LA SECONDA LETTURA


Siamo abituati a pensare la vecchiaia come l’anticamera della morte, poichè finisce sempre con essa e per questo ci spaventa. Proviamo a riconsiderare la cosa, visto che di là dovremo passare, in quanto non s’è mai vista una anticamera lunga vent’anni e più. Ci deve allora essere una buona ragione se pure oramai imbruttiti, mezzi sordi e mezzi ciechi e con un filo di fiato e di forza continuiamo a girare a lungo intorno al gorgo che ci inghiottirà. La vecchiaia degli umani è fra le più lunghe in natura, poichè la vita continua molti anni dopo che la facoltà di procreare si è spenta, dopo che le capacità creative in generale sono esaurite. Ci sarà pure un perchè a questo, soprattutto se consideriamo che in natura ben poco o nulla è affidato al caso. Proviamo allora a considerare che siamo corpo e Anima, noi siamo così, e allora il percorso dell’uno non termina se non è compiuto il percorso dell’altra. Il corpo smette di essere funzionale e indipendente ma non se ne va, poichè aspetta l’Anima, che generalmente ha tempi parecchio più lunghi per svolgere il lavoro, che alla fine possiamo sintetizzare in una parola: capire, capire la natura e la propria vita stessa. L’anima ritorna a casa con noi ogni sera e non di rado ci tiene svegli la notte. Il nostro temperamento dunque, quello che per tanti anni ha determinato scelte, amicizie, amori, abitudini, errori.  E allora forse il significato di una lunga vecchiaia è quello di capire il nostro destino, riconnettersi ad esso, per riconoscere quella figura che porta il nostro nome e una storia disegnata nella nostra faccia. La vecchiaia ci consente una seconda lettura delle vicende della nostra vita, le sue contingenze e i tanti momenti sprecati. Non è dunque una età triste, se la consideriamo una occasione irripetibile e imperdibile di vedere la nostra vita come una metafora e finalmente comprendere il senso di un lungo cammino.

La divisione netta fra anima e corpo è del tutto artificiosa e addirittura, nelle religioni monoteiste, questa spaccatura è il centro di ogni cosa che dia un senso al ‘credere’. Le cose non stanno così e meno male….le trasformazioni del corpo e quelle dell’Anima sono infatti indissolubili…salvo interrompere il processo con una cannonata o una coltellata…o una grave malattia…che comunque non è quasi mai solo del corpo e fa perciò parte del destino che ci scegliamo o ci costringono a scegliere per fame, miseria e umiliazioni infinite, del corpo e della mente.

[Carlo Anibaldi – gennaio 2012]

LA GIORNATA DELLA MEMORIA CORTA [ovvero PECUNIA NON OLET ]


“Gli amici di Adolf Hitler hanno una cattiva memoria, ma l’avventura nazista non sarebbe stata possibile senza l’aiuto che ricevette da loro. Come i suoi colleghi Mussolini e Franco, Hitler potè contare sul beneplacito della Chiesa Cattolica. Hugo Boss vestì il suo esercito. Bertelsmann pubblicò le opere che istruirono gli ufficiali. I suoi aerei volavano grazie al combustibile della Standard Oil e i suoi soldati viaggiavano in camion e jeep marca Ford. Henry Ford, autore di quei veicoli e del libro “L’ebreo internazionale”, fu la sua musa ispiratrice. Hitler gliene rese grazie conferendogli onorificenze.

Conferì onorificenze anche al presidente dell’ IBM, l’impresa che rese possibile l’identificazione degli ebrei. La Rockfeller Foundation finanziò ricerche razziali e razziste della medicina nazista. Joe Kennedy, padre del presidente, era ambasciatore degli Stati Uniti a Londra,ma sembrava di più ambasciatore della Germania. E Prescott Bush, padre e nonno di presidenti, fu collaboratore di Fritz Thyssen, che mise la sua fortuna al servizio di Hitler. La Deutsche Bank finanziò la costruzione del campo di concentramento di Auschwitz. Il consorzio IGFarben, il gigante dell’industria chimica tedesca che in seguito passò a chiamarsi Bayer, Basf o Hoechst, usava come porcellini d’india i prigionieri dei campi, e inoltre li usava come manodopera.

Questi operai schiavi producevano di tutto, compreso il gas che li avrebbe uccisi. I prigionieri lavoravano anche per altre imprese, come Krupp, Thyssen, Siemens, Varta, Bosch, Daimler Benz, Wolkswagen e BMW, che erano la base economica dei deliri nazisti. Le banche svizzere guadagnarono fortune comprando da Hitler l’oro delle sue vittime, i loro gioielli e i loro denti. L’oro entrava in Svizzera con incredibile facilità, mentre la frontiera era chiusa ermeticamente per i fuggiaschi in carne e ossa. La Coca Cola inventò la Fanta per il mercato tedesco nel bel mezzo della guerra. In quel periodo, anche Unilever, Westinghouse e General Electric moltiplicarono là i loro investimenti e i loro guadagni. Quando la guerra finì, l’impresa ITT ricevette un indennità milionaria perchè i bombardamenti alleati avevano danneggiato le sue fabbriche in Germania.”

