva il telefono per passarsi le notizie, più facile sarebbe ammettere che sappiamo quasi nulla sulle comunicazioni di informazioni a tali livelli.

A farla breve io alla fine ritengo che il DNA contenuto in ogni nostra cellula nucleata contenga molto più delle informazioni sulla nostra unicità biologica, ma abbia la possibilità di scambiare informazioni con ogni altra unicità …e se ammettiamo che il sistema Pinco Pallino non sia chiuso, allora non sarà necessario che tutto l’insieme faccia esperienze, ma sarà sufficiente che le faccia un suo componente.

Questa teoria chimico-fisico-biologica nonchè psico-antropologica, promette di diventare anche una importante Teoria Economica che dopo le tre Rivoluzioni Industriali non ha visto nulla di parimenti destrutturante il sistema conosciuto. Mi riferisco alle infinite possibilità di risparmio in tema di Felicità e Piacere e dei costosi mezzi per procurarselo.

Con poca spesa potremmo infatti recarci al più vicino aeroporto internazionale e con noncuranza lanciare un capello estirpato alla radice su ogni valigia diretta ai nastri trasportatori, a loro volta diretti agli aerei in partenza per tutto il mondo…ed attendere fiduciosi le informazioni che vogliano rimandarci dei magnifici viaggi che saranno dunque esperienza condivisibile…a patto di mettere a punto un buon ricevitore di informazioni subcellulari e anzi subatomiche…ma a questo penseranno i tecnici. Non è infatti stato compito di Einstein costruire la bomba atomica e caricarla su un aereo…lui ha solo indicato che era possibile.

Alla stessa maniera io aspetto paziente la conferma a queste teorie e nell’attesa del Nobel nel tempo libero lancio capelli all’aereoporto, e al supermercato quando ho fame e dal parrucchiere sotto casa quando ho desiderio di sapere di più sulle donne.

[Carlo Anibaldi 2012]

ALLE ORIGINI DEL MUOS


Informiamoci almeno delle ‘Cose Nostre’….

29 settembre / 5 ottobre 1944 – Strage nazifascista di Marzabotto (eccidio di Monte Sole), circa 1800 vittime (R.I.P.) OMAGGIO


«  Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana.  »
( Salvatore Quasimodo, epigrafe alla base del faro monumentale che sorge sulla collina di Miana, sovrastante Marzabotto)

« La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché mai più il nazifascismo risorga. »
(Lapide del cimitero di Casaglia)

L’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, dal maggiore dei comuni colpiti) fu un insieme di stragi compiute dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio di Marzabotto e nelle colline di Monte Sole in provincia di Bologna, nel quadro di un’operazione di rastrellamento di vaste proporzioni diretta contro la formazione partigiana Stella Rossa. La strage di Marzabotto è uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche in Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale.

Dopo il Massacro di Sant’Anna di Stazzema commesso il 12 agosto 1944, gli eccidi nazifascisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati. Ma il feldmaresciallo Albert Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo la brigata Stella Rossa, e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che la appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito delle rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno 1944.

Capo dell’operazione fu nominato il maggiore Walter Reder, comandante del 16º reparto corazzato ricognitori (Panzeraufklärungsabteilung) della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. «Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Panico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata di tutto e di tutti.

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse tra le quali 50 bambini. Fu l’inizio della strage. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.

Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il bilancio delle vittime civili si presentava spaventoso: oltre 1800 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie; solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.

I processi per crimini di guerra

Al termine della guerra Walter Reder fu processato e nel 1951 condannato all’ergastolo, ma in seguito graziato su intercessione del Governo austriaco. Morì a Vienna nel 1991.

Nel 2006 ha avuto inizio il processo contro 17 imputati, tutti ufficiali e sottufficiali della 16. SS-Freiwilligen-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS. L’istruzione dei procedimenti ha avuto luogo grazie alla scoperta, avvenuta nel 1994, di 695 fascicoli di inchiesta presso la sede della Corte Militare d’Appello di Roma. Questi fascicoli, segnati con il timbro della “archiviazione provvisoria” datata 1960 e conservati in un armadio rivolto verso il muro, il cosiddetto “armadio della vergogna”, rimasto chiuso fino alla scoperta avvenuta nel 1994, contenevano i dati riferiti a numerosi ufficiali delle SS responsabili di crimini di guerra dal 8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.
Il 13 gennaio 2007 il Tribunale Militare della Spezia ha condannato all’ergastolo dieci imputati per l’eccidio di Monte Sole, ritenuti colpevoli di violenza pluriaggravata e continuata con omicidio.

I condannati, tutti in contumacia, sono:

Paul Albers, aiutante maggiore di Walter Reder;
Josef Baumann, sergente comandante di plotone ;
Hubert Bichler, maresciallo delle SS;
Max Roithmeier, sergente;
Adolf Schneider maresciallo capo;
Max Schneider, sergente;
Kurt Spieler, soldato.
Heinz Fritz Traeger, sergente;
Georg Wache, sergente;
Helmut Wulf, sergente;

Il 7 maggio 2008 la Corte Militare d’Appello di Roma ha confermato gli ergastoli della sentenza di primo grado, e ha condannato alla stessa pena Wilhelm Kusterer, il quale era stato assolto in primo grado. Il processo si è concluso con la morte di Paul Albers, l’unico ad aver presentato ricorso in Corte di Cassazione.

Il parco storico e la Scuola di Pace di Monte Sole

Nella piccola frazione di Casaglia di Monte Sole don Giuseppe Dossetti volle insediare la comunità religiosa Piccola Famiglia dell’Annunziata.
L’estesa area della strage è stata trasformata in parco storico regionale (Parco di Monte Sole) sia per l’interesse ambientale che per mantenere la memoria storica della Resistenza e degli eccidi nazifascisti.
Nel 1994, cinquantesimo anniversario della strage, viene posta vicino ai resti della chiesa di Casaglia una campana fusa con materiale bellico, donata all’arcidiocesi di Bologna dal vicepresidente della Russia Aleksander Putskoj.
Nel 2002 è stata istituita la Scuola di Pace di Monte Sole per promuovere iniziative di formazione ed educazione alla pace e alla convivenza pacifica fra i popoli.

 

 

Bibliografia

Luca Baldissara, Paolo Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole, Bologna, Il Mulino, 2009.
Luca Baldissara, Paolo Pezzino (a cura di), Crimini e memorie di guerra, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2004.
Carlo Gentile: Le SS di Sant’Anna di Stazzema: azioni, motivazioni e profilo di una unità nazista, in: Marco Palla (a cura di), Tra storia e memoria. 12 agosto 1944: la strage di Sant’Anna di Stazzema, Roma, Carocci, 2003, p. 86-117.
Carlo Gentile: Marzabotto, in: Gerd R. Ueberschär (a cura di), Orte des Grauens. Verbrechen im Zweiten Weltkrieg, Darmstadt, Primus, 2003, p. 136-146.
Carlo Gentile: Walter Reder – ein politischer Soldat im „Bandenkampf“, in: Klaus-Michael Mallmann/Gerhard Paul (Hg.): Karrieren der Gewalt. Nationalsozialistische Täterbiographien (Veröffentlichungen der Forschungsstelle Ludwigsburg der Universität Stuttgart, Vol. 2), Darmstadt, Primus, 2004, p. 188-195.
Luciano Gherardi: Le querce di Monte Sole, Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno (1898-1944), Bologna, Il Mulino, 1986.
Renato Giorgi: Marzabotto parla. Venezia, Marsilio Editore, 1999.
Lutz Klinkhammer: Stragi naziste in Italia, Roma, Universale Donzelli, 1977, p.118-141.
Marzabotto, quanti, dove, chi, a cura del Comitato regionale per le onoranze di Marzabotto, Bologna, Ponte nuovo, 1995.
Jack Olsen: Silenzio su Monte Sole, Milano, Garzanti, 1971.
Dario Zanini: Marzabotto e dintorni, Bologna, Ponte Nuovo, 1996.

