Capitalismo Vs Liberismo


“L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone”. (don Lorenzo Milani)

Queste parole di don Milani, scritte fra gli anni ’50 e ’60 ci fanno ben intendere la differenza fra il capitalismo di allora e il liberismo di oggi. Il capitalismo, quello de “il tempo è denaro” per intenderci, quello de “se io mi strafogo tu mangi sennò crepi”, aveva regole economiche e santuari culturali, e allora, a seconda che lo si volesse combattere oppure perseguire per farne parte, la strada era segnata: o la lotta di classe da una parte, o l’emancipazione dall’altra, per saltare di classe. Il capitalismo fu una creazione inglese e nacque insieme alla seconda Rivoluzione Industriale ed ai sindacati. Il liberismo invece è di importazione americana, ne ricalca infatti l’impronta meno raffinata e di frontiera di un Paese che intende la ‘democrazia’ come cosa per uso interno e non sostanziale ed il patriottismo come nevrosi ossessiva, caratteristiche tipiche di una nazione che ha trascorso solo 18 anni su 245 dalla fondazione in completa pace. La caratteristica del liberismo è l’abbattimento delle regole (deregulation) che investe ogni ambito. Il lavoro non è necessario a creare ricchezza, i soldi si possono fare coi soldi e la compravendita di influenze. Nemmeno la cultura, che nell’era digitale è sostituita dall’informazione, ha importanza nella scalata sociale come lo era fino agli anni ’70. Le tradizioni e la religioni sono pastoie poichè zeppe di regole. Il credo liberista si fonda sul ‘successo’ in qualunque modo ottenuto. Ecco allora che i pilastri classici di ogni società, sia capitalista che socialista, quali l’onestà e la lealtà e la figura archetipica del “buon padre di famiglia”, diventano ostacoli al successo, unico Dio ed unico obbiettivo. Il liberista non ha tradizioni, non ha cultura, non ha religione, non ha ideali, non ha regole, non ha etica. Per noi che siamo nati e cresciuti fra gli anni ’50 e ’70 il liberismo ci appare un mostro con le gambe corte e le braccia lunghe, non deve infatti correre ma arraffare, ma per le nuove generazioni il successo, realizzato o più spesso solo immaginato, è tutto quanto c’è da considerare

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