(Eduardo Galeano)

Vediamo bene che la guerra se la fanno, da sempre, i poveri cristi, e che ad altri livelli non hanno mai smesso di essere culo e camicia…allora come ora. Ai capitalisti e alla globalizzazione non fa schifo nulla. Affidarsi ad un ‘governo’ è la grande ingenuità che sembra non stancare mai. Quando un tempo c’erano Re e Imperatori sanguinari, le cose almeno erano chiare a tutti. Oggi fiumi di retorica sulla ‘democrazia’ e il sangue versato per essa…e le elezioni ‘sacrosante’ dei rappresentanti del popolo e il Parlamento e la chiesa che affratella le genti…sono solo fumo negli occhi per coloro che, nonostante tutto e in barba alla loro stessa intelligenza, ancora hanno necessità di credere all’archetipo del ‘buon padre di famiglia’ che governa per il bene comune.

[Carlo Anibaldi – 27 Gennaio 2012]

27 GENNAIO – GIORNATA DELLA MEMORIA


Le ragioni che mi hanno impegnato in questo lavoro di ricerca sono, almeno in parte, più personali. Il mio viaggio-pellegrinaggio ad Oswiecim (Auschwitz – Birkenau), Polonia, insieme a mia figlia allora tredicenne, ha lasciato un segno indelebile nella mia memoria e nel modo di sentire; il sangue ti ribolle pure se non sei di cultura ebraica, vivaddio! Inoltre sono convinto che la storia tende a ripetersi solo se la dimentichiamo, nel senso di pensarla come cosa che riguardi gli storici, gli studenti ed i professori. Ciò che conta infatti sembra essere il presente, possibilmente il presente molto prossimo a noi e alla nostra quotidianità. Ma questo modo di vedere, che certo è anche il mio per gran parte delle mie giornate, porta con sé una minaccia, intendo dire che potrebbero poi essere altri a prendere per noi decisioni in grado di sconvolgere le nostre vite. Cosa del resto accaduta assai spesso in passato….. a volerlo ricordare, appunto.

Pensiamo per un momento ai milioni di uomini e donne che negli anni trenta erano affaccendati nella loro quotidianità, in ogni angolo d’Europa e oltreoceano: chi mai avrebbe potuto dire che c’era nell’aria qualcosa che li avrebbe presto convinti, loro malgrado, che la preparazione del matrimonio di una figlia, il nuovo lavoro da incominciare, la tesi di laurea da preparare, il raccolto buono di quest’anno, il nuovo parroco che arriva, il compleanno da festeggiare, la gita fuori porta, che tutto questo insomma sarebbe stato travolto dagli eventi e cancellato, perché le loro stesse vite e quelle dei loro cari sarebbero state in pericolo. E poi la miseria e la fame per molti dei sopravvissuti. Chi poteva immaginare tutto questo in un caldo pomeriggio di fine estate dell’ultimo degli anni trenta?

Tutto questo invece è accaduto, molto vicino a noi, una o due generazioni al massimo. Molti di noi sono cresciuti tra i racconti di tante vicende vissute. Storie troppo spesso strazianti, misere e luttuose. Eppure le nuove generazioni, i nostri figli, per intenderci, non sembrano mostrare particolare interesse per tutto ciò, non più di quanto in genere ne nutrano per le campagne di Napoleone……… storie d’altri tempi.

Io sono certo che anche negli anni trenta non ci si occupasse troppo delle storie d’altri tempi e che la quotidianità fosse, per la maggioranza della gente, tutto quanto di cui fosse sensato occuparsi, proprio come accade oggi.

Tutto ciò a volte mi fa sentire, e mi fa immaginare molti dei nostri giovani, come quei buoi che vengono portati bendati al macello, in modo che non si mettano in ansia e non diano fastidio con escandescenze circa improbabili opzioni sul loro destino.

Ovviamente, come vedremo in questo stesso sito, il contesto socio-politico, economico e culturale degli anni venti e trenta ha poco in comune con l’aria che respiriamo oggi, ma il solo cambiamento che ci potrebbe davvero mettere al sicuro dalla barbarie, purtroppo, non è ancora avvenuto, e attiene a qualche angolo della natura stessa dell’uomo, indipendentemente dal vestito che indossa e se comunica col telefono cellulare o col vecchio telegrafo. E’ in quell’angolo che si annida la barbarie, intesa come intolleranza, disprezzo per il bene supremo della vita, razzismo, egoismo, cinismo e sopraffazione.