Filmografia

Quello che abbiamo passato. Memorie di Monte Sole (2007), documentario di Marzia Gigli, Maria Chiara Patuelli e Comunicattive (a cura di Scuola di pace di Monte Sole)
Lo stato di eccezione (2008), documentario di Germano Maccioni
L’uomo che verrà (2009), film di Giorgio Diritti presentato al Festival Internazionale del Film di Roma

Letter to Albert – Dialogo immaginario fra Einstein e Russel a proposito di Wittgenstein


[di Carlo Anibaldi – 2012]

Pembroke Lodge – September 27

Carissimo Albert, sono qui a complimentarmi per il meritatissimo premio. Com’era il tempo a Stoccolma? I tuoi studi hanno finalmente avuto il massimo riconoscimento internazionale. Io passo le mie giornate a battibeccare con l’amico Ludwig Wittgenstein, Witty…ricordi? Un lungo epistolario fra noi insomma, che tende a convincerlo – solo tu mi puoi capire – che il fatto di essere noi matematici, non esclude, anzi, presagisce al fatto che un giorno saremo filosofi e chissà cos’altro. Tutto cominciò nei locali della lavanderia condominiale, dove ingannavamo il tempo dell’attesa del lavaggio studiando la giusta introduzione che avrei dovuto dare all’immininte pubblicazione del suo Principia Mathematica…quando volli ad ogni costo metterlo a parte della mia scoperta. Mi riferisco ad un trucco grazie al quale con una moneta da mezzo scellino avrebbe potuto far compiere alla macchina un doppio ciclo…come a dire due cesti di biancheria al costo di uno. Una intuizione che mi rende fiero, tuttavia Witty non la prese bene, adducendo argomenti tendenti a dimostrare la capziosità della mia scoperta e dunque l’intrinseca pericolosità. Andai su tutte le furie e tutt’oggi, che non frequentiamo più i locali della lavanderia nelle ore notturne per non disturbare i condomini con le nostre accese discussioni, la querelle continua con lunghe lettere che ci scambiamo settimanalmente. Poi mi dirai cosa ne pensi tu Albert, ma io resto convinto che il risparmio di mezzo scellino ogni due cesti di biancheria sia oggettivamente un progresso, come lo fu l’invenzione del cuscinetto a sfere, che consentì alle carrozze di ottenere la stessa velocità con un cavallo anzichè due al tiro. C’è poi la questione che due cavalli cacano il doppio di uno e dunque le strade sono oggi meno una colata di merda che un tempo. Detto questo, ho avvertito Ludwig con queste parole: sarai pure un gran matematico, ma non sarai ricordato da nessuno fuori da questa Università, poichè non comprendere che due cesti di biancheria è meglio di uno e che un chilo di merda di cavallo è meglio di due, è segno di ottusità a metterla sull’etica ‘sta cosa. A questo punto ti starai chiedendo perchè ti riferisca questi fatti, ebbene la risposta sta tutta nella risposta che il Wittgenstein mi dette lasciandomi di sasso.  Senza girarci intorno e anzi guardandomi diritto negli occhi proferì queste parole:”Senti Bertrand… le tue teorie del mezzo scellino risparmiato con la frode sono perniciose, dillo anche al tuo amico Albert, appena tornato da Stoccolma con in tasca la Gloria, poichè tendono ad ammettere che seppure ci si dovesse un giorno fare una bomba con le vostre scoperte di matematica applicata, ebbene è ovvio che diventerete allora filosofi e perfino umanisti e alla fine riuscirete a strappare anche un grande Premio per la Pace, forse un altro Nobel, ma rimane il fatto, evidente ai miei occhi di matematico teorico, che la Pace l’avrete scientemente distrutta per poi passare il resto della vostra vita a giocherellare con le rovine. Troppo idiota inventare una bomba, ad esempio, e poi raccomandarsi di non usarla”.

Dunque Albert comprendi bene quanto le parole di Witty mi abbiano turbato. Costui non ha capito un cazzo oppure ha capito tutto? Fammi sapere che ne pensi.

Sinceri auguri e felicitazioni, tuo Bertrand

P.S. Fammi anche sapere se sei interessato al mio trucchetto …che anche con mezzo Deutsche Marc dovrebbe funzionare.

[Carlo Anibaldi – 2012]

ODIO FACEBOOK UN PO’…Parte terza


Alcuni devono cambiare casa a causa del loro Ego smisurato, ma in varia misura e con più o meno abili mascherature un Ego lo abbiamo tutti, altrimenti saremmo su un livello transpersonale tale che farebbe a pugni con l’iscrizione stessa ad un Social. Per sopravvivere pare che dobbiamo appellarci ad un universo consensuale…è il germe autolimitante del Social Network. Non vogliamo che sulla nostra bacheca scorazzino fascisti, conservatori, madonnari, mistici, autoritari, blasfemi, razzisti, omofobi, patrioti, qualunquisti, idioti…non vogliamo nemmeno che ci propongano giochi, quiz, sondaggi e nemmeno che ci inseriscano in Gruppi di condivisione che ci sono estranei…non vogliamo che ci vengano sottoposte baggianate tipo “firma qua per abolire il papa” o “firma qua per averla gratis”, che è la stessa cosa, scemenze. E allora…a forza di sfrondare si arriva in breve a quello che dicevamo di voler lasciar perdere, e cioè all’idealismo. Ci rendiamo conto che abbiamo un ideale di ‘frequentatore’ del nostro micromondo virtuale e questo ideale è il nostro clone. Tutto ciò avviene nonostante e a dispetto di dichiarazioni libertarie e di accoglienza. C’è chi si vanta di avere 4-5mila contatti e chi si vanta di averne 140, tra familiari, amici e compagni di scuola invecchiati, ma tutti tendono alla selezione per giungere a quell’universo consensuale che è quello che garantisce minor dispendio di energia e dunque paradossalmente il Social Network tende al suo contrario, a negare cioè la socializzazione come valore per giungere alla realizzazione di un ideale….un ideale di piattaforma costituita da affini e dunque ben individuabili soggetti. Ma per cosa tutto questo lavorio se non per ottenere il bene supremo? Quello per cui c’è gente che si è ammazzata di lavoro e altri che hanno rischiato anche la vita…chi è diventato ricco sfondato, chi s’è coperto di piaghe il corpo…chi mostra un’anima piangente e chi luminescente…chi vanta un petto pieno di medaglie e chi a petto nudo sfida soverchianti forze avverse. Quale il Bene Supremo per cui scartiamo in quantità industriale e diveniamo selettivi parossistici se non il desiderio…ma che dico desiderio…il bisogno infantile, direi neonatale, di attenzione?

