24 Marzo 1976 – DESAPARECIDOS, CAPITOLO ATROCE DELLA STORIA


di Gianni Martinelli

Nelson Martín Cabello Pérez, Gustavo Alejandro Cabezas, Ary Cabrera Prates, Jorge Eliseo Cáceres, Edgar Claudio Cadima Torrez, Eduardo Alberto Cagnola, Ricardo Luis Cagnoni, Italo Américo Cali, Simón Campano, Horacio Raúl Campione, María Silvia Campos, Luis Canfaila, José Antonio Cano, Alberto Canovas Estape, Carlos Hugo Capitman, Julio Cesar Carboni, Alvaro Cardenas, Daniel Hugo Carignano, Laura Estela Carlotto….

I pochi nomi sopra citati dovrebbero al contrario essere circa 30.000 perché questo è il costo in vite umane dell’immane tragedia dei desaparecidos in Argentina. Ma alla Casa Rosada, il palazzo  del potere argentino, alla sparizione di 30.000 persone si devono aggiungere altre cifre agghiaccianti come l’appropriazione di più di 500 figli di scomparsi, la detenzione di migliaia di attivisti politici e l’esilio di oltre 2 milioni di persone. Nomi e cifre identificano l’orrore del genocidio subito da un’intera generazione di civili argentini negli anni tra il 1976 e il 1983. Ricordiamo questo orrore perchè compito dello storico è quello di contrastare le attualissime spinte al revisionismo che cercano di nascondere e a volte addirittura di negare quello che in realtà è avvenuto. La portata di questa immane tragedia deve invece emergere in tutta la sua violenza e veridicità per essere anche un monito affinchè simili genocidi non si verifichino mai piu’ in nessun luogo. Come scrive Marco Bechis, regista di “Garage Olimpo” e “Hijos”: “la memoria è la capacità di ricordare il passato e riconoscere nel presente tutte le situazioni che gli assomigliano. Quindi serve ad agire oggi e non deve essere solo qualcosa che funziona con 50 anni di ritardo. La memoria è l’unico strumento che può impedire il ripetersi di errori”. La storia dell’Argentina sarà per sempre macchiata dal sangue dei desaparecidos e “Nunca Mas” (Mai più) è il grido che risuona ed esplode da tutte le associazioni mondiali di tutela dei diritti umani e, più in generale, dagli “ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile” (come cantava Fabrizio De Andrè nella sua “Domenica delle salme”).

