27 Gennaio 1945 – La liberazione di Auschwitz raccontata dai soldati sovietici, testimoni oculari dei fatti


I prigionieri di Auschwitz furono liberati da quattro divisioni di fanteria dell’Armata Rossa. Nella prima linea offensiva avanzarono i soldati della 107esima divisione. Nell’ultima servì il maggiore Anatolij Shapiro, il cui corpo d’assalto è stato il primo a varcare la soglia di Auschwitz. Lui stesso ricorda: “Nella seconda metà della giornata siamo entrati nella zona della lager passando per i cancelli principali sui quali era affisso il motto avvolto con filo metallico:” Il lavoro rende liberi”. Accedere nelle baracche senza una benda per coprire la bocca e Il naso era impossibile. I letti a castello erano disseminati di cadaveri. Scheletri semivivi a volte emergevano da sotto i letti e giuravano di non essere ebrei. Nessuno osava credere ad una possibile liberazione. ” Il tenente generale Vasily Petrenko, comandante della 107a divisione di fanteria nel 1945, raggiunse il campo di concentramento subito dopo Shapiro. Nelle memorie “Prima e dopo Auschwitz” descrive ciò che ha visto: “I tedeschi il 18 gennaio hanno buttato fuori tutti quelli che potevano ancora camminare. Tutti gli altri, deboli, malati, li hanno lasciati. Alcuni degli altri che potevano ancora muoversi sono fuggiti quando il nostro esercito si è avvicinato al campo di concentramento. I nostri uomini hanno inviato i battaglioni medici della 108esima e 322esima e della mia divisione, la 107esima nell’area del del campo. I battaglioni medico e sanitario di queste tre divisioni furono distribuiti prontamente secondo l’ordine ricevuto. Anche il cibo fu organizzato dalle divisioni stesse. Furono inviate cucine da campo “. Anche il comandante del battaglione Vasili Gromadskij fu uno dei primi a entrare nel “lager della morte”: “C’erano cancelli chiusi, non ricordo se era l’ingresso principale o qualcos’altro. Ho ordinato di sfondare i lucchetti . Non c’era nessuno. Abbiamo camminato per circa duecento metri ei prigionieri sono corsi verso di noi, 300 persone con camicie a strisce . Siamo stati in allerta, sapevamo che i tedeschi si travestivano. Ma poi erano solo prigionieri. Hanno pianto, ci hanno abbracciato. Hanno raccontato come milioni di persone erano state annientate lì. Ricordo ancora quando ci hanno detto da Auschwitz avevano inviato 12 vagoni di sole carrozzine per bambini “. Il tenente maggiore della mitraglieri della 322a divisione di fanteria Ivan Martynushkin aveva 21 anni. Ricorda che fino all’ultimo momento non sapeva di essere stato incaricato di sgombrare il campo di concentramento. “Io e il mio reggimento ci siamo avvicinati all’ingresso quando era già buio, quindi non siamo entrati nell’area del campo di concentramento ma ci siamo posti in posizione di guardia ai suoi confini. Ricordo che lì faceva molto caldo, abbiamo anche pensato che il I tedeschi avevano costruito una casa calda e noi eravamo arrivati ​​subito a casa. Il giorno dopo iniziarono le pulizie. C’era un enorme villaggio, Bzezinka, con solide case di mattoni. Quando abbiamo iniziato a muoverci in quella direzione, ci hanno sparato da