Per conforto all’affermazione di cui sopra, proviamo ora a fare una specie di gioco: immaginiamo, fra le persone che, direttamente o indirettamente, conosciamo (e magari diamo un’occhiata anche dentro noi stessi!) alcune da poter calare per un momento in una realtà assai diversa da quella che ora sembra circondarci, in una realtà priva di garanzie, di diritti assoluti, di protezione, in una realtà dove i valori sono sovvertiti, dove Cristo è morto in croce per garantire i privilegi dei potenti della terra, ebbene in questa realtà avreste parecchie sorprese: schiere di mediocri, violenti, frustrati, ignoranti, sarebbero i nuovi mandarini di questa società dove da un giorno all’altro sui muri si potrebbe leggere, in manifesti autoritari, che i calabresi e i marchigiani sono gente ignobile e per questo saranno privati dei loro diritti, poi della loro libertà personale ed infine deportati. In questa nuova società trovereste senza meno il vostro attuale capoufficio, sì, quello arrogante, raccomandato e inetto, con una divisa fiammante da farlo sembrare un dio, con funzioni superiori di coordinamento della deportazione dei calabresi…….. e dei marchigiani. Se vi sembra che sto esagerando con l’immaginazione, guardate poco o tanto indietro nella storia e vedrete che è già successo, troppe volte.

Il sito The Great Crusade è dunque uno STRUMENTO DELLA MEMORIA E DELLA COSCIENZA, uno dei tanti, le cui pagine sono trovate dai motori di ricerca del web e visitate circa 10.000 volte ogni mese, a disposizione di coloro che vogliano per qualche momento togliersi quella benda citata più sopra dagli occhi e ricordare la Grande Crociata che fu combattuta, e che oggi ci permette di vivere serenamente della nostra quotidianità.

Non un sito sulla persecuzione degli ebrei dunque, ma un sito di testimonianza della barbarie nazifascista, che certo non è la sola barbarie della Storia, ma qui di quella si vuole ora parlare, nel senso che il noto teorema “tutti barbari, dunque nessun barbaro” è qui giudicato infantilismo storico e/o qualunquismo. In altre sezioni in preparazione saranno trattate le barbarie staliniane, cambogiane, statunitensi, bosniache, ecc …………., ma è da questa che ha segnato le vite dei nostri padri e madri che voglio cominciare, perchè il concetto cui bisogna avvicinare i giovani è troppo importante per rischiare di diluirlo con le “lontane” vicende di Pol Pot.

Infine, ma non ultimo, altro buon motivo per diffondere questi strumenti della memoria storica è l’arrogante affacciarsi di uno strisciante revisionismo che vorrebbe riscrivere la Storia di quel periodo e ripresentarla come si fa coi panni sporchi: puliti e profumati dopo il bucato. All’origine di questa operazione c’è fondamentalmente l’antisemitismo di sempre, con la “novità” che le infamie del nazismo hanno temporaneamente indebolito le argomentazioni degli antisemiti di mestiere e di quelli viscerali. Come potrebbe oggi un antisemita, dopo quanto è accaduto negli anni ’40 di questo secolo, presentarsi alla Storia con qualche argomento? Soprattutto se nemmeno è palestinese di nascita? E allora ecco che si devono sentire acrobatiche storie come, ad esempio, quella che vorrebbe che nei campi furono fatte delle porcherie, è vero, ma il gas no, quello fu pura invenzione dei bolscevichi.

Altri gentiluomini con belle cravatte e belle parole argomentano puntigliosamente nelle TV circa qualche milione di ebrei in più o in meno nei forni ………

“Che si abbia il massimo della documentazione possibile – che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – perché sicuramente arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e con la massima semplicità possibile dirà che tutto questo non è mai successo.” Dwight Eisenhower

27 GENNAIO – GIORNATA DELLA MEMORIA

CULTURA E INFORMAZIONE AL TEMPO DI INTERNET


 Tornando indietro anche solo fino agli anni ’50 vediamo alti tassi di analfabetismo e scolarizzazione mediamente bassa. Economia prevalentemente agricola. La diffusione capillare di televisione, telefono ed automobile erano ancora di là da venire. In una società così configurata (e più ancora nei decenni precedenti) il bene impagabile, il riferimento per chiunque, in Italia e altrove, era la Cultura. Gli ambienti privilegiati e le persone di grande riferimento all’interno della società avevano solide basi culturali. Dunque, non il primato del danaro o del potere politico o del lavoro, ma il primato della Cultura. Il ricorrente tentativo dei poteri forti di amalgama con questo elemento ed il fenomeno del mecenatismo stanno qui a sottolineare questo concetto. Qualsiasi macellaio arricchito cerca di mettersi in casa opere d’arte che non comprende, allo scopo di ‘allargare’ la sua mediocre personalità con la Cultura. Tutto ciò è stato vero per centinaia di anni, con diversi accenti, sfumature e tentate rivoluzioni.

Quello che voglio evidenziare è il lento, ma costante declino di questo primato, da qualche decennio a questa parte. Che cosa ha potuto scardinare una base societaria tanto solida? La risposta, oramai evidente, è nella novità di un’enorme massa di informazioni oggi a disposizione e la capillarità della loro penetrazione, fenomeno inimmaginabile fino all’avvento delle tecnologie e dei metodi informatici.