La Storia. Per comprendere appieno la tragedia dei desaparecidos dobbiamo inserirla nel contesto storico che l’ha generata. La nostra analisi non può che partire dunque dalla data del 1 luglio 1974 giorno della morte di Juan Domingo Peron, leader incontrastato della scena politica argentina fin dagli anni 40. Peron venne eletto presidente per la prima volta nel 1946, ed emblematica è la sua rielezione nel 1973 sull’onda di oceaniche manifestazioni popolari, alla veneranda età di 78 anni. Dopo la sua morte diventa presidente dell’Argentina la sua terza moglie Isabel Perón ma nello sgomento generale e in un clima di smobilitazione prende sempre più piede la figura di López Rega, che crea uno stato di polizia, inaugurando la fase del terrorismo con la formazione dell’Alleanza Anticomunista Argentina (detta Triple A). Nascono bande e organizzazioni paramilitari al servizio del potere politico con il fine di eseguire omicidi e sequestri degli oppositori al regime. In un clima di sempre maggiore incertezza economica e politica i militari decidono di assumere direttamente il potere rovesciando il governo di Isabelita Perón. E’ il 24 marzo del 1976 e ha inizio in Argentina la dittatura militare con il terribile triumvirato Massera (comandante della Marina), Agosti (comandante dell’Aeronautica) e Videla (comandante dell’esercito e presidente di fatto). Con il pretesto di effettuare un processo di riorganizzazione nazionale instaurano il terrorismo di Stato su grande scala. Dichiarano lo stato di assedio abrogando i diritti costituzionali, sospendono le attività politiche e di associazione e chiudono e sequestrano sindacati e giornali. Per ottenere qualsiasi tipo di informazioni su veri o presunti nemici del regime viene istituzionalizzata la pratica della tortura, praticata in centri clandestini di detenzione nei quali vengono incarcerati i detenuti illegali. Il clima di terrore e paura tra la popolazione viene così accentuato dalle prime sparizioni di persone: è l’inizio del dramma dei desaparecidos. I militari rimangono al potere fino al 1983 e il motivo della loro caduta va ricercato principalmente nell’insensata azione di guerra promossa nel 1982 dall’allora presidente Galtieri. Questi facendosi paladino della realizzazione delle tematiche nazionaliste tanto care ai militari decide di occupare le isole “Malvinas” (Falkland), da 150 anni nelle mani degli Inglesi. Il risultato dell’operazione bellica è disastroso; le truppe argentine sono inesperte, mal equipaggiate e mal alimentate, nascoste in trincee sotto il bombardamento delle superiori forze britanniche subiscono numerosissime perdite umane. Ed è proprio sull’onda di questo altissimo prezzo pagato che l’Argentina inizia il processo di transizione alla democrazia con la destituzione di Galtieri e la salita al potere di Bignone. In questa ultima fase la dittatura getta le basi per il suo epilogo: i militari particolarmente preoccupati per le possibili conseguenze dei loro atti eliminano gli archivi della repressione clandestina e decretano un autoindulto che li esonera dalla responsabilità per gli atti compiuti durante la dittatura. Nel 1983 i radicali portano alla presidenza Raúl Alfonsín. Il nuovo governo ristabilisce pienamente le libertà democratiche e le garanzie costituzionali tentando, ma riuscendovi solo in parte, di giudicare e condannare i colpevoli dei massacri e delle torture.

Buenos Aires Horror Tour. Massimo Carlotto nel suo libro “Le irregolari” descrive un viaggio nei luoghi dell’olocausto argentino. Ne emerge una Buenos Aires segnata anche topograficamente dalla tragedia: ogni sua strada, ogni sua piazza, ogni suo angolo porta con sè i segni indelebili dell’orrore. Il lettore entra insieme all’autore nel pullman della memoria guidato da un reduce della tragedia, per ripercorre insieme a loro i luoghi della vergogna da non dimenticare: “Numero 5600 di Avenida Rivadavia… il ventinove giugno del 1978 lì dentro hanno sequestrato Jorge Alejandro Segarra” (…) “Numero 1444 di calle Andonaegui, qui viveva il ventiduenne Eugenio de Cristofaro… lo sequestrarono il 14 settembre de 1976″ Ma la tappa più terribile del Buenos Aires Horror Tour è forse quella dell’ESMA, la terribile Escuela de Mecanica de la Armada. Nei suoi locali la dittatura allestisce uno dei più terribili campi di concentramento nel quale vengono rinchiusi e torturati migliaia di desaparecidos. Si calcola che dentro la scuola morirono circa 5.000 persone. Per due anni, ogni mercoledì, dalla base militare dell’ESMA, aerei carichi di desaparecidos si levano in volo diretti verso l’oceano; migliaia di persone torturate e narcotizzate vengono lanciate in mare ancora vive. La verità sta lentamente emergendo anche grazie alle confessioni di Adolfo Scilingo, ex capitano della marina militare argentina che ha svolto servizio proprio all’ESMA. Ecco le terribili parole che rivela al giornalista Horacio Verbitsky: “Era qualcosa che doveva essere fatto. Non so cosa senta un boia quando deve uccidere… A nessuno piaceva farlo ma era gradevole… Era qualcosa di supremo che si faceva per il paese. Un atto supremo”. Questa breve testimonianza evidenzia il clima di follia e di terrore che regnava in quegli anni in Argentina. Un clima che fa sorgere spontanea una domanda: ma quanto è lungo questo horror tour? La risposta ce la fornisce lo stesso conducente del pullman: “Non ti basterebbero tutte le notti della tua vita. Buenos Aires non finisce mai”. Il 30 aprile 1977 per la prima volta 14 donne “ingenue, vecchie e molto addolorate” scendono nella Plaza de Mayo di Buenos Aires a chiedere ragione della sparizione dei loro figli; la polizia, chiamandole locas (pazze), tenta di sloggiarle intimando loro di “camminare”. Così, camminando attorno alla piazza, inizia la lunga marcia delle Madres dei desaparecidos davanti alla Casa Rosada, sede della presidenza argentina. Una marcia attorno all’obelisco simbolo di Buenos Aires con il capo coperto da un fazzoletto bianco e in mano le foto e le immagini dei cari scomparsi. Una marcia che non si arresta neanche di fronte alla dura repressione militare che uccide Azucena Villaflor, la fondatrice del movimento. Le Madri non si danno per vinte e ogni giovedì scendono sempre in piazza noncuranti delle manganellate e degli arresti della polizia che cerca ogni volta di disperderle invocando le norme sullo stato d’assedio che proibiscono gli assembramenti non autorizzati. A chi chiede di accettare la morte senza spiegazioni, le donne cominciano a chiedere “la ricomparsa in vita”. A chi propone di ricercare le tombe, esse rispondono: “Nessuna tomba può contenere un rivoluzionario”. Leader del movimento diventa Hebe de Bonafini che così commenta: “Non vogliamo la lista dei morti, vogliamo i nomi degli assassini. Non vogliamo l’oblìo, perché vogliamo che ciò che è avvenuto non si ripeta mai più. Non dimenticheremo, non perdoneremo. Un corteo di figli di desaparecidos

