Il popolo di Pasquino (di Carlo Anibaldi)


Ogni volta che muore un grande autore TV in Italia, se ne tessono le lodi, meritate, per la sagace ironia che ci ha allietato ed arricchito lungo generazioni. Si dice, a ragione, che gli italiani hanno il gusto dell’ironia ed in varia misura tutti ne sono forniti, fino a formulare massime di vita come “L’ironia salverà il mondo” o “Una risata li seppellirà”.

Guardando il fenomeno più da vicino osserviamo che quella dell’ironia è una caratteristica che hanno sviluppato di più e meglio quei popoli per secoli soggiogati da dominazioni straniere o da un potere temporale assoluto, dunque in particolare l’Italia, dove fino al 1870 in gran parte era sconosciuto quel Parlamento che in altri Paesi d’Europa e oltreoceano era da oltre due secoli un dato di fatto, seppure con diverse caratteristiche di potere effettivo.

Ecco allora che l’ironia, passata di bocca in bocca perlopiù in forma anonima, era il solo riscatto possibile del popolo, minuto derivante dal non avere voce e rappresentanza. In definitiva non si tratta di una qualità di quelle di cui essere troppo orgogliosi, somigliando piuttosto alla “rivolta del verme”.

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