I tradizionali santuari della Cultura hanno visto i loro tesori trasformarsi in dati asciutti, sintetici, circostanziati, verificabili in tempo reale e soprattutto largamente disponibili. Presto ci si è dovuti render conto che l’informazione puntuale costituisce potere, in ogni campo, in un mondo dinamico, profondamente cambiato, come quello di oggi. Per dirla in altro modo: è la larga disponibilità dei dati, più che la loro quantità, che ha determinato la perdita di potere della cultura tradizionale che, per definizione, è elitaria. Tanto è vero che la politica, il potere e l’economia da sempre lusingano e “arruolano” esponenti del mondo culturale ed accademico.

In ogni campo i professionisti di oggi, qualche volta loro malgrado, devono quotidianamente confrontarsi con questa nuova realtà che vede il primato della Cultura cedere sotto il peso di un invadente ma salutare primato dell’Informazione. Quale Direttore di Scuola caldeggerebbe oggi metodiche che si discostino dai dati delle evidenze internazionali? Quale Casa Farmaceutica o Industria Alimentare proporrebbe prodotti e procedure non ampiamente validate a livello internazionale? Ogni consumatore oggi può avere in pochi minuti sul proprio computer il meglio delle evidenze mondiali su ogni anfratto del conoscibile.

E che dire dell’informazione erogata dai Media nazionali e locali? Gli interessi di Partito, di cordata, economici e di Fede, continuano a cercare di “Fare Opinione”, lo hanno sempre fatto perchè è la strada maestra per esercitare e amministrare il Potere, ma oggi è più difficile “Fare Opinione” perchèla Grande Rete Internet è costituzionalmente restia a farsi imbrigliare su “polpette” preconfezionate nelle sedi di Partito o nelle Curie. La sua capillarità non lo consente: nemmeno ai più astuti e ricchi Opinion Maker.

E’ una rivoluzione che coinvolge tutti. Ultimo, ma non ultimo, il Terzo Mondo. Hanno potuto di più i semplici SMS da cellulare che decenni di politiche di aiuti umanitari. Con un solo SMS è possibile informare della disponibilità di pesce pescato il mercato con maggiore domanda e vendere la partita in tempo utile. Con un solo SMS si informa di tonnellate di mais disponibili a trovare un compratore fuori dal proprio comprensorio.

Il vero aiuto al Terzo Mondo è l’abbattimento del Digital Divide. Non a caso, le maggiori organizzazioni mondiali (OMS, ONU, FAO, UNESCO, ecc…) si stanno muovendo in questo senso. Contro questo dato di fatto si infrangono pregiudizi, opinioni e poteri consolidati. I primati crollano e se ne ergono di nuovi. Inutile opporsi. Inutile resistere a quanto attiene a quel tipo di cambiamenti non contrastabili, ma solo assecondabili. Allo “zoccolo duro” dei tradizionalisti, idiosincratici verso le tecnologie avanzate, potremmo sottoporre, per trasposizione, questa riflessione: cosa costituì vero progresso nei trasporti? Continuare ad aggiungere cavalli al tiro della carrozza oppure l’invenzione della macchina a vapore?

Carlo Anibaldi

LA LOBBY DEL DISSENSO [di Carlo Anibaldi]