A noi non interessa che i desaparecidos siano ricordati e le madri stimate. Vogliamo che i nostri figli siano imitati. ” Ma le madri non sono sole. Il 5 agosto 1978, giorno dedicato all’infanzia, due giornali pubblicano un appello. E’ quello delle Abuelas (Nonne) di Piazza de Mayo, ed è rivolto alle “coscienze e ai cuori delle persone che detengono i nipotini scomparsi, o li hanno adottati, o sanno dove trovarli”. Anche le nonne come le madri urlano con forza che i piccoli scomparsi dopo il golpe devono tornare alle famiglie legittime; è orribile che i bambini vengano cresciuti dalle stesse famiglie che hanno torturato e trucidato i loro genitori legittimi. Ma anche le nonne si scontrano contro il muro di gomma dei tribunali e dei militari che reagiscono ricordando che i loro figli erano degli “assassini” e quindi non hanno il diritto di allevare i propri nipoti perché li trasformerebbero ugualmente in criminali accaniti. Dal 1989 è Estela Carlotto la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo. Sua figlia Laura poco prima di venire uccisa le ha rivelato di avere partorito uno splendido bambino che avrebbe voluto chiamare Guido. Riportiamo di seguito alcuni passi della commovente lettera che Estela Carlotto ha inviato al nipote, mai conosciuto, al momento del suo diciottesimo compleanno: “Caro Guido, oggi che compi diciotto anni, voglio raccontarti cose che non sai ed esprimerti sentimenti che non conosci. I tuoi nonni appartengono a quella generazione che attribuisce a ogni data un valore speciale e particolare. La nascita di un nipote è una di queste date (…). Oggi stai festeggiando i tuoi diciotto anni sotto un altro nome, accanto a un uomo e una donna che non sono tuo padre e tua madre, ma i tuoi ladroni. Loro neppure immaginano che la tua mente custodisce le ninne nanne e le canzoncine che Laura ti sussurrava, sola nella prigione, mentre tu ti muovevi nel suo ventre. Un giorno ti sveglierai, scoprendo quanto tua mamma ti amò e come tutti noi ti vogliamo bene. (…). Ti sveglierai un giorno da questo incubo, nipote mio, e sarai libero. Con tanto amore, nonna Estela”. Ma anche i figli non dimenticano e si è infatti costituito il gruppo “Hijos” che riunisce molti di quei ragazzi che hanno da poco scoperto la loro vera identità. Attraverso esami del DNA e ricerche accurate e approfondite cercano di rintracciare fratelli e sorelle spariti, cercando di smascherare le famiglie di quei militari che hanno dei figli pur essendo le donne geneticamente sterili. Un bell’esempio di queste indagini ce lo fornisce Marco Bechis nel suo film “Hijos” nel quale una ragazza argentina cerca di rintracciare il presunto fratello rubato e affidato a una famiglia di militari.