qualche edificio. Ci siamo nascosti a terra e abbiamo contattato il comando: abbiamo chiesto il consenso per colpire l’edificio con l’artiglieria, per abbatterlo, per poter continuare l’avanzata. Ma dall’altra parte ci hanno improvvisamente detto che l’artiglieria non poteva entrare in azione, perché quell’edificio era un lager e c’erano persone nel lager e quindi dovevamo evitare qualsiasi tipo di sparatoria. Solo allora ci siamo resi conto di che recinzione fosse “. Al seguito dei militari,i corrispondenti di guerra della 38a divisione Usher Margulis e Gennadij Savin entrarono nel campo di concentramento. Le loro testimonianze: “Siamo entrati nell’edificio in mattoni e sbirciato nelle stanze, le porte non erano chiuse. Nella prima stanza c’erano pile di vestiti per bambini: pantaloni, maglioni. Molti con macchie di sangue. In un’altra stanza c’erano scatole piene di corone ed impianti dentali d’oro. In un terzo, c’erano pile di capelli tagliati. Infine una donna (una prigioniera nel campo di concentramento ) ci ha portato in una stanza piena di lussuose borse da donna, abajour, carte, portamonete e altri oggetti in pelle. Ci ha detto: “tutto questo è fatto di pelle umana”. Dopo la liberazione per il controllo della città, viene eletto un nuovo comandante, Grigorij Elisavetinskij, che il 4 febbraio 1945 racconta in una lettera alla moglie: “Nel campo di concentramento ci sono molte baracche per bambini. Là hanno portato bambini ebrei di diverse età (gemelli). Su di loro, come sui conigli, hanno fatto diversi esperimenti. Ho visto come un ragazzo di 14 anni hanno iniettato cherosene per qualche scopo “scientifico”. Poi hanno tagliato un pezzo del suo corpo per inviarlo a un laboratorio a Berlino. Un altro pezzo del corpo è stato attaccato a lui. Ora il ragazzo è in ospedale tutto coperto di piaghe profonde e putrescenti. Per il lager, una ragazza carina e giovane va avanti e indietro. Sono stupito di quanto siano pazze queste persone. ” Nel frattempo, tra i liberati, quelli che sono riusciti a riprendersi e sono fuggiti hanno lasciato Auschwitz autonomamente. Il prigioniero № 74233 lo testimonia: “Il 5 febbraio ci siamo spostati verso Cracovia. Lungo il percorso, da una parte, si susseguivano gigantesche fabbriche, costruite da prigionieri morti da tempo a seguito dell’estenuante lavoro. Dall’altra, c’era un’altra grande lager. Siamo entrati e trovato dei malati, i quali proprio come noi, solo perché sono riusciti a sopravvivere, non erano partiti con i tedeschi il 18 gennaio. Da lì siamo proseguiti oltre. Per molto più tempo, lungo il nostro cammino, i cavi elettrici si sono srotolati sui pilastri di pietra così a noi noti, simboli di schiavitù e morte. Ci sembrava che non saremmo mai stati in grado di uscire dal campo. Finalmente lo abbiamo percorso completamente e abbiamo raggiunto il villaggio di Vlosenjushchô. Lì abbiamo trascorso la notte e il giorno successivo, il 6 febbraio , siamo andati oltre. Una macchina ci è venuta a prendere per strada e ci ha portati a Cracovia. Siamo liberi, ma ancora non possiamo godercela. Troppo è quello che abbiamo vissuto e troppe persone abbiamo perso “.