Per quanto ‘impopolare’ questo argomento va guardato per quello che è oltre l’apparenza. Del resto l’impopolarità non è forse un traguardo cui ambire, in questi tempi che fanno ‘santi’ anche i gaglioffi?
In questi ultimi mesi qualcosa si sta sgretolando nei piani alti dell’industria del dissenso, ma questo lo vedremo poi, intanto consideriamo che per anni ci sono stati personaggi pubblici che sono arrivati al grande pubblico attraverso reti televisive nazionali, le ammiraglie dell’informazione e della formazione del consenso al ‘sistema’. All’interno del sistema radiotelevisivo, ma non solo, anche in quello giornalistico e parlamentare, si sono distinte persone che non nomino per timore di tralasciarne qualcuna che poi si offende, e che tutti invariabilmente hanno attaccato, con arguzia, comicità spassosa, satira, analitica perseveranza, genio artistico o giornalistico e tenacia, il “sistema”. Quello che tutti insieme hanno determinato è il formarsi di una pubblica opinione, una massa dunque, che si riconosce nella critica al sistema. Facendo parte di quella massa, si sentono dalla parte ‘giusta’ e dunque sono compresi nel ruolo di oppositori al ‘sistema’. Questa massa di ammiratori dei paladini del dissenso si sentono ‘opposizione’ anche solo a guardare trasmissioni, leggere giornali, ridere nei teatri tenda e nei cabaret che in una parola possiamo definire l’intellighentia degli opponenti versus i cialtroni che di volta in volta ci governano. Qua, a mio avviso e, grazie al cielo, non solo a mio avviso, sta il trucco. Mi riferisco al fatto enorme, cionostante invisibile ai più, secondo cui questa grande macchina del dissenso delegittima ogni ‘altro’ dissenso e legittima per questo l’establishment, che come è noto, in ‘democrazia’ è costituito da una maggioranza e da una opposizione, insieme e con ruoli interscambiabili nel breve periodo e dunque attenti a non sgretolare il sistema che li contiene. In altre parole, allorchè il dissenso nuota nelle acque sicure della legittimazione del sistema, non è dissenso ma consenso al sistema. La prova di questo che vado dicendo qua sta nel fatto che nelle trasmissioni ‘contro’ e sui giornali ‘contro’ e nella satira ‘contro’ e nei dibattiti ‘contro’, vengono messi in ‘piazza’ esclusivamente fatti che sono già ampiamente noti ai carabinieri, alla polizia, ai magistrati, alla finanza e le querele che ricevono questi Robespierre sono per gli eventuali danni che hanno subito da questa iniziativa (cause quasi mai vinte, appunto, poichè s’è parlato di questioni note e spesso perfino provate) imprenditori o privati cittadini e non per falsa notizia. Dunque questi agenti ‘contro’, questi tupamaros del dissenso all’establishement che ci sta portando alla rovina, non toccano mai i veri santuari. Chiamereste rivoluzionari quei preti che negli anni ’70 portarono le chitarre elettriche in chiesa? Ecco, portare gli operai a confrontarsi in trasmissioni coi pescecani in poltrona è come portare le chitarre in chiesa, cioè niente, in termini di dissenso e nemmeno in termini di informazione. Coloro infatti che hanno tentato qualcosa di veramente contro il sistema, o sono morti ammazzati o sono stati completamente emarginati. Persone coraggiose, che non seguono ma precedono la magistratura, che hanno compiuto inchieste giornalistiche vere, sono emarginate dal sistema in modo bipartisan ed è tanto che ancora riescano a scrivere sui blog e produrre trasmissioni filmate per YouTube. In queste trasmissioni dei colossi dell’informazione, in questa satira, in questi monologhi d’artista, si parla di alti costi di tenuta del conto bancario, costi più alti d’Europa i nostri, ma non si dice nulla di cosa sono le banche, che mestiere fanno, non si parla di signoraggio, non si parla dello IOR se non seguendo tracce giudiziarie note. In queste trasmissioni ed articoli si parla di alto costo dei farmaci e delle lungaggini del sistema sanitario nel fornire prestazioni sanitarie tempestive, si parla e si scrive di scandalose liste di attesa, ma non si fa una parola nè una riga sul fatto che i medici, in tutto il mondo, sono formati in scuole di medicina che dalla fine dell’800 sono infiltrate finanziariamente dalle 5 o 6 grandi aziende farmaceutiche mondiali, quelle stesse che producono i vaccini per vaccinazioni inutili e spesso dannose, che creano ‘malattie’ come l’ipertensione, i cui valori ‘normali’ scendono di congresso medico in congresso medico, per vendere miliardi di pillole…sempre a più cittadini sani. Oppure di quelle sostanze attive, ma non brevettabili perchè naturali e non sintetiche, e mai legittimate dalla lobby medica poichè di nessun guadagno per le ditte farmaceutiche multinazionali.
Recentemente alcune ‘prime donne’ di questa cosiddetta controinformazione sono usciti dalla televisione pubblica e dai giornali sovvenzionati dal sistema stesso….staremo a vedere se si tratta di rivoluzionari che denunciano il sistema affamante o se solo sono riformisti. I riformisti sono ad esempio quei preti che contestavano la chiesa di Roma per farne un’altra altrove. Ora consideriamo se noi vogliamo davvero un’altra chiesa, un altro stato, un altro ministro, un’altra banca. Nel momento che applaudiamo e ci sganasciamo dalle risate a sentire questi signori della lobby del dissenso, siano essi comici, artisti o giornalisti, in realtà stiamo legittimando questo sistema e il massimo che stiamo chiedendo è che sia oliato in modo più efficiente. La vera controinformazione la troviamo altrove, in posti lontani dalle luci della ribalta e dal successo di massa, che quella, la massa, se l’è presa il sistema, grazie ad una contestazione controllata, che dunque va in piazza, ma scortata dalla polizia, per evitare “infiltrazioni”…..anche in strada, come altrove, TV o giornali che siano, non sono tollerati gli “infiltrati”.
[Carlo Anibaldi 2011]

ODIO FACEBOOK…UN PO’