LA RAGNATELA di Carlo Anibaldi


 Avete mai sentito parlare dell’Associazione Italiana dei Medici Zen? Oppure dell’Associazione Italiana dei Fisici Taoisti? O dei Filosofi Mormoni Italiani? No, certamente no!  Quello che abbiamo visto…noi e nostri nonni e bisnonni sone le associazioni cattoliche di ogni sorta, a coprire ogni ambito del libero pensiero per renderlo di parte.

 Non ci sono più i tribunali ecclesiastici e la Santa Inquisizione, nè il boia a Castel Sant’Angelo o il rogo in Campo dei Fiori. Quando i tempi sono cambiati a forza di cannonate piemontesi, la linea politica è diventata strategia…vincente. Abbiamo visto il proliferare di un associazionismo cattolico che in pratica avesse le stesse funzioni di precedenti istituzioni illiberali, ma senza averne l’aria.

 Dalla culla alla bara siamo seguiti passo passo da dictat circa il bene e il male, il buono e il non buono. Ma per questa operazione panculturale non poteva essere bastante il catechismo e la predica domenicale nelle chiese, ma una vera ragnatela che avvolgesse e collegasse ogni ambito, da quello educativo a quello professionale…da quello affettivo a quello artistico, perfino. Sono dunque proliferati asili di suore e salesiani di preti…colonie marine e montane per i giovani. E poi associazioni di medici cattolici, di scienziati cattolici, di filosofi, letterati, economisti e politici cattolici. I fondi a queste associazioni benemerite non sono mai mancati, mai sono stati soppressi o dichiarati fallimentari. Sono anzi spesso il centro vitale di quanto nella società funziona senza tentennamenti. Il successo arride da oltre un secolo a queste associazioni poichè sono le sentinelle della fede, gli avamposti di un pensiero unico che passa indenne attraverso guerre, crisi, rivoluzioni, controrivoluzioni e ogni sorta di catastrofe sociale, poichè sempre allineate coi potenti di turno.

 Per quanto con spunti paranoici, la cosa sarebbe comprensibile da un punto di vista dottrinale integralista ed  aggressivista…ma non è questo, non è nemmeno questo…le prove sono milioni, ma basta guardare a come migliaia di vedove sono state ‘convertite’ a lasciare alla chiesa i loro averi mobili e immobili…un tempo non lontano anche in modo coercitivo, basti guardare a Beatrice Cenci, il cui solo torto era di avere un patrimonio che facesse gola al papa e per questo fu assassinata. Oggi i metodi sono diversi, ma ugualmente la chiesa di Roma necessita di molti miliardi ogni anno. Soldi che…conti alla mano…servono a tenere in piedi la ragnatela descritta sopra e in minima parte, come fumo negli occhi, alla partecipazione in opere di misericordia. In quanto a queste ultime, bisogna anche dire che sulle elemosine ed i grandi elemosinieri, la chiesa ha costruito l’impero economico che conosciamo…Le opere missionarie all’estero sono le odierne crociate, a colpi di ospedali e collegi per fanciulli, operano la conversione di quanto c’è ancora da convertire. Retaggio di un mondo antico che non è nemmeno invecchiato, nei consessi, concistori e nelle encicliche dei papi che si avvicendano con la stessa mission da secoli.

ARIA FRITTA! [parafrasando Bukowsky]


Cazzo! La vita qua corre via di gran carriera…qualcuno va dicendo cose strane…tipo ‘riprendiamoci i giocattoli’, torniamo a quando eravamo felici, che si invecchia meglio. Ma io son più felice oggi di allora, a dire il vero…mah…Altri invocano un maggiore impegno civile, che la comunione con gli altri fa bene….bah, mica li capisco tanto pure questi. La società è decadente, dicono…azz! Che mi metto domani…in questa società decadente?  Ahahahaha….Urge una riflessione và, sennò domani in ufficio…alla pausa caffè, ci faccio la figura dell’imbranato coi colleghi…Dunque com’era ‘sta cosa? Ah sì, siamo decadenti, stante che pensiamo solo ai cazzi nostri…mmmmh, embè, dove sta il problema? No, così non va…mi devo impegnare di più in ‘sta riflessione. Azz…che caldo oggi….Prendo il walkmann con ‘Roma Capoccia’, di Venditti, un pacchetto di sigarette, un caffè americano e vado in camera mia. Mi spoglio, tengo le mutande e mi sdraio sul letto. Era un gran casino. La gente si aggrappava ciecamente a tutto quello che trovava: pittura, scrittura, scultura, berlusconismo, antiberlusconismo, comunismo, leghismo, macrobiotica, zen, surf, ballo, ipnotismo, terapie di gruppo, orge, finisco di vivere in Costa Azzurra, ciclismo, fascismo, cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, solitudine, facebook, dieta vegetariana, anzi vegana, India, composizione, erbe aromatiche, direzione d’orchestra, fiori di Bach, campeggio, yoga, sesso estremo, domani mi iscrivo in palestra, affiliazione alle mafie, caciara, gioco d’azzardo, alcool, ozio, vado a vivere a Londra, gelato di yogurt, politica, Budda, Cristo, meditazione trascendentale, carriera, pedofilia, succo di carota, twitter, vestiti fatti a mano, viaggi aerei, New York City….. Azz…la gente fa un sacco di movimento e poi tutte queste cose sfumano e resta niente.

La gente deve trovare qualcosa da fare mentre aspetta di morire, gira a vuoto, un sacco di aria fritta. Sai che gli dico ai colleghi dell’ufficio alla pausa caffè? Che era bello avere una scelta e io l’avevo fatta da un pezzo, la mia scelta. Domani è lunedì e esce il Corriere dello Sport. Eccola qua la scelta. Alzo il volume e mi addormento. Gli italiani alla fine sapevano il fatto loro, azz se lo sapevano. Forza Roma!

(Carlo Anibaldi)

IL SIMBOLISMO JUNGHIANO (di Carlo Anibaldi)


Nel corso della sua lunga vita (1875 – 1961) Carl Gustav Jung ha esplorato molti ambiti riguardo l’animo umano ed i suoi segreti, ci ha lasciato infatti contributi che sono tutt’oggi riferimento fondamentale per chiunque voglia cimentarsi nello studio delle umane cose, particolarmente riguardo la psicologia del profondo, la filosofia e la storia dei Simboli dell’Umanità.