Cinema e musica. Documenti angosciosi del nostro tempo, molti film e molte canzoni denunciano senza indulgenze le crudeltà della tragedia dei desaparecidos, dando voce e cassa di risonanza ad un grido di dolore che non può essere dimenticato. Nel campo cinematografico ricordiamo il bellissimo e drammatico film di Hector Olivera “La notte delle matite spezzate” (1986) che, ispirandosi a fatti e persone reali, descrive gli arresti, la segregazione e le torture subite da un gruppo di giovani studenti. I fatti si svolgono a La Plata e la notte degli arresti (settembre 1976) verrà appunto ricordata come la notte delle matite spezzate per ironizzare cinicamente sul corso di studi artistici che stavano seguendo questi ragazzi che mai verranno restituiti alle loro famiglie. L’unica loro colpa è stata quella di avere richiesto il tesserino liceale in modo da avere prezzi ragionevoli sul caro libri e sull’uso dei mezzi pubblici, ma per i militari è abbastanza per fare scattare la repressione. Il film descrive l’arresto e le torture subite in particolare da sette studenti; le scene girate in carcere sono crude e realistiche con la macchina da presa rasente a muri scrostati e umidi e carrellate continue lungo le sbarre che simbolicamente sembrano testimoniare come l’intera Argentina sia incarcerata. Continui sono gli zoom sui lucchetti delle celle che immobilizzano una generazione il cui unico movimento è ridotto alle voci sussurrate dei ragazzi che bisbigliano da una cella all’altra cercando di farsi coraggio e di non impazzire. Solo uno di loro, Pablo Diaz, uscirà vivo dall’esperienza, dopo aver scontato 4 anni con l’accusa di essere stato scoperto a distribuire volantini sovversivi, guarda caso proprio nel periodo in cui era già desaparecido… Probabilmente uno degli intenti del film è anche quello di tentare di dare una spiegazione della scelta caduta su Pablo: arrestato fuori dal gruppo e in una situazione successiva, per la logica poliziesca risulta defilato rispetto all’organizzazione e quindi non è pericoloso. “E’ stato deciso che tu viva, ti porteremo fuori di qui: a patto di dimenticare tutto quello che hai visto, tu non sei mai stato qui”: desapariciòn fisica, mentale, psicologica. Nella cinematografia italiana ricordiamo invece gli altrettanto struggenti ed emozionanti film di Marco Bechis “Garage Olimpo” (1999) e “Hijos” (2001).  [Adriana Varela – Con la frente marchita] In”Garage Olimpo” si racconta la storia di una ragazza, Maria, militante in un’organizzazione che si oppone al regime dittatoriale, Laura Carlotto, sparita nelle carceri della polizia politica argentina. Una mattina le milizie la rapiscono sotto gli occhi della madre per portarla in uno dei numerosi luoghi di tortura nascosti a Buenos Aires: il garage Olimpo. Qui subisce interrogatori, torture e violenze di ogni tipo fino al tragico epilogo. Il secondo film “Hijos/Figli” è la continuazione naturale di “Garage Olimpo”. È la storia dei figli dei desaparecidos, nati nei campi di concentramento e adottati illegalmente da famiglie di militari che non ne potevano avere. Quei bambini sono oggi uomini e donne che non sanno di essere figli di desaparecidos, non sanno che le persone con cui sono cresciuti sono state molto spesso le responsabili dirette della morte dei loro veri genitori. Il film racconta la storia di due gemelli Rosa e Javier che vengono separati alla nascita grazie alla levatrice che per salvare almeno la piccola è costretta a fingere di aver fatto nascere il solo maschietto che viene rubato da una coppia di militari in procinto di trasferirsi in Italia. Vent’anni dopo, da Buenos Aires, Rosa inizia a cercare il fratello e riesce tramite internet a contattarlo a Milano dove decide di incontrarlo. I due ragazzi inizieranno ora a scoprirsi tra le paure di una e le diffidenze dell’altro. Oltre al cinema anche la musica si è più volte ispirata al dramma dei desaparecidos e molti cantanti hanno tentato di rappresentare in musica e parole questa immane tragedia. Citiamo ad esempio Manu Chao e Sting tra gli interpreti stranieri con te le canzoni “Desaparecidos” e ” They dance alone” mentre in campo italiano ricordiamo i Nomadi con “Canzone per i desaparecidos” e Paola Turci con “Bambini”.