 Stavolta ne parlo un po’ male và, altrimenti scambio la dipendenza per affetto e invece tocca stare all’erta. Un posto dove tutti i gatti sono bigi, dove i normali sembrano idioti e gli idioti normali. Il peso di una osservazione costante da parte di sconosciuti mi agita, nonostante alla fine è proprio l’attenzione che andiamo cercando….e pure le dinamiche di gruppo…o se volete del branco. Non ho mai tollerato il controllo, nè ho mai gradito che estranei si facessero gli affari miei, proponessero chat o confidenze tanto improvvise quanto incongruenti e fastidiose. Qualche giorno fa un signore mi ha chiesto amicizia e dopo un quarto d’ora mi è arrivata la richiesta della mail privata, dove mi è giunto un .pdf di 200 pagine con tutta la sua vita con foto a corredo. Parecchi non conoscono il limite delle cose, nè capiscono i termini esatti della  loro invasione pseudoaffettiva. Nè hanno riflettuto sul fatto che dietro lo schermo ci siano persone e sensibilità. Ho detto basta a tutto ciò a più riprese…senza successo. Basta ai rapporti di plastica. Basta agli attentati alla mia privacy, alle vendette e alle ritorsioni infantili di certuni. Ho imparato a mie spese che i socialnet non farebbero per me, ma tant’è…si diventa un po’ dipendenti. Amo le persone che sanno costruire un rapporto interpersonale senza enfasi, senza promesse non sollecitate….semplicemente vivendolo giorno per giorno. Ma il tempo di coltivare rapporti in questa società schizzata e in queste città trappola, non c’è più…e fioriscono allora questi surrogati della vita stessa. Se il computer desse anche da mangiare per alcuni sarebbe la mamma, sorella, amante e moglie.

Amo chi si mette in contatto con delicatezza, senza entrare a gamba tesa raccontandomi la sua vita dopo cinque minuti o ore o giorni di ‘amicizia’….che mica sono il prete o lo psicocoso tascabile. Amo chi mi chiede: ”cosa intendevi dire quando hai scritto..?”…  e non passa direttamente agli insulti.

Amo chi non mi chiede di diventare suo fratello sul profilo fb e poi se ne sbatte quando sto muto venti giorni….che in quel tempo potrei essere già stato cremato e disperso. Amo chi non ”tradisce” un’amicizia nè in tempo di pace nè in tempo di guerra. Amo chi sa mantenere la parola data o un segreto…anche se i segreti si sa, funzionano solo in amore, talvolta e per un po’, quasi mai in amicizia. Amo chi non giudica e piuttosto si domanda ”…e se fosse successo a me?”

Odio chi si comporta come un gatto pur non essendolo…in quanto si sa che solo ai gatti è concesso di sentirsi al sicuro se solo si tolgono il nemico da davanti agli occhi…trascurando che gli si vede tutta la coda…..

Amo chi sa ascoltare. Amo chi non usa mai toni autoritari. Amo chi non ha ideologie. Amo chi sa pensare a un mondo diverso senza aggrapparsi alla speranza.

Amo chi odia la speranza e là non si ferma a guardare il proprio ombelico. Amo chi protegge e aiuta gli indifesi. Amo chi sa parlare con lo spazzino a tu per tu….perchè quello sei tu con un po’ meno di fortuna.

Amo chi ama i libri e comprende la loro importanza. Amo chi sa costruire gli aquiloni o sogna di librarsi in volo buttandosi da un parapendio. Amo il mare e la sua profondita’…il suo mistero. Amo la vita nonostante non riesca quasi mai a viverla come vorrei.

Odio chi afferma che un tempo non c’erano le lampadine e si viveva lostesso…si rideva e si piangeva, si amava e si odiava…sottintendendo che sia cosa da nulla tornare ai lumi ad olio. In realtà la sola libertà che ci possiamo concedere è quella di spegnere la luce di tanto in tanto.

[Carlo Anibaldi – gennaio 2012]

IL PRINCIPIO DI PETER (ovvero: il tempo dei somari)


Il principio di Peter in estrema sintesi curata da Carlo Anibaldi –

Nel nord Europa, negli Stati Uniti e, recentemente, anche in Italia sono molti gli studiosi che si sono occupati di questioni connesse alla qualità dei Servizi e delle problematiche connesse all’ “out-come” aziendale, pubblico e privato. Molte delle dinamiche che spesso riteniamo scontate in quanto “insite nell’ordine delle cose di questo mondo”, in realtà sono spesso frutto di pregiudizi sull’immodificabilità dei comportamenti e causa del basso profilo che troppo spesso incontriamo nell’offerta di servizi, pur ad alto costo per la collettività.

Fra i molti postulati utili a definire questo concetto, ho scelto “Il Principio di Peter” (dello psicologo canadese Laurence J. Peter che, assieme a Raymond Hull, formulava in chiave satirica il meccanismo della carriera aziendale), perché ben si presta alla semplificazione di studi complessi.

Un individuo inserito in una scala gerarchica inizia l’attività con un ruolo preciso, svolgendo compiti precisi.

Se svolge bene i suoi compiti viene “promosso”, passando a compiti diversi. Dopo un certo tempo, se anche questi nuovi compiti vengono svolti bene, scatta una nuova promozione. Tali promozioni portano a posizioni dette apicali che, per definizione, devono essere occupate da persone con una spiccata attitudine a risolvere problemi.

Il gioco delle promozioni continuerà così fino al momento in cui l’individuo non sarà più in grado di svolgere i compiti assegnatigli. Da quel punto in avanti non avrà più promozioni. Ha raggiunto il massimo della sua carriera. Per cui ecco il principio: In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza. Da questo principio discende che ogni posto chiave tende potenzialmente ad essere occupato da un incompetente, un soggetto cioè in grado di creare più problemi di quanti possa risolverne.  Il che spiega molte cose sul funzionamento di parecchie istituzioni….e del fallimento dei cosiddetti governi tecnici. Questi professori che diventano ministri ad honorem, diventano degli asini storditi dai suoni in quell’ambiente nuovo che chiede loro miracoli sulla base di esperienze maturate altrove.