Si deve a Freud la fondamentale intuizione dell’esistenza di una zona del nostro immaginario che non è sottoposta alle regole della coscienza e che quindi sfugge alle categorie tipiche della mente quali il bene e il male, un prima e un dopo: l’Inconscio. In questo ambito, tipico del mondo dei Sogni, degli Istinti e delle Emozioni e dunque del cosiddetto “cervello arcaico”, non abbiamo un diretto controllo da parte della Coscienza, parte “alta” della psiche”, ci troviamo piuttosto nella condizione di subirne gli influssi. Gli studi di Freud conclusero che in questa zona inconscia della psiche confluiscono le esperienze, per lo più infantili, che in qualche modo la mente ha rifiutato e rifiuta in quanto percepite come dolorose e/o fonte di vergogna e non accettazione da parte di se stessi e degli altri. Tali contenuti, qualora irrisolti, cioè non portati alla luce della coscienza adulta, sono in grado di produrre quella sofferenza del mondo psichico individuale chiamata “nevrosi”, variamente espressa e comunque in grado di condizionare l’esistenza, se non altro per le enormi quantità di energia psichica imprigionata nei nuclei “infantili” delle nevrosi.

Quella appena descritta è, in sintesi, la definizione freudiana di Inconscio Personale e della possibilità che questo ha di interagire con l’individuo tramite la “nevrosi”. Jung allargò questo concetto, definendo un ambito che si aggiunge a quello e va oltre, trascendendo l’esperienza personale; chiamò questa zona inesplorata Inconscio Collettivo. L’Essere Umano, inteso come Specie, accumula, fin dalla notte dei tempi, esperienze che sono caratteristiche della specie e di nessun altro nel Creato. Tali Esperienze Fondamentali dell’Umanità sono, in questa concezione junghiana, strutturate nella psiche per diritto di specie, al pari dei processi filogenetici che la caratterizzano, come l’aver assunto la stazione eretta, l’aver modificato la dentatura, l’aver perso la pelliccia di pelo, ecc…

 I Simboli per Jung sono il linguaggio attraverso cui la mente si esprime, un linguaggio dunque molto antico che va inteso come nutrimento ed espressione della mente stessa e va a costituire l’essenza dell’Inconscio Collettivo, come lui stesso lo ha definito. Proverò a fare qualche esempio per rendere più chiaro il concetto espresso.

Alcune migliaia di anni or sono, ai quattro angoli del mondo, popolazioni lontanissime e certo non in contatto fra loro, tracciavano sulle rocce, sui monumenti funerari e sacri, sugli utensili, disegni di forma quadrata e/o circolare di aspetto e contenuto straordinariamente simile tra loro.

Il Simbolo della Croce è parecchio antecedente all’era cristiana, e lo ritroviamo nella simbologia sacra di civiltà lontanissime tra loro che nulla potevano avere in comune, se non qualche elemento psichico inconscio, appunto.

Figure mitiche come l’Eroe, il Guerriero, la Grande Madre, il Vecchio Saggio, il Fanciullo, il Demone, la Fata, le ritroviamo nelle culture delle più antiche e disparate civiltà del Pianeta. Questi miti sono figure archetipiche patrimonio dell’Umanità, vale a dire “contenitori” delle esperienze profonde dell’essere Umano inteso come specie e dunque dalla sua comparsa su questo mondo. La Mitologia Classica racconta infatti storie che ci sono “familiari”, come la leggenda di Edipo, quella di Demetra, di Venere o di Enea, che ritroviamo, pur con nomi e contesti diversi, nelle vicende  tramandate di antiche civiltà pellerossa, centroeuropee o asiatiche.

Gli eventi sincronici (premonizioni, veggenze) sono per Jung un’altra dimostrazione dell’Inconscio Collettivo. Le categorie spazio-tempo sono artifici della mente, la Fisica delle nano particelle ha infatti dimostrato che il prima e il dopo non sono valori assoluti, ma relativi all’osservatore che, a sua volta, è soggetto a più variabili. L’Inconscio è slegato da queste categorie “mentali” e allora accade che in particolari stati di abolizione della Coscienza (sogni, stati crepuscolari, trance, ecc…) ci si possa trovare in un “qui ed ora” che non ha inizio e fine, prima e dopo, al pari di un’immagine e allora ci si può parare davanti quello che chiamiamo “futuro”, ma che invero appartiene alla dimensione senza spazio e senza tempo che tutto comprende e che rappresenta l’Esperienza dell’Umanità, percepibile dall’Inconscio.

La conclusione cui giunge Jung è dunque che la psiche ha uno straordinario contenuto energetico connesso ai Simboli e, semplificando un importante postulato junghiano, si potrebbe dire che la vita di ognuno di noi è inconsciamente sospinta da un destino realizzativo che, a ben vedere, è già tracciato in un simbolo affondato nel nostro inconscio e che tendiamo a rappresentare nel corso della nostra vita. Guardando con questi occhi gli esseri umani che ci circondano, possiamo ben riconoscere tanti Edipo, tante Demetra e gli Eroi come El Cid o Giovanna D’Arco, i Demoni come Hitler e quelli votati al Male. Le tante Grandi Madri per antonomasia e i Vili, gli Avari, gli Eroi e i Puer di ogni epoca stanno lì a dirci che forse Jung ha intuito qualcosa di davvero grande che è la nostra stessa Essenza.

Carlo Anibaldi

 

LETTERA A ROBESPIERRE, L’INCORRUTTIBILE


[di Carlo Anibaldi]

Caro Maximilien, ti scrivo di ritorno da un mio recente viaggio a Londra, dove, strano a dirsi, il mio pensiero è corso fino a te. Stenterai a crederci, ma davanti al Parlamento inglese ho visto una statua di Oliver Cromwell, regicida (condannò a morte re Carlo I Stuart – 1649) ed anche golpista, diremmo oggi, poiché nel 1653 sciolse il parlamento e concentrò su di sé tutti i poteri (Lord Protettore del Commonwealth). Gli inglesi, si sa, sono liberi da sentimentalismi cattolici, sono pragmatici e hanno la giusta dose di onestà intellettuale che manca nei paesi latini, ciononostante la statua di Cromwell davanti al Parlamento, per di più di una nazione con ancora la monarchia, mi ha molto impressionato, poichè sancisce un principio non da poco: l’ideologia dominante in un dato momento storico non conta nulla al cospetto di valori universali. Ma ti rendi conto Maximilien che Cromwell sostenne in linea di principio quanto sostenesti tu in tema di rivoluzione politico-giuridica, ma senza alcuna attenzione al sociale, senza la tua volontà di estendere questi principi alle masse popolari, per sottrarle alla fame, alla miseria e all’ignoranza. Al contrario l’inglese soffocò nel sangue ogni anelito di uguaglianza e affrancamento delle masse. Non solo…Cromwell assoggettò le popolazioni cattoliche del nord Irlanda al potere dei protestanti, mentre tu ti battesti per l’abolizione della schiavitù nelle Colonie francesi. In definitiva Cromwell non aggiunse nulla al progresso civile e morale dell’umanità, ma la statua gliel’hanno fatta lostesso e davanti al Parlamento, poichè gettò le basi che fecero dell’Inghilterra la prima potenza marittima, commerciale e militare.