I mondiali del disonore. Nel 1978 fu disputata in Argentina l’edizione più drammatica e infame dei campionati mondiali di calcio. Nonostante i governi di mezzo mondo e le autorità del calcio fossero al corrente dei crimini tremendi che venivano commessi nell’Argentina sotto la dittatura militare, venne fatta la scelta vile di recarsi ugualmente a disputare quella che doveva essere una grande festa sportiva per il mondo intero. Disputare ugualmente quel torneo fu una grande occasione persa per emarginare un regime criminale e denunciare fatti di infinita gravità e si trasformò al contrario in un autentico regalo alla dittatura (e ai suoi protettori e padrini internazionali) che ebbero dal resto del mondo una sorta di riconoscimento formale del regime. Anche grazie alla vittoria annunciata della squadra argentina strafavorita da arbitraggi e inganni, i campionati del mondo vennero usati da Videla e Massera per distogliere l’attenzione di un popolo terrorizzato dalla tragica realtà e per cercare di dare al mondo intero una immagine di normalità. Ingenti furono i costi della manifestazione, il tutto “perché si diffondesse ai quattro venti il sorriso di un paese felice sotto la tutela dei militari” come riporta Eduardo Galeano. Ma contemporaneamente allo svolgersi del Mondiale continuavano i piani di sterminio delle alte cariche tanto che, proprio nel periodo della manifestazione calcistica, in Argentina la repressione toccò il suo culmine e con essa il numero dei rapimenti e degli assassinii. In pratica i boati del tifo argentino ai goal di Mario Kempes nascondevano il rumore degli aerei della morte che sorvolavano gli stadi trasportando i desaparecidos pronti per essere gettati ancora vivi in mare [Lockheed L-188 Electra e Short SC.7 Skyvan Usati per i Voli della Morte]. Ma le autorità non si curavano di questo e numerose furono le esternazioni di ringraziamento al regime militare. Il presidente della FIFA Havelange parlando davanti alle telecamere delle televisioni osservava: “Finalmente il mondo può vedere l’immagine vera dell’Argentina”. Henry Kissinger, ospite d’onore della manifestazione, dichiarava: “Questo paese ha un grande futuro, a tutti i livelli”. L’unico gesto dignitoso lo compirono i giocatori olandesi sconfitti in finale dai padroni di casa: al momento di ricevere il trofeo si rifiutarono di salutare i capi della dittatura.

Anibaldi Carlo e Simonetta Jaramillo hanno preparato un filmato per ricordare questo capitolo di storia.

Comments

  1. Sempre prezioso ciò che pubblichi.
    Grazie!

  2. Sabrino says:

    Ottima sintesi.
    Penso a tutti i sogni infranti, la gioventù e i suoi sorrisi, quei ragazzi scomparsi, per non aver fatto praticamente nulla: lo Stato è follia in atto o incipiente, negazione apriori della libertà, sempre.

  3. Sabrino says:

    Reblogged this on 0darshan.

    • Laura maria says:

      io scoppio a piangere ogni volta che mi sfiora il ricordo di questo avvenimento così atroce urta la mia sensibilità ma secondo te è sbagliato
      Fare quello che faccio io?

  4. come nasce una dittatura? mi sfugge…

    • Camilla, mi chiedi come nasce una dittatura. Negli ultimi 60 anni le dittature nascono grazie alla CIA, è evidente….prima non so…ma probabilmente quando un popolo pensa con la pancia più che col cervello, poi qualcuno ne approfitta.

  5. io ho vissuto quel periodo in Argentina… condivido pienamente quello che hai scritto. Grazie per la memoria!

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