Le società anglosassoni, che pur hanno studiato questi fenomeni assai prima di noi, sembrano impigliate in questo meccanismo in misura meno drammatica, probabilmente a causa della maggior diffusione del pragmatismo della dottrina protestante che, come sappiamo, è libera da sentimentalismi ed assai più rigida nelle questioni di principio. Molto difficile che il Direttore delle Acque del Tamigi, che ha la responsabilità della navigabilità del Tamigi, sia un manager di provenienza politica piuttosto che tecnica, oppure addirittura un manager privato assunto a suon di milioni di euro dallo Stato per amministrare, senza rischi, i soldi dello Stato stesso, o, peggio ancora, un capitalista senza capitali che privatizzi gli utili e pubblicizzi le perdite. Il messaggio sotteso al principio in oggetto, anche in Italia, cominciava finalmente ad essere recepito e nell’affidamento di incarichi apicali emergeva la tendenza di confidare non tanto sulle persone-brave e/o brave-persone, quanto su persone qualificate nello specifico compito di risolvere problemi e conseguire obiettivi. Purtroppo è nostra abitudine importare dai Paesi avanzati gli scatoloni (legge sulla privacy, management aziendale, controlli istituzionali, ecc…) per poi riempirli dei soliti contenuti di cui siamo Maestri nel mondo. Siamo infatti tornati senza vergogna all’affidamento ai famigli e ai ‘fidi’ degli incarichi apicali, in quanto l’obbiettivo è quello di fare o restituire favori, cioè stipendi da nababbi a spese del contribuente o persone debitrici al posto giusto, non certo far funzionare l’azienda pubblica affidata. Si riaffaccia insomma il concetto borbonico di res publica a valore zero spaccato e della sfera familiare e di clan a valore assoluto.

Ovviamente nella categoria delle persone-brave e/o brave-persone possiamo includere anche le persone brave nel farsi raccomandare. Questa pratica non è certo solo italiana, quello che però ci distingue è la curiosa attitudine a vantarcene piuttosto che a vergognarcene; in genere siamo infatti disponibili a concedere ammirazione ad un individuo solo per le sue reali o supposte conoscenze importanti. Tale ammirazione trascende le reali competenze del soggetto e le sue effettive capacità nel dare soluzioni ai problemi.

In definitiva, se da una parte è indubbiamente premiante promuovere Capostazione un bravo Macchinista, oppure Direttore Sanitario un bravo Primario, o Ministro della Repubblica una bella ballerina, dall’altra, come ha cercato di spiegarci Peter, non è sempre detto che questo consolidato modo di operare faccia gli effettivi interessi delle rispettive aziende e degli utenti che vi afferiscono.

La novità di questi ultimi tempi consiste nella trovata antica dei ‘tecnici’ nelle stanze dei bottoni. Talmente antica questa trovata che nei secoli s’è visto che nelle stanze dei bottoni i ‘tecnici’ non ci potevano proprio stare, stante che l’efficenza ed efficacia è solo una delle qualità della politica e non può raccoglierle tutte, altrimenti basterebbe un Duce a far camminare una Nazione come un treno, in velocità ed efficienza, ma la Storia mostra da millenni che un Duce presto o tardi fa carneficina del suo stesso popolo. In definitiva il Principio di Peter mostrerà come questi efficienti ‘tecnici’ chiamati a governare, con questa ‘promozione’ sono arrivati al loro livello di incompetenza e a meno di un miracolo creeranno alla gente più problemi di quanti siano in grado di risolverne.

Credo che molti interpretano male l’assunto secondo cui nella vita bisognerebbe privilegiare il senso piuttosto che il ruolo, per renderla degna. Il senso della propria vita non andrebbe insomma cercato in un ruolo sbagliato.

 

[Carlo Anibaldi – rev. 2013]

GAITE’ PARISIENNE


La BELLE EPOQUE è una breve stagione di nemmeno 40 anni che dalla fine dell’800 termina negli orrori degli anni della Prima Guerra Mondiale. Questa Epoca Bella deve l’universalità della denominazione in lingua francese al fatto indiscusso che Parigi ne fu la capitale e fucina incessante di tendenze che contagiarono, dove più, dove meno, l’intera Europa. L’Inghilterra vittoriana e francofoba subì meno di altre Nazioni la ventata euforizzante d’oltre Manica. Questa visione del mondo e della vita sopra le righe nasce dal sentire diffuso che si stava finalmente cavalcando la tigre delle profonde trasformazioni che segnarono tutto l’800, prima fra tutte la Rivoluzione Industriale, beneficiando ampiamente dei suoi frutti in molti ambiti vitali, quali il commercio, i trasporti, le comunicazioni, l’edilizia. Dunque la maggior circolazione di danaro e l’ottimismo sono gli ingredienti base della Belle Epoque.