Tu Maximilien sei rimasto vittima del tentativo di cancellare ogni aspetto positivo del tuo passaggio nella Storia, nonostante sei l’uomo che ha ideato la Carta dei Diritti dell’Uomo, ispirando la costituenda Unione degli Stati Uniti d’America e che è alla base di ogni Magna Carta scritta dopo di te. Ti accusano di aver istituito il Terrore, quando in realtà ti circondasti di collaboratori sanguinari, più realisti del Re, diremmo oggi. Ti sei meritato l’aggettivo di Incorruttibile e per questo, solo per questo, fosti trascinato nella polvere e nel tuo stesso sangue.

Ti ho scritto, Maximilien, per restituirti un po’ del maltolto, per rassicurarti del fatto che è solo per paura delle tue idee davvero rivoluzionarie che non te l’hanno fatta la statua davanti al Parlamento e non perchè il mondo moderno deve più a Cromwell che a te…ma questo tu lo sai bene. Volevo solo ricordarlo a coloro che da un po’ di tempo in qua, in modo non casuale, vorrebbero tanto che tu, Maximilien Robespierre, fossi dimenticato.

[Carlo Anibaldi – 2012]

DOVE SONO I FOTTUTI SOLDI?


Ero alla bancarotta, il governo era alla bancarotta, il mondo era alla bancarotta. Ma chi cazzo li aveva, i fottuti soldi?” – Charles Bukowski

 

I personaggi che oggi governano questo Paese, non eletti, rappresentano solo se stessi e tutto il loro background e forma pensiero. Dunque per costoro, come le ‘manovre’ e le vistose azioni ed omissioni mostrano, non siamo cittadini, soggetti ‘politici’ e sociali, ma Utenti/Clienti…divisi in categorie tipiche, Buoni Pagatori, Cattivi Pagatori, Clienti Privilegiati, Clienti Ordinari e Insolventi. Le operazioni (bancarie) di un tale governo sono allora il rastrellamento di liquidità, calcolare Utili e Dividendi, Recupero Crediti. Come è noto, alle banche puoi ‘solare’ milioni, ma non certo 5 Euro, dipende da che tipo di Cliente sei e noi, stipendiati, disoccupati, sottooccupati, pensionati, non siamo nulla…a noi ci toglieranno tutto il possibile perchè siamo tanti e alla fine possiamo solo fare rumore e basta poichè le leggi non sono per noi ma per gli interessi delle lobby…che sono ben rappresentate in Parlamento e invece la gente comune non la rappresenta nessuno in questa Nazione indecente….dove i massimi rappresentanti vanno negli spogliatoi a congratularsi con giovani miliardari in attenzione alla Finanza e solo per aver tirato qualche calcio ad un pallone senza manco entusiasmare nessuno. Ci restituiranno briciole per far parlare i telegiornali, ma tutto ciò che funzionava male prima funzionerà peggio, dunque, in definitiva pagheremo di più per avere meno del risibile che avevamo prima, se lo mettiamo a confronto di quanto hanno in Germania, Inghilterra e Francia con tassazioni inferiori e stipendi superiori. Ci viene detto che non ci sono soldi per queste cose della gente comune e che col nostro astronomico debito pubblico questo alla fine ci meritiamo….ma con le mafie con fatturati che valgono finanziarie grazie agli appalti pubblici e il livello di corruzione da 60 miliardi che abbiamo, sappiamo bene come si è formato il debito pubblico negli anni, non ci raccontassero frottole e smettessero di raccomandare di non ‘disturbare’ il manovratore della ‘salvaitalia’. Chi ha solo vissuto, lavorato, tirato su una famiglia, mandato i figli a scuola e pagato il mutuo con interessi, non l’ha formato il debito pubblico, certamente no, ma ora questo governo di banchieri e tirapiedi degli stessi ci presenta il conto, a noi, ed è ingenuo sperare in operazioni di Giroconto…saranno solo le Banche e i Clienti Privilegiati a guadagnarci…esattamente come vediamo accadere ogni giorno nella banca sotto casa, dove ci fanno pagare anche il prelievo dei soldi nostri allo sportello. Ora ci dicono che dopo 37-40 anni di lavoro è da privilegiati andarsene a casa o ai giardinetti, da affamatori del sistema e delle generazioni future il volgersi altrove in serenità e dunque siamo trattenuti in servizio per tutti gli anni che c’è ancora salute, poi possiamo anche andarcene all’altro mondo e pure alla svelta. Io comincerei a presentare invece pacificamente il conto alla bella compagnia che faceva una opposizione da ridere ai precedenti governi e manco di facciata a questo governo dei garantiti contro la gente comune che nessuno li garantisce. In che modo? Non votando più nessuno che porti il loro nome e la loro faccia…altro che cambiare nome ai partiti….La crisi è crisi finanziaria, bolle, speculazioni, rapine di bande, mafiose e non, armate e no…non altro, non è una crisi dovuta al fatto che non circola danaro, non ancora. Le imprese e i lavoratori c’erano e ci sono, esattamente come in Germania, ma qua tutto ciò è calcolato niente, poichè in modo bipartisan i nostri ‘governanti’ hanno sempre evitato di legiferare per contrastare le speculazioni, gli arricchimenti illeciti, le evasioni fiscali, le sacche di privilegio ingiustificato e di furbizia. Hanno, tutti e ora più che mai, guardato al capitale e avallato, se non facilitato, ogni modo di accrescerlo, senza che nulla facesse loro rivoltare per lo sfregio al buon senso e alla giustizia sociale. Questi sedicenti uomini politici sono espressione di tante cose fuorchè i tuoi interessi, gentile lettore. Cosa aspetti a mandarli tutti a quel paese con operazioni forti? Ad esempio ritirando i pochi soldi rimasti dalla banca, smettere di votare persone che cercano il modo di ‘sfangarla’ e campare alla grande senza lavorare, acquistare solo prodotti locali, non usare le carte di debito e credito se non per prenotare un volo che vi porti lontano, boicottare le multinazionali poichè in maggioranza operano in modo non etico e solidale? Tanto per cominciare…poi si vedrà che altro c’è da fare. Dal mio punto di vista chiunque occupa una posizione istituzionale e allorchè c’è da tagliare e risparmiare comincia dal welfare e dalle pensioni e stipendi di gente comune, ebbene  è un usurpatore, un rappresentante di interessi altri e la gratitudine la cercasse allora altrove. Chi tenta di scoraggiarvi con lo spettro del ‘default’ merita una vostra domanda:” Il default di chi? Poichè il mio, e il tuo, è già avvenuto per il solo essere stati governati da sedicenti politici prima e da autentici nemici della gente ora“.

[Carlo Anibaldi – giugno 2012]

NO PASARAN!


Le persone che nonostante tutto rimangono sane, con equilibri sudati lungo percorsi spesso faticosi, diventano presto l’ossessione di coloro che non ce la fanno…accade sempre…nei posti di lavoro, nelle amicizie e ora anche sui Social Network. E’ una questione energetica…un vero furto di energia vitale. No pasararan!

  L’intelligenza emotiva non è equamente distribuita, come quasi nulla a questo mondo ed è, secondo alcuni psicologi, [un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. Wikipedia].