Capitalismo Vs Liberismo


“L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone”. (don Lorenzo Milani)

Queste parole di don Milani, scritte fra gli anni ’50 e ’60 ci fanno ben intendere la differenza fra il capitalismo di allora e il liberismo di oggi. Il capitalismo, quello de “il tempo è denaro” per intenderci, quello de “se io mi strafogo tu mangi sennò crepi”, aveva regole economiche e santuari culturali, e allora, a seconda che lo si volesse combattere oppure perseguire per farne parte, la strada era segnata: o la lotta di classe da una parte, o l’emancipazione dall’altra, per saltare di classe. Il capitalismo fu una creazione inglese e nacque insieme alla seconda Rivoluzione Industriale ed ai sindacati. Il liberismo invece è di importazione americana, ne ricalca infatti l’impronta meno raffinata e di frontiera di un Paese che intende la ‘democrazia’ come cosa per uso interno e non sostanziale ed il patriottismo come nevrosi ossessiva, caratteristiche tipiche di una nazione che ha trascorso solo 18 anni su 245 dalla fondazione in completa pace. La caratteristica del liberismo è l’abbattimento delle regole (deregulation) che investe ogni ambito. Il lavoro non è necessario a creare ricchezza, i soldi si possono fare coi soldi e la compravendita di influenze. Nemmeno la cultura, che nell’era digitale è sostituita dall’informazione, ha importanza nella scalata sociale come lo era fino agli anni ’70. Le tradizioni e la religioni sono pastoie poichè zeppe di regole. Il credo liberista si fonda sul ‘successo’ in qualunque modo ottenuto. Ecco allora che i pilastri classici di ogni società, sia capitalista che socialista, quali l’onestà e la lealtà e la figura archetipica del “buon padre di famiglia”, diventano ostacoli al successo, unico Dio ed unico obbiettivo. Il liberista non ha tradizioni, non ha cultura, non ha religione, non ha ideali, non ha regole, non ha etica. Per noi che siamo nati e cresciuti fra gli anni ’50 e ’70 il liberismo ci appare un mostro con le gambe corte e le braccia lunghe, non deve infatti correre ma arraffare, ma per le nuove generazioni il successo, realizzato o più spesso solo immaginato, è tutto quanto c’è da considerare

Meno Alighieri più Calamandrei


Il discorso completo ai giovani fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.
L’art.34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:
”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!
E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La
costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni
giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.
”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo
discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentisno alla politica.
E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.
Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.
Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di
offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, ”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.
Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.
Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle
montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono
impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

Paul Grüninger, un eroe poco conosciuto


Guardia svizzera frontaliere falsificò 3600 passaporti fra il ‘38 e il ‘39, salvando in questo modo altrettanti ebrei dell’Olocausto.
Paul Grüninger è uno degli eroi sconosciuti più stimolanti della seconda guerra mondiale. In qualità di comandante del confine svizzero, ha sfidato i suoi superiori e ha aiutato migliaia di rifugiati ebrei ad entrare nella Svizzera neutrale.
Ma il paese d’origine di Grüninger non lo ha celebrato come un eroe durante la sua vita. Invece, hanno punito le sue buone azioni ponendo fine alla sua carriera e etichettandolo come un criminale, il che ha reso quasi impossibile per Grüninger trovare lavoro.
Ma non si è mai pentito delle sue azioni. Guardando indietro, Grüninger ha riflettuto: “Si trattava fondamentalmente di salvare vite umane minacciate di morte. Come potrei quindi prendere seriamente in considerazione schemi e calcoli burocratici “.
Morì in povertà nel 1972, sconosciuto ai più, ma mai dimenticato dai 3.600 ebrei cui salvò la vita.

Simone Segouin, partigiana


Ieri e Oggi

A fronte dei tanti indifferenti, dei delatori e dei collaborazionisti fascisti, anche in Francia come in Italia si contano parecchi piccoli grandi eroi che istintivamente giudicarono inaccettabile avere tedeschi in armi padroni a casa propria.Una di questi è stata Simone Segouin, per lo più conosciuta con il suo nome in codice, Nicole Minet, aveva solo 18 anni quando i tedeschi invasero la Francia. Il suo primo atto di ribellione fu quello di rubare una bicicletta a un’amministrazione militare tedesca, e di tagliare le gomme di tutte le auto e moto in modo che non potessero inseguirla. Ha trovato un gruppo della Resistenza e si è unita alla lotta, utilizzando la bici rubata per portare messaggi tra gruppi di Resistenza.