Del resto la vita appariva in quel tempo davvero più facile e sorridente come mai prima di allora: i padri e i nonni di questa generazione di fine secolo si spostavano in carrozza o a cavallo su strade polverose e insicure, comunicavano con lettere che impiegavano settimane a giungere a destinazione, le merci arrivavano in porto dopo mesi di navigazione attraverso gli oceani e venivano poi caricate su mezzi trainati da cavalli, muli, vacche, il lavoro nelle manifatture era spesso disumano perchè si giovava quasi esclusivamente della forza delle braccia. Nell’arco di pochi decenni tutto questo diventò antico, grazie alla diffusione di efficienti macchine a vapore per treni e navi, all’elettrificazione di molte linee ferroviarie, alla comunicazione in tempo reale attraverso onde radio e poi telefoniche, all’invenzione del motore a scoppio che soppianta dopo millenni il traino animale , alla straordinaria invenzione dei fratelli Lumière e agli albori dell’aereonautica. Possiamo immaginare l’emozione nel vedere le città illuminarsi ogni sera di mille e mille lampadine dopo secoli di buio rischiarato da torce e pochi lumi a gas. Ce n’è davvero abbastanza per ubriacare un’intera generazione. La centralità di Parigi negli anni della Belle Epoque è in buona parte dovuta alle grandiose “vetrine” delle Esposizioni Universali che vi si tennero nel 1889 per celebrare il centenario della Rivoluzione (in quell’occasione fu inaugurata la Tour Eiffel) e nel 1900. La vivacità parigina di questo periodo diede vita a fenomeni artistici assolutamente innovativi quali l’Impressionismo, il Futurismo (il manifesto dell’italiano Marinetti fu pubblicato sul Figaro nel 1909), il Cubismo e altri.

In Italia, questi anni a cavallo di due secoli sono quelli che vedono anche lo scoppio delle contraddizioni della giovane Nazione: la povertà dilagante, soprattutto nel meridione, spinge almeno 500 mila emigranti ogni anno verso le americhe; il lungo periodo di pace e stabilità politica (Età Giolittiana) non ha rafforzato gli ideali democratici, al contrario si moltiplicano i movimenti antidemocratici, la corruzione e la noia, tanto che qualcuno ebbe a dire che “la pace corrompe lo spirito”. La cultura europea del primo Novecento è impregnata di catastrofismo e senso della morte come sacrificio estremo, come riscatto. Tanta parte dell’arte e della letteratura europea di questo periodo porta i segni di una catastrofe in divenire. Non è un caso che proprio in questo periodo nasce il Movimento Futurista di Tommaso Marinetti, esploso nel 1909 con il Manifesto pubblicato su Le Figaro. Il Futurismo è una sorta di ribellione permanente contro la tradizione e i valori del passato; il movimento esalta la guerra come unico mezzo di “igiene” del mondo. E’ anticlericale, antipacifista, contro la democrazia parlamentare, per l’abolizione delle scuole e il libero amore, ma soprattutto opera una profonda trasformazione del concetto di Libertà, che vuole sottomesso a quello di “Italia”, bene supremo da “liberare” dal parlamentarismo e dalla “degenerazione giolittiana” che volle estendere il suffragio a tutto il sesso maschile, indipendentemente dalla classe sociale. L’idea di Giolitti era infatti quella di non escludere dai processi decisionali la maggioranza della Nazione, costituita da operai e contadini. Bisogna dire che non fu solo lungimiranza politica, ma un mezzo tout court per vincere le elezioni politiche del 1900.

Carlo Anibaldi [dal Sito IL NOVECENTO di Carlo Anibaldi – www.carloanibaldi.com/novecento/ ]

BUON ANNO UN CAZZO!


BUON ANNO….ma facciamo i fatti, mille piccole cose mica la rivoluzione francese…sennò sò chiacchiere da salotto st’indignamenti e l’anno nuovo finiranno il lavoro…. e non serve dire che per male che ci va saremo l’oltreoceano dell’america latina, dove la classe media non c’è mai stata…avete mai visto peruviani, colombiani, brasiliani, argentini, guatemaltechi, fare turismo di massa o la fila ai megastore a comperare l’ultimo modello di iPhone? Bè pazienza, faremo così pure noi….. riso e ceci da Palermo ad Amburgo….NO, qua ogni 100 chilometri parliamo lingue differenti e abbiamo diverse culture dal condominio in su…Non sarà dunque mai l’america latina…altro che Europa unita…qua senza soldi sarà un bagno di sangue.

‎”…Más de 20 millones de personas viven en la pobreza en Colombia y más de 8 en la indigencia, lo que significa que cerca de 30 millones de personas no tienen los recursos suficientes para disfrutar de una viva digna en el país sudamericano”.

Se in Europa un Paese arriva a questo genere di situazione, comincia a bombardarne un’altro…la Storia non lascia molto spazio alla fantasia creativa degli scenari.

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