 C’è un esempio che vale per tutti…Ad una infinità di persone accade di avere una talmente scarsa conoscenza di se stessi e di come funzionano…che scambiano per sentimento positivo quello che è solo un transfert delle figure genitoriali su terzi malcapitati e vivono la loro vita saltando da un acting out all’altro…e allora parlano d’amore, di sentimenti profondi, di attaccamenti…si sbracciano una vita fra delusioni, abbandoni e gelosie come se piovessero…che gli uomini sono tutti idioti…che le donne sono tutte puttane…passano la vita intera ad asciugare le proprie lacrime, parlano di sofferenze patite e di ingiustizie senza pari….quando basterebbe un pizzico di umiltà e almeno, al 27esimo fallimento, accettare dei consigli…. da uno sconosciuto….e anche caramelle, da uno sconosciuto, che tanto il peggior nemico ce l’hanno dentro, non fuori….e darebbero finalmente pace al prossimo più prossimo.

[Carlo Anibaldi – Alias Carlos Jackal]

Eroi un cazzo!


Le piazze e le chiese sono piene di statue di assassini, spesso sanguinari. La differenza fra un monumento in piazza e 30 anni di galera è relativa al solo fatto che è davvero oggettivo: la Storia la scrive chi vince e generalmente scrive boiate. Ogni città e paese d’Italia ha un monumento a Vittorio Emanuele, ad esempio… quel Savoia che fu assassino di 60.000 borbonici massacrati nel campo di concentramento Sabaudo di Fenestrelle, e poi innumerevoli stupri contro donne e bambine, le esecuzioni sommarie, le confische arbitrarie, i furti delle risorse, il movimento partigiano del sud lo definirono ” brigantaggio”, costrinsero un intero popolo che non conosceva l’emigrazione ad abbandonare la loro terra a milioni, per le Americhe a seguito della depredazione.

[Carlo Anibaldi]

LE 10 REGOLE PER IL CONTROLLO SOCIALE di Noam Chomsky*


L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche.

1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…

7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

* Avram Noam Chomsky (Filadelfia, 7 dicembre 1928) è  un linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense. Professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology è riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo.

ESSERE ANARCHICO OGGI


Anarchismo non è sinonimo di ‘famo come ce pare’, questo è lo stravolgimento di un’idea, oltre che di un termine. Il pensiero anarchico è sintetizzabile nella bella idea che vuole che ognuno sia così partecipe del bene comune da potersi governare da solo senza pregiudicare l’altro. Nulla a che vedere con il comunismo o la democrazia rappresentativa, cui è sottesa l’idea che le masse siano incapaci di evolvere e dunque bisognose di essere ‘governate’, per lo più da persone bramose di potere e ricchezza personale.Il terzo millennio è iniziato con una crisi profonda dei modelli e quasi sempre ciò è avvenuto perchè le idee, alla fine, camminano sulle gambe dei peggiori. Lo diceva già Lenin un secolo fà. Dunque non le idee mancano, ma uomini giusti che vogliano occuparsi di politica, intesa come cura della cosa pubblica. E’ un ossimoro, mi rendo conto, del genere ‘mi sento vivo da morire’. Infatti gli uomini ‘giusti’ generalmente stanno alla larga dalla politica, che è l’arte del compromesso e talvolta della sopraffazione. Gli ideali anarchici sono utopici, ne convengo, ma non più di quelli della democrazia e del comunismo o del capitalismo. Alla base di tutto questo discorso c’è l’uomo e le sue possibilità evolutive. Dunque dobbiamo dare per scontato che le possibilità ci sono, perchè ci sono sempre state e ci hanno condotto fuori dalla barbarie e dalla legge della jungla. Sappiamo anche che la barbarie arde sotto la cenere ed è pronta a riprendere vigore ogni volta che gli uomini ‘giusti’ mollano.Dunque non si tratta di ripulire il mondo dai furbi, dagli ignoranti, dagli egoisti e dai sopraffattori (questa è davvero utopia, poichè i percorsi di crescita sono individuali, c’è chi evolve in un anno e chi non gli basta una vita intera), ma di far sentire queste persone come si sente un fumatore in un parco di Santa Monica: un didadattato, una persona fuori dal tempo, antica. In questa società occidentale i ‘disadattati’ sono invece al potere e radicano nelle menti deboli questi ideali da par loro e gli uomini ‘giusti’ si nascondono nel privato, poichè le minoranze sono perseguitate fino a che il mondo sta in mano ai cosiddetti ‘governanti’. Ecco, spostare questi equilibri, capovolgere il sentire comune è il mestiere dell’Utopia.Dal mio punto di vista è sbagliato perfino il concetto di ‘maggioranza’, alla base della democrazia. Un esempio paradossale per spiegarmi meglio. Secondo il principio di maggioranza gli handicappati dovrebbero strisciare su e giù per le scale e invece ha vinto il principio di minoranza, non puoi più costruire case e uffici con barriere architettoniche perchè non è vero che la maggioranza rappresenta sempre il meglio per tutti.I movimenti anarchici hanno frange che usano violenza, ritenuta commisurata alla violenza subita, perlopiù diretta alle cose e non alle persone, allo scopo di richiamare l’attenzione dei media. Su questo punto si può discutere all’infinito, ma alla fine non ne risulta sminuito il principio base: chi intende ‘governarci’, inevitabilmente ci pensa e ci tratta come bestiame, altrimenti non avrebbe scelto di guadagnarsi da vivere ‘governando’ i propri simili. Questo è uno dei principi da abbattere, filosoficamente parlando, come fu abbattuto quello della schiavitù, della segregazione razziale e del lavoro minorile per dar posto al diritto all’istruzione, al lavoro e al suffragio universale. Tutto ciò è costato lacrime e sangue lungo centinaia di anni, in quanto non accade mai che si salga da qualche parte prendendo strade in discesa. Ditelo forte ai milioni di cattocomunisti che asfissiano e incatenano, da destra e da sinistra, se così si può dire, questo Paese. La ‘globalizzazione’ non è, come i media tentano di farci credere, un fenomeno ineluttabile, ma il tentativo di riunire il potere in pochissime mani. Questa oligarchia, economica, finanziaria e politica, si propone di governare il mondo più di quanto stia già facendo. Tutti i movimenti e i partiti, ad esclusione di quello anarchico, portano acqua a quel mulino. Il futuro penso che sia nel pensiero anarchico, poichè sempre più persone non intendono vivere la propria vita all’interno di un gioco di ruolo, dove tutto è previsto, indirizzato, manipolato, finto. Cito il pensiero anarchico poiché è una delle poche forme mentis che ci slegano dal forte bisogno di essere servi o padroni o entrambi e dunque non liberi di considerare la nostra unicità e, alla fine, solitudine nell’universo.