Imparava molto velocemente ed è diventata rapidamente un’esperta di tattiche ed esplosivi. Ha guidato squadre di combattenti della Resistenza per catturare truppe tedesche, mettere trappole e sabotare l’equipaggiamento tedesco. Man mano che la guerra continuava, le sue gesta si svilupparono fino a far deragliare i treni tedeschi, bloccando le strade, facendo saltare i ponti e contribuendo a creare un percorso libero per aiutare le forze alleate a riprendere la Francia dall’interno. Non è mai stata beccata.Segouin era presente alla liberazione di Chartres il 23 agosto 1944, e poi alla liberazione di Parigi due giorni dopo. È stata promossa tenente e ha avute assegnate diverse medaglie, tra cui la Croix de Guerre. Dopo la guerra, ha studiato medicina ed è diventata infermiera pediatrica. Continua ad andare forte e questo ottobre 2021 compirà 96 anni.

PERCHE’ IL BUFALO SOFFRE MENTRE MUORE?


di Carlo Anibaldi

Cerco di rispondere a coloro che affermano che la Natura è imperfetta, visto che ci fa vivere, invecchiare e morire spesso con sofferenza, del corpo e/o della mente.
Per chi non avesse familiarità con le teorie darwiniane circa l’evoluzione, è utile pensare al bufalo, che muore fra indicibili sofferenze. Il leone lo sa che per uccidere una gazzella è sufficiente una stretta forte sul collo, e sa anche che il bufalo è grande e forte e solo una schioppettata lo può uccidere, e dunque se lo mangia vivo intanto che altri lo immobilizzano. Questo fatto crudele ci fa capire che la Natura non ha interesse alla sofferenza ma solo alla sopravvivenza della specie. L’ “intelligenza” della Natura ha questo solo fine: far crescere il bufalo forte affinché possa procreare, poi se ne disinteressa. E’ lo stesso principio per cui non ha provvisto la coda del leone di campanelli per avvisare le prede, poichè l’interesse della Natura è che il leone si nutra a sufficienza per procreare.
Per quanto riguarda l’essere umano la questione non è diversa, una volta che ha procreato la Natura se ne disinteressa, poichè la sua sofferenza o il suo benessere e pure una “buona morte” non riguarda la sopravvivenza della specie.
Ogni altra osservazione riguarda la filosofia, l’etica e la religione, tutte questioni verso cui la Natura è indifferente.

MA QUALE VOLTAIRE!


“Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”.

Cominciamo col chiarire che questa famosa frase NON è di Voltaire, ma della scrittrice Evelyn Beatrice Hall, che la utilizzò nel suo libro ‘The Friends of Voltaire’ del 1906 e che fino alla morte la rivendicò come sua.

Al di là di questo aneddoto meglio aggiungere che questa frase è stata nel tempo usata come foglia di fico per ogni aspirante alla notorietà attraverso la “bastiancontrarietà”, che per alcuni è una professione. Il significato reale di questo bell’insieme di parole, è divenuto un marchio di fabbrica per chi, puntualmente, dimostra di avere torto. Col risultato oggi più che mai evidente, che alcuni abomini culturalmente e scientificamente inaccettabili hanno trovato spazio. Dunque non diamo retta a quei ciarlatani che darebbero la parola anche alla brutta anima di Pacciani pur di emergere dall’anonimato, magari in nome di Voltaire, per quella frase mai pronunciata.

Le conseguenze di questo pensiero debole sono catastrofiche. Ecco che i pregiudicati aspirano a posizioni apicali in politica, come pure gli affabulatori, quelli che solo un secolo fa vendevano pozioni ‘miracolose’ nei mercati contadini, oggi siedono in Parlamento. Dare la vita affinché tutti possano esprimere opinioni di minoranza è un pensiero illuminista che trovò ragione in quell’epoca, ma che oggi ha assunto il solo scopo di elevare ad opinione anche l’ignoranza, la violenza e la disonestà. il periodo illuminista fu la reazione ad un lungo periodo oscurantista, dove la politica, la scienza, la società e la cultura erano soggette, anzi soggiogate, e non centrali. Oggi quella frase non ha più senso.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: