ERNESTO E I CLOCHARDS


Non importa se questo racconto somiglia ad un vostro sogno oppure se questo sogno somiglia ad un racconto che avete già sentito, in quanto, come spesso accade, sono vere entrambe queste possibilità. Ernesto era da tutti considerato una persona mite e tranquilla, eppure quella volta che gli rubarono il portafogli mentre passeggiava tra la gente che affollava il Lungotevere, ebbe una reazione da leone infuriato: nel portafogli custodiva molto più del danaro e delle carte di credito, c’erano infatti anche bigliettini, appunti, numeri di telefono, segni tangibili del suo passaggio quotidiano nella vita, e soprattutto il suo documento di identità.

Questo furto lo sconvolse al punto di attivare un’insospettata energia nella ricerca del furfante che gli aveva sottratto il danaro, la tranquilla quotidianità, l’identità.

Insomma, a forza di cercare, interrogare persone, stanarne altre, alla fine si trovò faccia a faccia con una piccola comunità di barboni che viveva sotto il vicino ponte sul Tevere.

Senza nemmeno doverci riflettere, Ernesto si avventò decisamente su uno di essi…. uno di mezza età, la barba incolta, i vestiti trasandati ; lo afferrò per il bavero della lurida giacca e, facendolo battere ripetutamente contro il pilone del ponte, gli urlò, a due centimetri dal suo naso rossiccio, di restituirgli le sue cose, tutte.

A farla breve, Ernesto riuscì a spaventare a morte quell’individuo, tanto che cominciarono ad uscir fuori dalle sue tasche, una ad una, le carte di credito, i bigliettini, gli appunti ed infine il documento di identità.

Ernesto quasi si gettò su quest’ultimo, ma rimase di sasso nel vedere che la sua foto su quel documento si era talmente rovinata nelle tasche sozze del barbone, da non potersi più distinguere i lineamenti del volto.

Messo nella tasca dei pantaloni il suo recuperato portafogli, Ernesto si diresse tutto assorto verso casa con l’idea fissa che quello spiacevole episodio non gli era capitato per puro caso, forse un segno…. chissà. Infatti, passo dopo passo, una di quelle voci di dentro si alzò per dirgli: ” Vedi bene, Ernesto…., c’è nella tua vita un clochard, che somiglia a quelli là fuori, ma è anche dentro di te oramai, tutt’altro che romantico, ma avido e senza scrupoli, che ruba tutto quello che può..…. perfino la tua identità. Se continui a lasciarglielo fare rimarrai senza nessuna possibilità di essere autentico, poiché non saprai più chi sei, proprio come loro. Bene hai fatto, dunque, a ribellarti con forza…..appena in tempo…… la tua immagine già stava sbiadendo su quel documento….”

 

(Carlo Anibaldi)

 

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