Anarchia è sinonimo di Utopia esattamente come lo era la Democrazia al tempo di Cesare. Dunque nessuna utopia, ma un’alternativa, una possibilità. Il fatto che tale alternativa necessiti di una rivoluzione sociale è vero, ma non più di quanto furono necessari altri stravolgimenti sociali per l’affermarsi del capitalismo, del fascismo e del nazionalsocialismo. L’idea che gli anarchici siano dei comunisti rivoluzionari non è esatta, ma si è radicata per via del fatto che ovunque ci sia stato da menar le mani per abbattere il potere costituito, gli anarchici c’erano e sempre in prima fila. A cominciare dalla Rivoluzione russa, ma anche prima. In verità, gli anarchici semplicemente sanno che senza rivoluzione sociale qualunque cosa si faccia è un piacere allo statu quo, e allora si sono trovati spesso al fianco di movimenti rivoluzionari comunisti. Gli anarchici non fanno una questione di potere buono e potere cattivo, dunque non possono essere comunisti e statalisti. L’anarchia è anche altro… un modo di essere, una mentalità, un modo di vivere, un concetto e una visione differente della vita. E’ autonomia, rispetto, solidarietà, universalità, tolleranza, insomma… se la conosci t’innammori e dopo non potrai essere altro.

In vista e nella speranza di un sovvertimento sociale, gli anarchici sanno che opposte fazioni si contenderanno il potere. Per questa ragione la loro azione ‘prerivoluzionaria’ è rivolta a promuovere il rifiuto di ogni forma di potere dell’uomo sull’uomo, a convincere insomma le masse che non esiste la necessità di essere servi o padroni, poichè questo assunto è solo un’invenzione di menti astute e antiche come il mondo, non una legge di natura.

[Carlo Anibaldi alias Carlos]

IL MARE NEL BICCHIERE


Sono pochi quelli che pensano di infilare il mare nel bicchiere, eppure sono tantissimi che tracannano miriadi di informazioni ogni giorno. Le reazioni a questa indigestione di immagini e parole sono individuali…poichè ogni immagine ed ogni parola sollecita la nostra psiche fino alle emozioni…e ciascuno è sollecitato in maniera un po’ diversa. La TV ci bombarda con immagini che se son ‘normali’ manco le mandano in onda e tutti cercano di spaccare il video e le prime pagine dei giornali con parole “ad effetto”. Il risultato di questo diverso ritmo di sollecitazioni (solo 20 anni fa i ritmi erano assai diversi…anche per chi viveva in grandi città) va dall’alienazione all’inflazione psichica…passando per stadi che definiamo ‘normalità’. L’alienazione è madre dell’indifferenza e del cinismo e l’inflazione psichica è quando i contenuti strabordano il contenitore e praticamente si inizia a dare i numeri. Dunque la massa di informazioni può essere una minaccia agli equilibri di base e come tale si alzano delle difese di cui nemmeno ci rendiamo ben conto. Tutto sto cappello introduttivo per dire di certi commenti su FB e nei blog e forum che invitano a prendere tutto con maggiore ‘leggerezza’…altri che gridano al pessimismo imperante…altri che consigliano di ‘scopare di più e pensare di meno’…un classico…Infine coloro che tentano di ‘smontare’ ogni approfondimento con la tesi del ‘complottismo’. Ecco…io li capisco tutti questi amici spaventati da contenuti che superano il contenitore…neanche la marijuana è per tutti…e faccio il tifo per la conservazione dei loro equilibri, ma per favore…non passiamo alle offese…parliamone!

[Carlo Anibaldi – Maggio 2012]

 

Non vestivamo alla marinara (di Carlo Anibaldi)


I miei ricordi marchigiani sono pallidi e assai confusi, direi inesistenti e allora posso dire che sono nato all’età di circa tre anni, a Bologna, ma con origini decisamente marchigiane.

Nei primi anni cinquanta Bologna era una città fiera, orgogliosa del suo recente passato, per non essersi mai piegata fino in fondo allo strapotere del nazifascismo e per l’alto tributo alle lotte per la Liberazione. Da quegli anni e per il trentennio a seguire, fu il ‘laboratorio’ del Comunismo al governo in Italia; un Comunismo dalla faccia ‘buona’, nient’affatto stalinista come oltre ‘cortina’, con risorse e progresso sociale per ogni classe di cittadini, siano essi contadini, operai, commercianti, impiegati, artigiani, professionisti o imprenditori. Studenti e casalinghe, ognuno aveva un posto di rispetto in questa città efficiente, ordinata, allegra ed accogliente. Mi considero fortunato per esser vissuto a Bologna in quel periodo, fino alla fine degli anni sessanta, un posto unico, un’isola nella Penisola.

Abitavamo subito fuori Porta Galliera, alla Bolognina, davanti alla grande chiesa del Sacro Cuore, con annessi complessi scolastici e Salesiani.  Io e mio fratello maggiore fummo subito iscritti al Gruppo scoutistico davanti casa, il glorioso Bologna VII°, dove per una decina di anni abbiamo compiuto la carriera che si addice agli assidui e agli entusiasti. L’A.S.C.I. (oggi A.G.E.S.C.I.) era un’associazione cattolica, come anche oggi, ma la nostra ‘indipendenza’ all’interno delle attività parrocchiali era davvero notevole, direi autogestita, come si addice ad una congrega di giovani ‘esploratori’. Le esplorazioni che imparavamo a fare non erano solo quelle del territorio (topografia, astronomia, sopravvivenza e campeggio), ma, direi soprattutto, erano curate in modo particolare le esplorazioni dell’animo umano, e dunque imparavamo di amicizia, solidarietà, lealtà, tolleranza e convivenza. A soli sette anni avevo già imparato, ad esempio, che l’uso della forza coi deboli e della condiscendenza con i forti era cosa abominevole, molto più riprovevole che infilarsi le dita nel naso. E molte altre cose che spesso i genitori non hanno tempo e cultura per insegnare ai figli.

A quel tempo avere uno o più figli in collegi cattolici era un simbolo di status sociale e mio padre, che è sempre stato un po’ affetto da deliri di grandezza, ci iscrisse al più blasonato dei collegi di Bologna in quel tempo e forse anche di oggi, il San Luigi, in Via D’Azeglio, gestito da secoli dai Padri Barnabiti. Fino quasi al nostro trasferimento a Roma, alla fine degli anni sessanta, frequentammo questo istituto, molto serio, dove gli insegnamenti barnabitici e scolastici erano indissolubilmente legati e scanditi da attività quotidiane da vero Seminario; dove l’ora di religione era la più temuta e dove l’insegnante di Matematica era un anziano  barnabita dalla faccia di pietra.  I miei ricordi degli anni del San Luigi non sono sereni, anzi, le foto di rito degli anni scolastici stanno lì a raccontare il contrario, ma a posteriori devo dire che forse devo qualcosa di importante ai Preti Barnabiti, una specie di imprinting di non facile definizione….e non facile nemmeno a scrollarsi di dosso quando, più avanti, si comprende che solo i valori laici consentono di vivere in maniera cosciente.

In definitiva ed a posteriori, posso dire che per me e mio fratello, gli anni bolognesi della formazione, insieme all’associazione scoutistica e al San Luigi, sono alla base della nostra impossibilità ad essere dei veri bastardi, ‘qualità’ che sarebbe invece stata indispensabile per farsi largo in un posto come l’Italia.  Siamo infatti solo onesti e ingenuamente convinti che solo il lavoro ben fatto possa darci tutto quanto ci serva nella vita, compresa la dignità.

Quegli anni del boom italiano videro la mia famiglia impegnata in nuovi progetti: mia sorella sposò il suo principale e mio padre allargò le sue ambizioni imprenditoriali di commerciante di carni da macello. Negli anni a venire fu chiaro che entrambi i progetti erano destinati a fallire. Negli anni a venire fu soprattutto chiaro che il boom di quegli anni fu per pochi, ma allora il presente era ‘promettente’ e se è sensato dire che ogni famiglia ha il suo momento magico, quello con le luci accese, ebbene per la mia famiglia d’origine questo è collocato fra il ’55 e il ’65.  Visto attraverso gli occhi di un bambino piuttosto introverso intorno ai dieci anni, il mondo appariva un buon posto dove stare; la fantasia assai fervida mi spingeva ad immaginare mondi lontani e situazioni avventurose. Io correvo sempre, con la mente e con il corpo, tanto da distruggere quantità industriali di scarpe, magliette e pantaloncini, ma intorno a me il mondo girava piano, rassicurante, indolente. Non succedeva mai che costruissero un supermercato nel campetto da pallone o che a qualcuno fosse usata violenza. I pomeriggi erano lunghi e le estati non finivano mai. Nonna mi preparava le merende e mamma mi ricuciva i pantaloncini. Nei rari momenti di quiete motoria leggevo Zanna Bianca, I Ragazzi della Via Pal o Il Visconte di Bragelonne. C’era musica alla radio e per tutta una sera la musica fu assai seria perché era morto il “Papa buono”. Fu forse la prima volta che vidi mia madre con una lacrima sul viso, ma ne seguirono altre.

Mum & Dad

In quegli anni ero certo che la morte fosse una cosa triste e inevitabile che riguardasse i parenti vecchi. A 10 anni i parenti sono sempre un po’ vecchi. Fra i compagni di giochi, i fratelli e il resto del mondo non c’erano così tante sfumature: noi e i vecchi. La morte di mio nonno materno mi impressionò molto perché mi costrinse a soffermarmi sul significato di alcune parole che la domenica in Chiesa ripetevo distrattamente a memoria da sempre: eternità, vita, morte, peccato, pentimento, colpa, resurrezione della carne (e qui ci coglievo dei nessi col commercio di mio padre), paradiso, inferno, purgatorio, preghiera. Ora vedevo mamma buttata sul lettone a piangere e il prete che la consolava e rassicurava facendo grande uso di quelle parole. Le mie deduzioni in quella triste circostanza portarono altre certezze: i preti in chiesa sono i padroni della morte e della vita, del paradiso e dell’inferno, del riso e del pianto di mamma. Sono dunque persone importanti con cui non bisogna scherzare troppo e men che meno contraddire.  Mio padre era nato nel bel mezzo della prima guerra mondiale e dunque la sua formazione e le sue idee, fortemente risentivano della formazione e delle idee di genitori e nonni che erano cresciuti nella seconda metà dell’ottocento. Devo dunque perdonargli idee bizzarre come l’aver riservato ai figli maschi il ciclo completo di studi e parecchie altre che solo il tempo ha lavato dal rancore connesso alla incomprensione. Mia madre era una donna cui la guerra ha strappato i sogni di gioventù. E dunque questa Rossella O’Hara con le maniche rimboccate era la donna che distrattamente si occupava della crescita dei suoi figli. La sua rabbia e delusione era cosa così evidente agli occhi di un figlio attento, che mi fu per lungo tempo impossibile scrollarmi di dosso il mantello del Cavaliere Salvatore di donne inermi insultate dalla vita. Condizione questa che certamente influenzò le mie prime scelte amorose. Ha fatto tutto quanto la sua indole le ha consentito di fare e allora non ho nulla da rimproverarle.

Gli anni cinquanta volgevano al termine e allora basta col ghiaccio da portare in casa per conservare i cibi, basta con la televisione al bar il sabato sera, basta biciclette e lambrette. Basta latte sfuso e spaghetti a etti. Avevamo come oramai tantissimi italiani un frigorifero, un apparecchio televisivo tutto per noi e l’automobilina Fiat per le gite fuori porta, e non dovevamo più invidiare un po’ lo zio che veniva di tanto in tanto con la sua Balilla dalle Marche a trovarci. Una delle prime sere che avevamo l’apparecchio telefonico in casa, mio padre lo usò in ora tarda per chiedere alle signorine dei telefoni chi aveva vinto il Festival di San Remo: Tony Dallara e Renato Rascel con Romantica, era il 1960.

Alla fine degli anni cinquanta l’affitto di casa incideva per 1/6 dello stipendio e potevi acquistare uno scooter con meno della metà della paga di un operaio e allora furono in molti a pensare che risparmiando sulle spese voluttuarie, che del resto erano ancora assai lontane dalla mentalità comune, si potevano accantonare abbastanza soldi per acquistare un appartamento. E così fu per milioni di italiani che guardavano fiduciosi al futuro.

In quegli anni, sui muri dei magazzini di periferia dove andavamo a giocare, c’erano grandi scritte nere su fondo bianco che non capivamo, in particolare una che ammoniva: “La stasi debilita, l’azione rinfranca”, figuriamoci, non stavamo mai fermi un momento! E quell’altra: “Vincere e Vinceremo”, tutte sempre firmate con una M corsivo maiuscolo. Eravamo figli di ferrovieri, piccoli commercianti, impiegati e operai, tanti operai e decisamente non vestivamo alla marinara. Molti di noi avevano indosso pantaloncini e magliette dei fratelli maggiori e poi ogni venerdì veniva il mercato americano e la mamma ci comperava strane camicie con i bottoncini sul colletto, sempre troppo grandi, buone anche per gli anni a venire. Il Caffè sotto casa aveva una saletta al piano superiore con un grande televisore e ogni sabato sera eravamo tutti lì a vedere il Musichiere, ma avremmo visto qualsiasi cosa, purché fosse venuta da quella scatola magica. La domenica mattina era sempre un po’ speciale: c’erano le attività parrocchiali, che per noi bambini avevano il significato di rendere ufficiale la nostra attitudine a giocare, sudare e sporcarci. E poi il passaggio con papà alla pasticceria per i bignè, talvolta rovinato da una precedente fermata dal barbiere, che ci faceva sfumature incredibilmente alte, così duravano di più.

Gli anni della scuola non erano facili per noi: grembiulini neri, inverni lunghi, macchie d’inchiostro sulle dita, tanti compiti a casa e tante lacrime. Per i nostri genitori la scuola era la sola possibilità di offrirci un futuro migliore del loro presente, e allora niente sconti, serietà e senso del dovere erano le parole d’ordine, insomma una specie di “missione di famiglia” e allora per essere asini ci voleva davvero un fegato grosso così. Infatti a quel tempo gli asinelli si potevano contare sulla punta delle dita di una mano.

Forse non eravamo proprio felici, ma nessuno ci aveva mai detto che la felicità fosse cosa di questo mondo, del nostro mondo e dunque come si fa ad essere davvero infelici se non la conosci, la felicità?

Carlo Anibaldi

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